Scooby-Doo 2 – Mostri scatenati

Scooby-Doo 2 – Mostri scatenati

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Scooby-Doo 2 porta di nuove sul grande schermo le avventure del cagnolone goloso e fifone e dei suoi amici; peccato che non si sviluppi nessun discorso ulteriore al di là del semplice accumulo di gag e situazioni grottesche. Un’opera priva di senso e di spessore, e anche ben poco divertente.

La strategia della memoria corta

Incitata dalla reporter d’assalto Heather Jasper-Howe e dagli spaventatissimi cittadini di Coolsville, la ‘Misteri e Affini’ inizia a indagare sulla misteriosa comparsa in città di una serie di mostri. Shaggy e Scooby, determinati a provare la loro natura di provetti detective, combinano una serie di pasticci che ne mettono in discussione il ruolo nella Misteri e Affini. Nel frattempo, Velma la colta si innamora di uno dei principali indiziati e tocca quindi al macho Fred e alla bella Dafne scoprire l’identità del cattivo che scatena i mostri nel tentativo di sottomettere i cittadini di Coolsville… [sinossi]

Ritorna sulle scene uno dei personaggi più celebri prodotti dalla ditta Hanna & Barbera. Insieme a Freddie, Daphne, Velma e Shaggy, ovvero la “misteri e affini”, Scooby-Doo diede vita a suo tempo (si parla del 1969) a una delle più esilaranti serie televisive ideate dalla coppia di cartoonist. Il suo debutto sul grande schermo era avvenuto nel 2002 per la regia di Raja Gosnell, ex-montatore hollywoodiano – cresciuto sotto l’egida di Robert Altman e poi svezzato da successi di botteghino come Pretty Woman e Mrs. Doubtfire – passato dietro la macchina da presa.
Ed è sempre Gosnell a traghettare il pubblico in questa nuova avventura: secondo episodio di una saga che potrebbe senza problemi particolari espandersi all’infinito, visto che la filiazione dall’episodicità della serie, basata dunque sulla reiterazione, nega la possibilità di una reale evoluzione drammatica, arrivando a definire l’essenza del prodotto come istante. La struttura del film non sembra avere intenzione di infittire la trama rispetto al passato, ed è facilmente riducibile al classico “un nuovo nemico per i nostri eroi, che quando saranno proprio sul punto di crollare avranno la possibilità di prendersi la rivincita (magari imparando qualcosa sull’amicizia, l’amore e l’autostima)”: i cinque protagonisti si vedono più volte ridicolizzati in pubblico da un nemico mascherato che sfrutta contro di loro tutti i mostri che la banda aveva sconfitto in precedenza. L’occasione per una riflessione su più livelli era veramente ghiotta: si poteva ricondurre il discorso alla rilettura dei cartoni animati nell’era moderna, incentrare l’attenzione sulla rapacità della stampa e la vacuità del successo nell’era televisiva, immaginare nella sfida da superare uno scontro tra i cartoon di Hanna & Barbera e l’invasione recente di anime giapponesi – e questa chiave di lettura avrebbe sicuramente aperto stimolanti vie estetiche.

Invece, niente di niente; e sì che il nome di James Gunn alla voce “sceneggiatura” qualcosa sembrava promettere. Ma del ragazzo che nel 1996 scrisse Tromeo & Juliet, del collaboratore di Lloyd Kaufman, dell’uomo che ha rivitalizzato negli ultimi anni la Troma qui non c’è veramente traccia. Così come non c’è traccia dell’autore della sceneggiatura di Dawn of the Dead, recentissimo remake del capolavoro di George A. Romero. Messo di fronte a personaggi dalla caratterizzazione così pronunciata Gunn sembra continuamente negarsi, limitando la memoria del proprio (recente) passato a una serie di lazzi da osteria, come peti e calci nei testicoli usati per sconfiggere gli ectoplasmi nemici. Ma il punto che desta maggiore perplessità riguarda la confezione stessa del prodotto, che sembra gravemente affetto dalla “strategia della memoria corta”: tolti il look da Swinging London dei protagonisti (tra l’altro completamente avulso al resto dell’opera, che trasuda in ogni suo fotogramma una ricerca esasperata della contemporaneità: perché lasciare irrisolto allora anche questo punto di rottura?) e le loro caratterizzazione peculiari – il cagnolone goloso, il goffo e pauroso Shaggy, la logica matematica di Velma, il sex-appeal frivolo di Daphne e l’egocentrismo vanesio di Freddie – non resta praticamente nulla dello spirito che pervadeva la serie a cartoni animati. Il film sembra pensato e girato a uso e consumo esclusivo della famigerata MTV Generation, tanto da permettere a Sarah Michelle Gellar di combattere i fantasmi con le stesse tecniche con cui stecchisce i vampiri quando veste i panni del televisivo Buffy, l’ammazzavampiri, o a Freddie Prinze Jr. di evitare le frecce lanciategli contro imitando le movenze dinoccolate che Keanu Reeves metteva in mostra nell’ipertrofia gelida di Matrix, o ancora al perfido Tim Blake Nelson (orribilmente sprecato proprio come un dimesso Peter Boyle, figura appena accennata che poteva rivelarsi una carta vincente) di celare il proprio volto dietro quello angelico di Alicia Silverstone, con una tecnica che ricorda da vicino il Mission: Impossible 2 di John Woo. Se quest’uso smodato di una simbologia cinematografica recente non si fosse fermato al semplicismo del bozzetto, se la riflessione fosse andata oltre alla semplice citazione parodistica allora si sarebbe potuto parlare di un’opera interessante. Ma, visto che l’intenzione è quella di rimanere nel cinema per famiglie più squadrato possibile, non si può far altro che rimarcare la mancanza di idee, il banale sviluppo delle gag e, soprattutto, l’incapacità del film a definirsi cartone animato.

A parte il personaggio di Scooby-Doo, figura digitale, all’opera manca completamente la plasticità del cartone animato, la rotondità delle forme, l’incoerenza degli spazi, l’anarchia temporale. Manca l’essenza del cartone animato, e questa è forse la più grave delle colpe. Non a caso i momenti più riusciti sono quelli in cui il ritmo si avvicina maggiormente al cartoon originale: un paio di inseguimenti, lo splendido funky/rap in cui si getta Scooby-Doo con tanto di pantaloni a zampa di elefante ed enorme parrucca e la serie di trasformazioni che lo stesso cane e Shaggy (l’interpretazione di Matthew Lillard, ex-serial killer di Scream, è la migliore del lotto) subiscono a causa di pozioni misteriose scambiate per bibite. Proprio in quest’ultima gag Scooby-Doo improvvisamente si trasforma nel diavoletto della Tasmania, altro personaggio storico di Hanna & Barbera. Qui la citazione acquista un senso ulteriore, e si ride di gusto. Un’eccezione, purtroppo.

Info
Il trailer di Scooby-Doo 2.
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