Cappuccetto rosso sangue
di Catherine Hardwicke
La rilettura in salsa teen di un grande classico della letteratura dell’infanzia svela ben presto la propria fragilità narrativa: Cappuccetto rosso sangue manca di una sceneggiatura forte, che sappia articolare uno sviluppo intrigante senza rinunciare all’attenzione per l’atmosfera e per la fascinazione estetica.
Finché morso non ci separi
Valerie è una bellissima adolescente contesa da due ragazzi, Peter e il ricco Henry, al quale puntano i genitori. Preoccupati delle intenzioni dei genitori, Valerie e Peter progettano una fuga insieme, ma presto scoprono che la sorella maggiore di Valerie è stata uccisa da un lupo nella foresta del villaggio. Per anni le persone hanno mantenuto uno strano patto con la bestia offrendole in sacrificio un animale ogni mese. Arrabbiati per l’accaduto, gli abitanti del villaggio incaricano padre Solomon di occuparsi della faccenda. Ma l’arrivo del padre viene interrotto da nuovi oscuri eventi… [sinossi]
Catherine Hardwicke, allontanata dalla saga di Twilight del quale ha curato la regia del primo capitolo, torna al cinema con un progetto che sembra subire decisamente l’influenza mediatica del successo dell’epopea dei vampiri ispirata ai romanzi di Stephenie Meyer: Cappuccetto rosso sangue infatti ricalca alcune delle caratteristiche che hanno tratteggiato il racconto della combattuta storia d’amore fra l’umana Bella e il vampiro Edward, trasformando il classico confronto fra la bimba ingenua e il lupo cattivo in una dark-story che intreccia triangoli amorosi, paure ancestrali e atmosfere para-gotiche.
Se già la saga vampiresca aveva rivelato sin dai suoi albori i sintomi di una lampante prevedibilità e ripetitività dell’azione, la rilettura in salsa “teen” di un grande classico della letteratura dell’infanzia svela ben presto la propria fragilità narrativa: Cappuccetto rosso sangue manca di una sceneggiatura forte, che sappia articolare uno sviluppo intrigante senza rinunciare all’attenzione per l’atmosfera e per la fascinazione estetica. Le innumerevoli lacune di scrittura del film della Hardwicke tradiscono peraltro la generale superficialità con la quale il film affronta le diverse tematiche insite allo sviluppo della fiaba, che risulta profondamente impoverita dalla sua rilettura cinematografica: Cappuccetto Rosso infatti vanta una struttura metaforica estremamente suggestiva, che esalta la natura castrante del racconto che tramite la drammatica vicenda della bambina nel bosco tratteggia un macabro ritratto che scava non solo nella violenza e nella perdita dell’innocenza, ma anche nella morale sessuale. Innumerevoli studi e interpretazioni sociologiche e psicoanalitiche – in buona parta ispirate anche alle interpretazioni freudiane -, hanno evidenziato come la fiaba popolare dia voce al timore insito nella società post-medioevale (a dispetto della prima versione ufficiale del racconto che si attesta attorno alla fine del XVII secolo, Cappuccetto Rosso rientrava nel repertorio della tradizione orale in tempi ben precedenti) nei riguardi della crescita delle bambine e in particolare nei confronti dell’iniziazione alla vita sessuale (evocata cromaticamente dalla mantella rossa, il colore della perdita della verginità, della purezza).
Catherine Hardwicke rinuncia in toto a una lettura che scavi nella conturbante complessità della fiaba, limitandosi a tentare di accattivarsi il pubblico adolescenziale con l’espediente della love-story condita da un blando retrogusto orrorifico: Valerie coltiva sin dall’infanzia l’amore per il taglialegna Peter ma la sua famiglia l’ha destinata a un matrimonio combinato con Herny, rampollo di una benestante famiglia di fabbri. Il clima di terrore che si respira a Daggerhorn, villaggio sperduto nella foresta che da anni convive con la minacciosa presenza di un lupo mannaro, è destinato a coinvolgere anche la giovane non solo perché la sorella maggiore finisce fra le fauci della temibile belva ma perché con la “luna rossa” la bestia sembra intenzionata a nutrirsi di carne umana e Valerie sembra essere la preda predestinata.
Il film, adeguandosi al nuovo trend cinematografico ritagliato su misura per solleticare le pruderie giovanili, inizia a declinare una serie di abbozzati richiami all’universo della sessualità adolescenziale, cercando di dare forma alla sottile linea di demarcazione fra passione e orrore: del resto la Hardwicke ha dimostrato il proprio interesse nei confronti della scoperta del sesso e della perdita dell’innocenza, al centro peraltro del lungometraggio d’esordio della regista, Thirteen – 13 anni dedicato al labirinto della trasgressione.
Rinunciando a una deriva strettamente erotica e senza rapportarsi alla leggenda originaria con autentica aderenza, la Hardwicke finisce per prediligere un approccio alla storia più “thriller”, individuando nella “caccia al colpevole” il proprio nucleo fondante, salvo procedere secondo uno schema decisamente lineare che minimizza gli autentici colpi di scena e conducendo ben presto a un finale non propriamente inaspettato. Anche la colonna sonora sembra assimilarsi al target delle scelte operate sul modello della saga Twilight, la cui soundtrack si avvaleva di collaborazioni eccellenti (Radiohead, Muse e Death Cab for Cutie fra gli altri): Cappuccetto rosso sangue si affida a musiche in buona parte targate Fever Ray – pseudonimo di Karin Dreijer Andersson del duo elettropop svedese The Knife- , una scelta che parrebbe muoversi nella direzione di una generale esaltazione del mood “dark-synth” dell’operazione. Nella sostanzialità del prodotto finale però anche queste scelte paiono ridimensionarsi, uniformandosi al carattere ben poco definito dell’esercizio di stile che sembra essere alla base del progetto della Hardwicke.
La suggestione estetica si presenta quindi come importante pilastro nella configurazione della pellicola e la ricostruzione dell’ambientazione e dell’atmosfera ricopre senz’altro un ruolo importante: anche in questo caso però la regista non pare elaborare un personale sguardo sulle location, limitandosi alla riproposizione di modelli già noti: in particolare sembra riecheggiare un generale richiamo alla cupezza inquieta di The Village di M. Night Shyamalan, spogliato però delle sue allegorie e del suo concreto fascino. Dialoghi banali, una regia decisamente poco originale che fa leva sulla continua contrapposizione fra pompose riprese aeree e primi piani serratissimi: è questo il biglietto da visita con il quale si presenta Cappuccetto rosso sangue, thriller fantasy che non inquieta e non appassiona, rinchiudendosi nell’algore di un prodotto ibrido che pare adagiarsi eccessivamente sulle esperienze altrui.
Info
Il sito ufficiale di Cappuccetto rosso sangue.
- Genere: fantasy, horror
- Titolo originale: Red Riding Hood
- Paese/Anno: Canada, USA | 2011
- Regia: Catherine Hardwicke
- Sceneggiatura: David Johnson
- Fotografia: Mandy Walker
- Montaggio: Julia Wong, Nancy Richardson
- Interpreti: Adrian Holmes, Amanda Seyfried, Billy Burke, Carmen Lavigne, Christine Willes, Cole Heppell, D.J. Greenburg, Don Thompson, Gary Oldman, Julie Christie, Kacey Rohl, Lukas Haas, Matt Ward, Max Irons, Megan Charpentier, Michael Hogan, Michael Shanks, Shauna Kain, Shiloh Fernandez, Virginia Madsen
- Colonna sonora: Alex Heffes, Brian Reitzell
- Produzione: Appian Way, Random Films, Warner Bros.
- Distribuzione: Warner Bros.
- Durata: 100'
- Data di uscita: 22/04/2011






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