Mammuth

La fotografia sgranata e i colori saturi di molte sequenze di Mammuth, a partire dalla rapidissima e criptica camera-car che apre il lungometraggio, sembrano pennellate di un pittore impressionista: ancor prima del paesaggio, interessano a Delépine e de Kervern le suggestioni cromatiche, le sovrapposizioni tra i colori di ieri e quelli di oggi.

È una questione di metodo…

Dopo aver cominciato a lavorare all’età di soli 16 anni, un operaio vuole fare domanda per la meritata pensione. Ma per fare ciò ha bisogno di andare a ritrovare sei vecchi datori di lavoro che lo facevano lavorare a nero. Convinto dalla moglie, sale sulla sua vecchia moto, una Mammuth (da cui deriva il suo soprannome), e parte alla volta dei luoghi della sua gioventù… [sinossi]

Il baldanzoso duo Gustave de Kervern/Benoît Delépine, divenuto abbastanza celebre anche nel Bel Paese grazie al precedente lungometraggio Louise-Michel (2008), commedia nera politicamente schieratissima, conquista spazio e visibilità alla sessantesima edizione della Berlinale con l’interessante Mammuth, opera minuscola dominata dalla presenza debordante di un ottimo Gérard Depardieu, meravigliosamente rotondeggiante e addobbato come un albero di Natale. De Kervern e Delépine, che hanno il coraggio di mettere in scena vite, personaggi e fisicità solitamente ignorate, se non nascoste, trovano in Depardieu l’interprete ideale: l’attore francese, paradossalmente in magnifica forma, si presta senza problemi a un ruolo che non contempla pudori. La fisicità di Depardieu, con tutti i suoi limiti estetici e salutistici, è un meraviglioso inno alla vita, alla vita di tutti i giorni, al cinema del reale.

Con la sua comicità surreale, i personaggi borderline, le apparizioni fantasmatiche e via discorrendo, Mammuth riesce a catturare le difficoltà del vivere quotidiano, le piccole grandi imprese che ogni stanco e sfatto proletario deve affrontare: dal lavoro ripetitivo, snervante e psicologicamente deprimente alla trappola labirintica delle scartoffie da compilare per ottenere un po’ di giustizia, fino al peso dei giorni passati, delle occasioni oramai perdute, del tempo che passa inesorabile. Uno sguardo sul mondo filtrato da una messa in scena davvero ispirata, capace di sfruttare e rendere visivamente seducenti le imperfezioni tecniche. La fotografia sgranata e i colori saturi di molte sequenze di Mammuth, a partire dalla rapidissima e criptica camera-car che apre il lungometraggio, sembrano pennellate di un pittore impressionista: ancor prima del paesaggio, interessano a Delépine e de Kervern le suggestioni cromatiche, le sovrapposizioni tra i colori di ieri e quelli di oggi.

Il viaggio on the road di Depardieu/Mammuth, centauro degli anni Settanta che viene oramai superato di gran carriera da chiunque, guarda sia al futuro da conquistare (la pensione e nuove prospettive) che a un passato da riconsiderare, da rielaborare (i vecchi amici e, soprattutto, un amore tragicamente mancato). E nella sconfitta che sembra inevitabile di Mammuth, destinato da sempre (per sempre?) ai margini della società, c’è qualcosa di poetico e commovente: in questo ingombrante e maldestro personaggio, che anche i vecchi conoscenti non faticano a definire idiota, con malcelato disprezzo, si nasconde una joie de vivre sorprendente, una forza interiore che ha resistito a ogni pressione. Mammuth avanza imperterrito, con la sua moto d’epoca, con un motorino troppo piccolo per non essere spassoso, a piedi. Avanza nonostante decenni e decenni di faticoso lavoro, tra maiali da macellare e scatoloni da spostare. Il peso degli anni, dei chili di troppo, dell’età e degli acciacchi sembrano non aver affossato definitivamente questo gigante buono, incapace di non infilarsi in qualche guaio, bisognoso dell’amore di Catherine (Yolande Moreau), dell’affetto della stralunata nipote Miss Ming (già vista in Louise-Michel) e del fantasma dell’amore perduto (Isabelle Adjani, le cui apparizioni sono sempre gradite ma, ahinoi, assai rare).

Mammuth lascia in bocca un retrogusto agrodolce, nonostante le risate. Ci lascia quella dolorosa consapevolezza di un sistema sociale ingiusto, probabilmente immodificabile. Eppure lo stupido gigante resiste. Perché dopo essere stato derubato da una seducente truffatrice e insultato da una numerosa serie di persone, dopo aver inutilmente combattuto con un carrello della spesa e dopo aver ammazzato il tempo contando le macchine che passano, è arrivato alla fine del viaggio. E la camera-car, sgranata e satura, si alza nel finale verso il cielo, limpido e di un azzurro intenso. Mammuth non conterà più le macchine. Ha trovato un altro metodo.

Info
Mammuth sul sito della Berlinale.
Il trailer italiano di Mammuth.
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