Torino 2011 – Presentazione
Torino 2011, ventinovesima edizione del festival sabaudo per il terzo anno sotto la direzione di Gianni Amelio, conferma in toto la propria struttura, elefantiaca ma in grado di “parlare” al pubblico cittadino, perseguendo dunque la propria missione culturale.
Le cartelle stampa che i festival distribuiscono per rendere pubblici i titoli selezionati e l’organigramma dell’evento si aprono oramai d’abitudine con una lista nella quale vengono sciorinate tutte le cifre relative all’edizione che si sta sponsorizzando: quanti sono i film selezionati, quanti sono stati quelli scartati, quanti e quali saranno gli ospiti che metteranno piede in sala durante le giornate del festival, e via discorrendo. Probabilmente tali numeri potranno anche venire in soccorso di quella parte della stampa che non ha troppa dimestichezza con il cinema e si affida, per evitare scivoloni troppo grossolani, alla rassicurante certezza della matematica, ma la realtà è che vi sono kermesse che non dovrebbero avere alcun bisogno di specificare il totale delle anteprime mondiali presentate per testimoniare il proprio ruolo di primaria importanza all’interno dello scacchiere festivaliero italiano e internazionale. Il Torino Film Festival rientra di diritto all’interno di suddetta schiera, e il programma apportato per la ventinovesima edizione è lì a dimostrarlo anche ai cinefili più distratti.
Diretto per il terzo anno da Gianni Amelio – il 2012, tranne conferme e prolungamento di contratti, sarà la sua ultima edizione in questa veste – il festival ribadisce almeno sulla carta la volontà di confermarsi alle spalle della Mostra del Cinema di Venezia come la più importante rassegna cinematografica su suolo nazionale: la struttura, com’è giusto che sia, non presenta alcuna modifica, con il concorso ufficiale allestito per accogliere solo opere prime, seconde e terze, il corposo fuori concorso rappresentato da Festa Mobile (suddiviso in Figure nel paesaggio, dedicato ai film di finzione e Paesaggio con figure, adibito ai soli documentari), Onde, sezione trasversale e sperimentatrice curata da Massimo Causo, e Italiana.doc, Italiana.corti e Spazio Torino concentrati in maniera esclusiva sulle produzioni italiane. A corollario del tutto la corposa retrospettiva dedicata a Robert Altman, con tutti i lungometraggi per il cinema presentati insieme a una ricca selezione dei lavori televisivi portati a termine dal grande maestro statunitense, e Rapporto Confidenziale, spazio creato nel 2009 per volere della vicedirettrice Emanuela Martini che ha ospitato finora una retrospettiva di Nicolas Winding Refn (nel 2009) e un excursus sulle derive dell’horror contemporaneo (lo scorso anno). Nel 2011 Rapporto Confidenziale viene consacrato al culto di Sion Sono, tra i più eversivi e geniali cineasti nipponici venuti alla luce nel corso degli ultimi due decenni: in Italia la stragrande maggioranza delle sue opere non si è mai vista, per cui si tratta di un omaggio non solo doveroso, ma fondamentale per permettere al pubblico torinese di aprire gli occhi su una realtà cinematografica scioccante e in continua trasformazione. Come da tradizione non sono pochi i titoli recuperati in altri festival europei, a partire dalla Berlinale e da Cannes, e tuttora inediti in Italia: fanno parte di questa schiera i vari 17 filles di Delphine e Muriel Coulin, Les bien-aimés di Christophe Honoré – presenza oramai fissa sotto la Mole –, La guerre est déclarée di Valérie Donzelli, Midnight in Paris di Woody Allen, Pater di Alain Cavalier, The Terrorists di Thunska, Tatsumi di Eric Khoo, Guilty of Romance di Sion Sono, Hanezu di Naomi Kawase, Sleepless Night Stories di Jonas Mekas, Le Havre di Aki Kaurismäki.
Ma il Festival di Torino non si ferma certo al mero “riciclo” di quanto di più interessante si sia visto nel corso dell’anno in altri lidi, come dimostra in maniera inequivocabile un programma ricco, denso, in grado di spaziare dal documentario all’horror, passando per il dramma intimista, la teenage comedy e chi più ne ha più ne metta: neanche dieci giorni in cui sono concentrati titoli e istanze visive per cui non basterebbero con ogni probabilità tre festival. Tra esordi di registi italiani del tutto sconosciuti (Ulidi piccola mia di Mateo Zoni, unico rappresentante del tricolore in concorso insieme all’opera seconda di Carlo Virzì, I più grandi di tutti), action indonesiani (The Raid del gallese Gareth Huw Evans), squarci di sorridente minimalismo (Either Way di Hafsteinn Gunnar Sigurdsson) e fantascienza dinamitarda e “politica” (Attack the Block di Joe Cornish) il cinema del futuro sarà come sempre tutto da scoprire, godendo anche delle certezze consolidate nel corso degli anni. Perché forse non ci sarà nessun tappeto rosso all’ingresso delle varie sale in cui è dislocato il festival (rispetto alle ultime edizioni è stato abbandonato l’Ambrosio e si è tornati al Reposi, chiuso qualche anno fa dopo essere andato a fuoco), ma di nomi in grado di far strabuzzare gli occhi dei cinefili ce ne sono in abbondanza: oltre ai già citati Kaurismäki, Allen, Cavalier, Kawase, Mekas e Khoo sono infatti quantomeno da ricordare Werner Herzog (Into the Abyss, sulla pena di morte), Martin Scorsese (George Harrison: Living in the Material World), Alexander Payne (The Descendants), Mathieu Amalric (L’illusion comique e il mediometraggio Joann Sfar), Jean-Marie Straub (impegnato con Claire Denis e José Luis Guerín nel Jeonju Digital Project di quest’anno).
Senza parlare dell’omaggio che Onde propone per Eugène Green e di quei registi misconosciuti che i frequentatori di Torino hanno imparato ad amare: come non gioire infatti del ritorno nella città sabauda di Lior Shamriz con Mirrors for Princes, dopo i fasti di Saturn Returns? O di quello di Brandon Cahoon (Intro, a due anni dall’ottimo Parade) e Todd Rohal, che sulle rive del Po vinse nel 2006 con il bellissimo The Guatemalan Handshake e ora torna fuori concorso con il geniale titolo The Catechism Cataclysm? Per riflettere sulla qualità dei film ci sarà tempo e modo dopo il 3 dicembre, ma una cosa è certa: Torino si conferma un vero e proprio polmone verde per tutta l’Italia cinefila, in grado di coniugare la ricerca teorica sull’immagine al puro intrattenimento, la sperimentazione alle derive del popolare, mescolando l’alto e il basso con intelligenza e acume. Un festival che da ventinove anni dimostra di avere la testa sulle spalle, e di saperla usare. Una rarità, di questi tempi.
