Miracolo a Le Havre

Miracolo a Le Havre

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Aki Kaurismäki torna in concorso al Festival di Cannes con Miracolo a Le Havre. Un melodramma in bilico tra tragedia e fiaba, in attesa di un miracolo forse non poi così impossibile.

Il lustrascarpe e il clandestino

Marcel Marx è un uomo di sessant’anni che vive nella località francese di Le Havre, dove lavora come lustrascarpe. La sua è una vita semplice e modesta, ma dignitosa, accanto a sua moglie, che tuttavia gli nasconde di essere gravemente malata. Quando la donna non è più in grado di nascondere la sua situazione, per Marcel è un colpo durissimo. Mentre vaga al porto di Le Havre, incontra un ragazzino africano che rischia di essere rispedito al suo paese. Marcel farà di tutto per proteggerlo… [sinossi]
– I miracoli a volte accadono!
– Non nel nostro quartiere
Dialogo tra il medico e Arletty in Miracolo a Le Havre

Cinque anni: tanto è durata l’attesa per il nuovo film di Aki Kaurismäki. Se si eccettua la parentesi dovuta al breve frammento La Fonderie, inserita nel film collettivo Chacun son cinéma (dove Kaurismäki si è trovato fianco a fianco a colleghi del calibro di Olivier Assayas, Manoel de Oliveira, David Cronenberg, Wong Kar-wai, i fratelli Dardenne, Hou Hsiao-hsien e via discorrendo), era dai tempi di Le luci della sera (2006) che il cineasta finlandese non dava segni di vita artistica. Mai, fino a questo momento, si era dovuto aspettare un tempo così lungo per vedere il ritorno in scena di Kaurismäki: tra l’esordio Saimaa-ilmiö (1981), in cui in co-regia con il fratello Mika veniva rappresentata la realtà rock musicale dell’epoca a Helsinki e dintorni e questo Le Havre Kaurismäki ha portato a termine la bellezza di diciassette lungometraggi, rallentando i ritmi solamente a partire dal Terzo Millennio. La curiosità verso Miracolo a Le Havre era dunque particolarmente giustificata, tanto più che il regista di Calamari Union e Leningrad Cowboys Meet Moses – per citare due dei suoi massimi lavori – ha deciso di allontanarsi dalla natia Finlandia, per organizzare il set nella città portuale francese, centro nevralgico dell’Alta Normandia dopo Rouen. Quello in Francia è in realtà un ritorno: a Parigi nel 1992 fu infatti ambientato Vita da Bohème, tratto dalla celebre novella di Herny Murger. Nel cast dell’epoca, capitanato dal mai troppo compianto Matti Pellonpää (che morirà improvvisamente di lì a tre anni), vero e proprio alter-ego del regista finnico con cui collaborò in dieci occasioni – nove lungometraggi e un corto, il geniale Rocky VI – giocava un ruolo fondamentale André Wilms, protagonista anche di Miracolo a Le Havre e apprezzato tra l’altro in Leningrad Cowboys Meet Moses e Juha.

Insomma, per il proprio ritorno in scena il cinquantaquattrenne nativo di Orimattila ha scelto ancora una volta, pur in “esilio”, di circondarsi dei collaboratori più fidati: nel cast c’è anche la sempre splendida Kati Outinen (al nono lungometraggio con Kaurismäki), la fotografia è affidata a Timo Salaminen (regolarmente al suo posto dal 1981) e il montaggio a Timo Linnasalo, già all’opera su L’uomo senza passato. Anche per questo, indubbiamente, Miracolo a Le Havre è riconoscibile fin dai titoli di testa come “un film di Aki Kaurismäki”: concluse quelle che lo stesso cineasta ha ribattezzato “la trilogia dei proletari” (Ombre in paradiso, Ariel e La fiammiferaia) e “la trilogia dei perdenti” (Nuvole in viaggio, L’uomo senza passato e Le luci della sera), era tempo che la filmografia di questo caposaldo della Settima Arte europea si arricchisse di un nuovo tassello. Pur ignorando se Miracolo a Le Havre rimarrà corpo a sé stante all’interno della sua opera omnia, si può già affermare senza paura di essere smentiti che i codici presenti nelle due suddette trilogie trovano qui una serie non indifferente di punti di contatto. In Miracolo a Le Havre la figura del proletario si lega in maniera indissolubile a quella del perdente: pur vivendo in una città portuale, che fa dei cantieri navali e del commercio con le terre al di là della Manica il proprio interesse primario, il signor Marx – mai cognome fu scelto con maggiore arguzia e precisione – è un lavoratore in proprio, lustrascarpe ambulante che divide la sua sorte con quella di un immigrato vietnamita che si è finto cinese per ottenere il permesso di soggiorno. Una figura dunque borderline, a pochi passi dal vagabondo di chapliniana memoria, simbolo imperituro di un’umanità che non cede ai ricatti e alle imposizioni della società ma cerca propri condotti d’aria per evaderne. Questa visione del contesto in cui vengono a trovarsi i personaggi – il film è letteralmente infarcito di riflessioni contro il governo di Parigi, le leggi sull’immigrazione, lo statuto “borghese” – è punto fermo dell’intera poetica kaurismäkiana: l’eterna elegia della fuga che fa da base portante di tutti i film del regista (fatta eccezione, forse, per il solo Juha) diventa qui paradossale riflessione sull’immigrazione clandestina. Se i protagonisti di Calamari Union, Ariel o Leningrad Cowboys Meet Moses viaggiavano verso est come ironica e impossibile forma di rigetto contro la società capitalistica occidentale, Idrissa, il giovane che viene preso sotto l’ala protettiva dall’anziano Marcel Marx, può raggiungere l’agognata Inghilterra dove si ricongiungerà alla madre solo pagando il viaggio in nave, ben nascosto nella cambusa. Non è più il tempo delle barchette dirette all’orizzonte verso l’Estonia, perché l’Europa è cambiata, senza per questo necessariamente migliorare.

Ma se lo sguardo di Kaurismäki nel precedente Le luci della sera si era fatto cupo e disperato, lontano anni luce da ogni speranza, Miracolo a Le Havre è un favolistico e inaspettato raggio di sole: omaggiando la tanto amata commedia francese d’antan (Marcel Pagnol su tutti), il cineasta finnico mette in scena un’umanità di quartiere solidale e gioiosa, pronta a tutto pur di aiutare il povero ragazzo a non finire nelle grinfie della polizia. Attraverso la messa in scena essenziale, carica di quotidiano surrealismo cui Kaurismäki ha sempre abituato, Miracolo a Le Havre mette in scena una poesia umanista divertente e delicata, pronta a trascendere il reale per raggiungere una fine soddisfacente. E la battuta con cui si conclude il tutto, pronunciata quasi con banalità dalla Outinen, ammette anche il pianto più incontrollato.

Info
Il trailer di Miracolo a Le Havre.
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