Fritz Lang Interviewed by William Friedkin

Fritz Lang Interviewed by William Friedkin

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Intervistando Fritz Lang, William Friedkin ha realizzato il più arduo e rocambolesco dei suoi inseguimenti, per restituirci la preziosa testimonianza di un arduo confronto tra due generazioni di autori.

Il sonnambulismo vigile di Fritz Lang

Una pellicola dimenticata per anni in un garage, un fallimento dei propositi dell’autore, che voleva farne il primo capitolo di un’inchiesta sull’horror; in realtà l’unico orrore che emerge in Fritz Lang Interviewed by William Friedkin, è quello delle vicende vissute, narrate con disilluso sarcasmo da uno storyteller d’eccezione. L’intervista è condotta attraverso una visione in semisoggettiva, la sagoma di spalle di Friedkin è quasi sempre in scena e noi con lui, incolpevoli assaltatori al cospetto di una fiera in cattività, pronta a rispondere con incisive unghiate difensive. L’abile operatore William Fraker ritrae Lang in contrastati primi piani e mezze figure e fa largo uso di zoom e dolly, che indagano il volto del regista mitteleuropeo reso quasi sempre in controluce, già ombra, già mito.

Lang si dimostra da subito scostante e refrattario quando si tratta di parlare dei suoi film, molto più disponibile e quasi ispirato nella rievocazione di due momenti topici della sua esistenza: il colloquio con Goebbels, che lo voleva insignire della carica di regista ufficiale del regime nazista, e la conseguente fuga in treno verso Parigi, eloquente risposta di diniego alla proposta del gerarca. In questi due momenti Lang si rivela un abile narratore, centellinando i fatti, intessendo il racconto di colpi di scena, marcandolo con pungente ironia. Ma per quel che riguarda la sua (per lui presunta) poetica, quest’intervista appare (per lo spettatore e per la sua personificazione in campo, William Friedkin) deludente fin dall’incipit, quando il maestro afferma di aver realizzato i suoi film “in fase di sonnambulismo”. Questa dichiarazione, come sarà poi sempre più evidente nel corso del colloquio, ha lo scopo precipuo di schivare le questioni critico-teoriche che il giovane cinefilo Friedkin, esponente della prima generazione di registi statunitensi che sappia chi sia D. W. Griffith, inevitabilmente gli porrà di lì a poco. La distanza tra i due interlocutori si fa poi abissale quando Lang afferma che, a differenza del suo giovane intervistatore, non ha avuto maestri, e che la sua carriera di regista cinematografico è stata una pura casualità, tant’è vero che ad un certo punto della sua esistenza ha persino pensato di mollare tutto per fare il chimico.

Il dibattito tra i due prosegue dunque sotto forma di uno spassoso alterco fatto di ripetuti rimbrotti e smentite con cui Lang fa scudo alle supposizioni intellettualistiche del seccante ammiratore. La prima rettifica avviene riguardo all’apparizione di Peter Lorre in M – Il mostro di Düsseldorf e ne seguiranno molte altre, come ad esempio la smentita circa la definizione del personaggio di Lorre che, a detta di Friedkin (e non solo), ricerca un rapporto empatico con il pubblico, in virtù del suo volto innocente e stralunato e, soprattutto, per via del processo sommario che subisce nel finale. Lang è ovviamente pronto a correggere il saccente discepolo e afferma spiazzante che il significato ultimo del film si può racchiudere nel monito: “dobbiamo avere più cura dei nostri figli”, frase che doveva concludere la pellicola, ma che è stata poi tagliata dalla produzione. Quelle del regista teutonico in Fritz Lang Interviewed by William Friedkin sono affermazioni che puntano dunque programmaticamente a deludere il proprio interlocutore. Le risposte iniziano tutte con mugugni di disapprovazione e con esclamazioni stizzite come “no, noo, non è così” o “ è assolutamente falso” e terminano con inderogabili affermazioni anticinefile del calibro di: “voi pensate sempre che dietro un film ci sia un segreto” e, soprattutto “Non so cosa intenda con struttura formale”. L’intervistato sembra accanirsi nel demistificare il proprio stesso mito nel momento in cui è stato appena consacrato, ad opera della generazione di Friedkin. Tanto rumore per nulla, è la risposta a ogni domanda sollevatagli dal trepidante e adorante intervistatore.

Nel parlare di Metropolis poi, Lang è ancora più esplicito. Il regista si prodiga nel descrivere come fosse del tutto inconsapevole di realizzare un film dai significati politico-sociali molto forti e di stampo prettamente marxista, cosa che invece la sua compagna Thea Von Harbou aveva notato già in fase di scrittura, e con ciò intende riconfermare l’ipotesi di sonnambulismo creativo sostenuta nell’esordio del colloquio. Spiazzato, ma non abbattuto, Friedkin con questa intervista ha realizzato il più arduo e rocambolesco dei suoi inseguimenti, per restituirci una preziosa ed esaltante testimonianza di un possibile confronto tra due generazioni di autori, commuovente registrazione del faccia a faccia di un uomo con il suo fantasma.

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Il trailer di Fritz Lang Interviewed by William Friedkin.

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