Sono viva

Sono viva segna l’esordio alla regia di Dino e Filippo Gentili, già sceneggiatori sotto l’egida di Roberto Faenza. Un thriller coraggioso, non del tutto compiuto ma senza dubbio non privo di elementi di interesse.

La morte a vent’anni

Rocco, un giovane operaio, accetta per soldi di trascorrere come guardiano la notte in una villa isolata fuori città, vegliando il corpo senza vita di Silvia, la giovanissima figlia del padrone di casa. Nel corso della nottata, ricevendo visite inattese, Rocco realizza che dietro a quella morte si nasconde un intricato mistero. Appassionandosi al destino della ragazza, all’alba scopre finalmente la verità e trova il coraggio di rendere giustizia a Silvia. [sinossi]

E sono due. La giovane casa distributrice Iris Film sembra infatti trovarsi a proprio agio con i casi più particolari e “difficili” del nostro cinema e senza dubbio si fa notare per il coraggio. I due film in questione sono due thriller: il primo è il fresco La fisica dell’acqua di Felice Farina, l’altro è appunto Sono viva, opera prima di Filippo e Dino Gentili, fino a questo momento attivi prevalentemente come sceneggiatori, soprattutto per le regie di Roberto Faenza. Abbiamo già riferito delle vicissitudini del film di Farina, e di come sia stato decisivo appunto l’accordo con la Iris Film per l’agognata uscita in sala. Una storia non troppo distante, stavolta con problemi produttivi, a quella di Sono viva: il film è stato finanziato in base alla legge sui finanziamenti statali promulgata da Walter Veltroni, ma col cambio di governo e l’avvento di Giuliano Urbani il ministero decide che Sono viva va “rianalizzato” dalla commissione giudicante, e dunque i fondi cancellati. A questo punto i due fratelli portano la decisione in tribunale e gli viene dato ragione; dunque i fondi tornano e il film si fa con una nuova produzione (Metafilm). A tal proposito non può che far piacere la passione di taluni registi che riescono a combattere, se necessario anche con la stessa moneta, le magagne burocratiche e la tirchieria statale, una cosa davvero non da poco. Oltre alle vicende extra artistiche le due distribuzioni della Iris hanno anche altri punti di contatto: se già il thriller è diventato genere anomalo in Italia, ambedue le opere sono anomale anche all’interno del genere stesso. Per quel concerne Sono viva appare evidente la sua genesi in radici culturali profondamente italiane, che si colloca a metà tra convenzioni di genere (poche) e desideri autoriali, e non potrebbe essere altrimenti visto il background professionale dei due registi.

E infatti il protagonista del nostro mistero non è un personaggio qualsiasi, ma precisamente un operaio, che dopo aver perso il lavoro tenta perfino maldestramente il suicidio all’inizio del film. Anche nel plot particolare dei fratelli Gentili, una veglia funebre piuttosto improvvisata da cui si dipanerà il mistero sulla morte della defunta, vi è dunque innanzitutto un’impronta di realismo quotidiano non indifferente. Qualcuno ha ipotizzato nella conferenza stampa succeduta al film due formule ad hoc (la velocità giornalistica nell’etichettare è impressionante): il poco felice “thriller precariale”, e il più decente “thriller dell’anima”. È indubbio che parlare dell’anima, o all’anima dello spettatore (e ci piace citare il Truffaut che disquisiva di “comunicazione da cuore a cuore”), comporta una composizione poetica all’altezza. Di certo alcune idee dei due Gentili sono accattivanti, come il modo alla Fuori orario di Martin Scorsese in cui il protagonista, l’ottimo Massimo De Santis (già visto in Riprendimi di Anna Negri), si trova coinvolto suo malgrado in storie diverse, notturne, in mezzo a disperati e sconosciuti, e anche nei modi in cui il giallo si sviluppa progressivamente con le versioni contrastanti di chi era legato sentimentalmente alla bella vittima. Ad aggiungersi a esse il macabro che permea l’ambiente e i pensieri di ognuno, in quanto la fanciulla morta è sempre lì, distesa sul letto morbosamente in vista e vestita di bianco, tanto che in qualche scena si fa strada la paura dell’assurdo, per noi e per il protagonista, ovvero che la defunta si risvegli. Certamente l’intimità, la nudità con cui viene mostrato il povero precario è qualcosa che si avvicina al senso di anima di cui si parlava.

E ha senso l’idea che poteva portare al ridicolo in altri contesti, ovvero l’attaccamento emotivo del protagonista per una ragazza che non ha mai conosciuto e mai potrà, se non paragonando sé stesso e la sua disperazione all’oggetto inanimato attribuendogli le proprie frustrazioni e i propri desideri. Un rapporto che finisce per essere erotico pur evitando (fortunatamente) la necrofilia. Il fatto è che però si sta sempre parlando di un giallo, peraltro come detto accattivante, che col passare del tempo si sgonfia nella tensione, riempiendosi invece dell’emotività di ogni personaggio, dei disegni manierati dei loro sentimenti (protagonista escluso). Specie nel finale sembra che i due autori abbiano voluto rendere tutte baciate le rime per descrivere le angosce di coloro che rimpiangono la scomparsa. Non si arriva al melenso ma forse non ne siamo troppo lontani, e la trama ne fa le spese chiudendosi quasi a mo’ di fiction, stemperando anche la lunga parentesi, stavolta di amore tra vivi, con una stranamente dimessa Giovanna Mezzogiorno, la quale migliora di film in film. E in parte mitigando la straordinaria presenza di Giorgio Colangeli, padre padrone nella vicenda, self made man di infima categoria, che pur nel dolore non è capace di esprimere gli affetti se non tramite il denaro, e con esso il potere di elaborare e far dimenticare il lutto e il ricordo. Ogni volta che si intravede l’attore il film sale di un’ottava, anche nel suo confronto di sguardi e parole con la creatura a lui antitetica, che definisce “troppo sensibile”, ovvero Massimo De Santis. La fredda e dolente intensità del suo sguardo ci ricorda Rainer Werner Fassbinder quando diceva che “L’amore è più freddo della morte”.

Info
Sono viva, un trailer.

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