Colo

Presentato in concorso alla Berlinale 2017, Colo di Teresa Villaverde: ritratto di una famiglia in crisi, specchio della crisi di una società, raccontato secondo i canoni non convenzionali della regista portoghese.

Ricordi della casa arancione

Le vite di un padre, una madre e la loro figlia sono sconvolte per lˈeffetto della crisi economica in Portogallo. Ѐ un processo che influenza la loro esistenza per gradi, mentre il loro appartamento ben arredato rimane a testimonianza di un passato migliore. Il padre disoccupato passa il suo tempo sul terrazzo, a scrutare un orizzonte che non porta niente. La madre torna a casa esausta da un doppio turno di lavoro. La figlia si chiede se ci siano abbastanza soldi per pagare il biglietto dellˈautobus. [sinossi]

Se un film come Água e Sal (2001) era pervaso dal colore azzurro, dall’oceano che avvolgeva la vita della protagonista, così in Colo, nuovo film di Teresa Villaverde presentato in concorso alla Berlinale 2017, a prevalere è il colore arancione, o il giallo particolarmente carico, simbolo di luminosità, di un paesaggio irradiato dal caldo sole portoghese.
Lˈarancione kitsch predomina gli interni dellˈappartamento di Lisbona dove vive la famiglia, a un piano altissimo del palazzo, che domina dall’alto, testimonianza di un agiato passato, dove ci si poteva permettere il lusso del design estroso. Di un arancio come la polpa della zucca sono certi scorci di paesaggi, di arancione carico anche il locale dove si esibisce un gruppo musicale, cui assistono la figlia e la sua amica. Sono di diverse tonalità di arancio e di giallo fiammeggiante i fiori nella serra in cui si rifugia il padre in una delle sue fughe. Ed è arancione il panno con cui viene avvolto lˈuccellino nella gabbietta, ormai passato a miglior vita. Il sudario per un esserino da compagnia, valvola di speranza, unˈinnocenza ormai perduta, segno del cambiamento che verrà.

Ma la luminosità di quel mondo si sta gradualmente spegnendo, e, a corollario delle derive esistenziali dei membri della famiglia, lˈarancione dellˈappartamento si incupisce. Ridotti a vivere con le candele, unica fonte luminosa interna rimasta – dopo che lˈelettricità gli è stata staccata, come si poteva prevedere da quelli che sembravano guasti del frigorifero – i protagonisti capiscono che non cˈè più possibilità di seguire questo stile di vita. Vie di fuga da questo onnipresente colore venivano già contemplate, a partire da quel terrazzo di colore bianco mediterraneo avvolto dal cielo azzurro carta da zucchero di Lisbona. E fughe erano anche i prati e la macchia mediterranea, dove i ragazzi si baciano all’inizio, ancora lˈoceano dove si tuffa il padre, ritorno al liquido amniotico come rifugio di uno dei suoi sbandamenti, il fiume Tago scambiato per un rigagnolo. La natura policromatica, le linee di confine tra terra e mare, i promontori sul fiume, la battigia. Per arrivare a quella capanna dei pescatori, dove si mettono le anguille a essiccare, dove la prima volta lˈamica aveva vomitato.
E le fughe del film sono rappresentate anche dalle tante finestre recadrage, che ritagliano altri mondi, ponti protesi verso altre dimensioni. La finestra sul paesaggio palustre, la finestra della casa che dall’alto controlla tutto come un faro, il vetro che riflette la visione panoramica della città che si sviluppa in verticale. E una finestra è anche rappresentata da skype con cui la figlia chatta con gli amici.

Non esiste una parola esatta per tradurre letteralmente il vocabolo portoghese “colo”, che dà il titolo al film. Quella che si avvicina di più è “grembo”, ma le sfumature sono tante e per estensione vuol dire la voglia di calore, affetto e vicinanza. Quello che manca e che cercano i personaggi di Colo, nel ritratto delle solitudini della regista portoghese. È un cinema dei tempi reali, dei piani dilatati e della contemplazione, quello di Teresa Villaverde. Un cinema di inquadrature fisse che ritagliano derive esistenziali e precarietà, ma che prevede nella natura unˈenergia positiva, qualcosa di buono può sempre sgorgare dalle acque, dalla campagna, dalla vegetazione rigogliosa, o aspettarci in una piccola capanna sperduta nella campagna.

Info
La scheda di Colo sul sito della Berlinale.

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