A Christmas Carol

A Christmas Carol

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Pur riconoscendo i notevoli passi in avanti compiuti da Zemeckis e dal suo staff, possiamo riscontrare anche in A Christmas Carol i limiti già palesati nei precedenti The Polar Express e La leggenda di Beowulf: una confezione tecnico-artistica concentrata unicamente sul binomio fotorealismo-fantasmagoria, con uno sfoggio alla lunga stucchevole di ragguardevoli, interminabili e luccicanti piani sequenza.

Performance e redenzione

Ebenezer Scrooge inizia le festività natalizie mostrando il suo solito disprezzo, urlando al suo fedele impiegato e al gioviale nipote. Ma quando gli spiriti del Natale Passato, Presente e Futuro lo portano in un viaggio che gli rivela delle verità che il vecchio Scrooge non ama affrontare, capisce di dover aprire il suo cuore per compensare anni di cattiva condotta… [sinossi]
Buon Natale, zio! Un allegro Natale! Dio vi benedica!
– gridò una voce gioconda.
Era la voce del nipote di Scrooge,
piombato nel banco così d’improvviso
che lo zio non lo aveva sentito venire.
Eh via! – rispose Scrooge – sciocchezze!
A Christmas Carol – Charles Dickens

Zemeckis è uno sperimentatore. Da sempre affascinato dalle ampie possibilità offerte dalle novità tecnologiche, il regista americano si è costruito una carriera – e una filmografia – di livello assoluto, inanellando successi commerciali e pellicole di pregio. Sulla cresta dell’onda dai tempi dello scalmanato All’inseguimento della pietra verde (1984), sostenuto dal Re Mida hollywoodiano Steven Spielberg, il regista-sceneggiatore-produttore di Chicago ha seguito un percorso, a dire il vero assai coerente, che lo ha portato a essere, come James Cameroon e Peter Jackson, uno dei maggiori esponenti del cinema di intrattenimento di altissima qualità. Perfettamente a proprio agio con gli effetti speciali – dalla trilogia di Ritorno al futuro ai macabri trucchi di La morte ti fa bella, passando per i falsi storici di Forrest Gump – e con il cinema d’animazione (il suo capolavoro, tra animazione e live action, Chi ha incastrato Roger Rabbit), Zemeckis ha imboccato da alcuni anni la suggestiva ma sdrucciolevole strada della performance capture con il trittico The Polar Express (2004), La leggenda di Beowulf (2007) e A Christmas Carol, ennesima versione del classico racconto di Charles Dickens.

Se della bizzarra notte natalizia dell’avaro Ebenezer Scrooge sappiamo oramai tutto (tante, tantissime le trasposizioni cinematografiche e televisive) e se Zemeckis ha dimostrato un’attenzione certosina nel trasporre fedelmente lo scritto di Dickens, vale la pena soffermarsi proprio sull’aspetto tecnico, su questa forma espressiva che prevede l’apporto degli attori e la successiva realizzazione in computer grafica, alla disperata ricerca di un realismo visivo mescolato a strabilianti evoluzioni della macchina da presa virtuale, con annessi effetti speciali.
Questa nuova forma cinematografica, amplificata dalle potenzialità del sistema di proiezione IMAX, ripercorre, seppur con i dovuti distinguo, il sentiero già battuto a suo tempo dal rotoscopio: il tentativo di creare figure umane animate realistiche è infatti al centro sia della vecchia tecnica ideata da Max Fleischer – citiamo, tra le applicazioni più convincenti, Biancaneve e i sette nani di David Hand e Il Signore degli Anelli di Ralph Bakshi – sia delle sperimentazioni di Zemeckis [1]. In entrambi i casi, l’obiettivo finale ci sembra, seppur affascinante, alquanto sterile. La perfetta, fotorealistica riproduzione di un attore, che sia in 2D o 3D, ci appare infatti assai lontana dalla vera natura del cinema d’animazione, da sempre alternativa al cinema live per l’innata capacità di materializzare davanti ai nostri occhi un mondo altro, felicemente slegato da preoccupazioni fotorealistiche.

Pur riconoscendo i notevoli passi in avanti compiuti da Zemeckis e dal suo staff, possiamo riscontrare anche in  A Christmas Carol i limiti già palesati nei precedenti The Polar Express e La leggenda di Beowulf: una confezione tecnico-artistica concentrata unicamente sul binomio fotorealismo-fantasmagoria, con uno sfoggio alla lunga stucchevole di ragguardevoli, interminabili e luccicanti piani sequenza che sorvolano i tetti della città o che trascinano il protagonista in impossibili evoluzioni. Poi, sia chiaro, la moltiplicazione sotto varie forme del cast, Jim Carrey in primis, è un divertente escamotage per amplificare le capacità attoriali, il lungo piano sequenza iniziale trasmette allo spettatore tutta la capacità e consapevolezza tecnica di Zemeckis, le rappresentazioni dei vari fantasmi sono esteticamente perfette e via discorrendo. Eppure, tra tanto splendore, si rimane distanti emotivamente, intrappolati in un meccanismo spettacolare che impiega troppe energie a far vedere e troppo poche a raccontare. Della storia di redenzione scritta da Dickens arriva solo un flebile messaggio, stritolato dalla performance capture e dalle acrobazie della mdp virtuale.

Note
1. Nei due film citati l’utilizzo del rotoscopio è, ovviamente, parziale. Nell’altalenante e poco fortunato Il Signore degli Anelli di Bakshi questa tecnica si fonde ottimamente con l’animazione tradizionale, dando vita a suggestivi contrasti visivi. Un esempio parzialmente negativo, nonostante il buon valore complessivo dell’opera, ci è offerto da I viaggi di Gulliver di Dave Fleischer, in cui la sovrapposizione di differenti tecniche stride vistosamente. Per la motion capture, in senso più che positivo, ricordiamo il personaggio di Gollum nella trilogia de Il Signore degli Anelli di Peter Jackson. Un approccio assai distante dall’integralismo di Zemeckis.
Info
A Christmas Carol sul sito della Disney.
Il trailer italiano di A Christmas Carol.
A Christmas Carol su Gutenberg.org.
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