Frontiers – Ai confini dell’inferno

Frontiers – Ai confini dell’inferno

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Possiamo apprezzare il tentativo di agganciare scuoiamenti e smembramenti all’odierna situazione politica, nonché la parata di truculenze varie, ma dobbiamo registrare, oltre alla stanca e prevedibile riproposizione di uno schema oramai logoro e abusato, una fastidiosa confusione di fondo dettata probabilmente dalla smania di inserire nel lungometraggio di tutto e di più, finendo per accumulare superficiali metafore politiche, una serie di potenziali finali poco credibili, una sparatoria che sembra maldestramente scippata a Peckinpah, un nonno nazista assai stereotipato… Più che spaventoso, Frontiers è estenuante.

Nonno Nazi e i golosi nipotini

Una gang di ragazzi francesi si ritrova a scappare dalla polizia. Durante la fuga il gruppo si divide e quattro di loro fuggono verso la frontiera riuscendo a rifugiarsi vicino al confine con il Belgio in un ostello semi abbandonato. L’atmosfera malsana del caseggiato fa capire subito ai ragazzi che qualcosa non va. L’ostello è gestito da due sorelle che hanno tra di loro un rapporto morboso e da un anziano excolonnello dispotico ed autoritario. Ospite fissa è una giovane donna che si veste e parla come fosse ancora una bambina di 11 anni. La situazione in principio provoca nei ragazzi una reazione spavalda e aggressiva nei confronti di quelle persone così strane, ma il clima morboso che si respira nell’ostello li convince ad andarsene al più presto. Ma ormai è troppo tardi… [sinossi]

Il cinema horror, forse più di ogni altro genere, attraversa delle fasi ben precise, dettate soprattutto dalle volontà produttive e distributive. Dopo aver assistito tra alti e bassi all’invasione j-horror, agli inevitabili remake stelle e strisce e alla non sempre giustificata proliferazione di pellicole spagnole (ma adesso arriva The Orphanage di Juan Antonio Bayona e quindi ci sentiamo tutti un po’ più iberici), dobbiamo rassegnarci alla colonizzazione transalpina, industria cinematografica ben più vivace della nostra e capace di sfornare pellicole interessanti e coraggiose. Grazie alla Francia, tra l’altro, si potrebbe aprire una bella parentesi comparativa col cinema nostrano: i galletti producono action, horror, fantascienza,  musical, commedie, polizieschi, animazione, thriller e noi invece…
Tornando a bomba e alle stagioni del cinema del terrore, bisogna aggiungere che, oltre alle nazioni di provenienza, i vari film possono essere ancor più comodamente catalogati a seconda del sottogenere o, con vezzo cinefilo, a seconda del modello di riferimento. Sappiamo tutti, infatti, come l’horror sia il genere della spudorata reiterazione: gruppo di giovani in luogo sconosciuto e semideserto incontrano stramba famiglia dal discutibile regime alimentare – Non aprite quella porta (1974) di Tobe Hooper, per i più distratti.

Transalpino e spudoratamente derivativo, Frontiers non si discosta molto nonostante i ripetuti tentativi dalla grande massa informe dei film horror degli ultimi dieci (quindici? venti? trenta?) anni. Possiamo apprezzare il tentativo di agganciare scuoiamenti e smembramenti all’odierna situazione politica, nonché la parata di truculenze varie, ma dobbiamo registrare, oltre alla stanca e prevedibile riproposizione di uno schema oramai logoro e abusato, una fastidiosa confusione di fondo dettata probabilmente dalla smania di inserire nel lungometraggio di tutto e di più, finendo per accumulare superficiali metafore politiche, una serie di potenziali finali poco credibili, una sparatoria che sembra maldestramente scippata a Peckinpah, un nonno nazista assai stereotipato, dei bambini-mostro non ben definiti e una giovane mamma palesemente fuori contesto ma utilissima per salvare capra e cavoli.

Xavier Gens, che qualcuno ricorderà per Hitman – L’assassino (2007), prende spunto dalle tensioni e dalle proteste antigovernative di piazza per recuperare le suggestioni socio-politiche degli horror anni Settanta, cercando di aggiornare i contenuti e, di pari passo, le varie e possibili declinazioni dello splatter. Sangue e politica, budella e estrema destra. Il problema di fondo, come detto, risiede nel disordinato e superficiale accumulo di materiale (cannibalismo, nazismo, maternità, razza ariana, torture, sesso) inserito a forza in una struttura narrativa vista e rivista, senza reali guizzi e/o invenzioni. Più che spaventoso, Frontiers è estenuante. Con l’aggravante, per i cultori del genere, di non proporre nemmeno memorabili sequenze splatter. Salviamo l’incipit, qualche scena abbastanza incisiva (della sequenza nel cunicolo, ad esempio, seppur zoppicante nella logica, si può apprezzare la resa visiva e l’inevitabile e fastidiosa sensazione di claustrofobia) e il tour de force della bella protagonista. Il martirio di graziose attrici francesi rischia di diventare una moda.
Tra omaggi più o meno velati e citazioni sparse di Aliens, La mosca, Robocop, (ovviamente) Non aprite quella porta, Misery non deve morire, La casa del diavolo e via discorrendo, avremmo preferito scorgere la geniale ironia di Up! di Russ Meyer.

Info
Il trailer originale di Frontiers.
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