Il principe del deserto

Il principe del deserto

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Un nuovo kolossal storico per Jean-Jacques Annaud: Il principe del deserto conferma tutti i (pochi) pregi e i (tanti) difetti del suo cinema.

Sangue nero

Inizio del ventesimo secolo – Arabia. Sotto il sole spietato del deserto, due sultani si incontrano faccia a faccia. Intorno, sul campo di battaglia, i corpi dei loro combattenti. Il vincitore Nesib, emiro di Hobeika, detta le condizioni di pace al suo rivale Amar, sultano di Salmaa. Nessuno potrà mai più reclamare i diritti della cosiddetta terra di nessuno, denominata “La Striscia Gialla”… [sinossi]

Regista sempre in bilico fra lirismo dell’immagine e cadute di tono, fra gigantismo espressivo e sperimentazione ad alto budget, Jean-Jacques Annaud è riuscito nel tempo a costruirsi una reputazione internazionale d’autore dotato di notevole talento visivo, ma spesso incapace di evitare la retorica magniloquente del kolossal, né a schivare un estetismo da rivista patinata. In tal senso, la sua ultima fatica ne rappresenta in tutto e per tutto la cartina di tornasole, lo specchio che riflette in maniera cristallina pregi e difetti di una carriera altalenante e discontinua, capace di forti sussulti (l’esordio vincitore del premio Oscar come miglior film straniero Bianco e nero a colori, L’orso, Il nome della rosa o Due fratelli), prove sospese nella terra di mezzo che lasciano l’amaro in bocca per quello che sarebbe potuto essere e invece non è stato (L’amante, Il nemico alle porte) e pesanti tracolli (La guerra del fuoco, Sette anni in Tibet e Il sostituto). Ne Il principe del deserto c’è, infatti, una piccola parte del meglio e soprattutto il peggio del suo cinema, compresso e inscatolato per l’occasione nel più epico e mediocre dei film da lui diretti in quasi quarant’anni trascorsi dietro la macchina da presa. Dunque, individuare una precisa collocazione tra le tre possibilità sopraelencate, che caratterizzano il corpus filmico del cineasta francese, diventa compito alquanto facile.

Non nuovo a trasposizioni di opere letterarie più o meno celebri (da Duras ad Ainé, da Eco a Curwood, passando per Harrer), Annaud porta sugli schermi un dramma storico dalle venature avventuriere che nasce dalle pagine del romanzo firmato dalla penna di Hans Ruesch, “Paese delle ombre corte”. Un’occasione che il regista francese non poteva di certo farsi sfuggire dalle mani, vuoi per l’opportunità di lavorare ancora una volta su una solida base letteraria, vuoi per l’opportunità di rituffarsi nel passato per narrare una storia portatrice di valori e sentimenti profondamente attuali. Ciò che ne scaturisce però scalfisce solo in minima parte l’enorme potenziale messo a disposizione dal testo originale, tanto dal punto di vista narrativo quanto da quello drammaturgico/contenutistico. La pellicola a conti fatti mette in evidenza profonde lacune che si trasformano presto in ostacoli insormontabili che la fanno sprofondare ben al di sotto della soglia della sufficienza.
Di conseguenza, va a cadere il confronto telefonato con il capolavoro di David Lean Lawrence d’Arabia, che troppo frettolosamente, per esigenze analitiche legate a possibili quanto tirati punti di contatto (il deserto come ambientazione, la natura eroica e il coraggio del protagonista, il genere epico di appartenenza), è stato tirato in ballo, quando forse sarebbe più corretto rievocare un film come la versione di Shekhar Kapur de Le quattro piume, con il quale Il principe del deserto condivide i poco convincenti esiti. Anche se a entrambi va riconosciuto quantomeno il merito di aver saputo soddisfare il desiderio nostalgico dei cinefili nei confronti di quei filmoni di un tempo a base di epici combattimenti di massa, avventure rocambolesche sull’immancabile sfondo di maestosi e suggestivi paesaggi naturali.

Il tallone d’Achille, sul quale possono essere riversati gran parte dei demeriti riscontrabili, che poi alla lunga risulteranno determinanti per il fallimento dell’operazione, è senza ombra di dubbio lo script, al quale non basta nemmeno il contributo in fase di stesura di Menno Meyjes. Un vero peccato, perché l’idea di raccontare la storia attraverso una prospettiva orientale e non occidentale poteva regalare altri risultati, ma alla fine si è deciso di puntare su una visione decisamente politically correct e abbastanza stereotipata per non incappare in un fuoco incrociato di critiche avverse. Il risultato è una sceneggiatura sfilacciata, prolissa e per gran parte tediosa, costellata da pochissimi passaggi degni di nota per spessore ed empatia (il dialogo tra il sultano di Salmaah Amar e suo figlio Auda nella stanza del consiglio), che scompaiono al cospetto di una sequela di scene intrise di stucchevole e banale morale anti-bellica, di denuncia nei confronti della brama di conquista del potere politico, militare e soprattutto economico dei pochi nei confronti dei tanti. Così il tutto si sintetizza in poche parole, intorno al quale il plot gira intorno a vuoto senza trovare mai il bandolo della matassa: per quanti sforzi si possano fare, la guerra resta l’unica strada possibile e la pace un’oasi utopica nel deserto. Il resto delle sottotracce, come ad esempio quella sentimentale (la travagliata storia d’amore tra il principe Auda e la bella principessa Leyla) o quella paterna e fraterna, vengono per forza di cose fagocitate e schiacciate da una struttura che apre e chiude parentesi, invece di creare un equilibrio e una scorrevolezza narrativa in grado di collocare eventi e personaggi nella loro giusta posizione. Quest’ultimi sono quelli che pagano il conto più salato perdendo, strada facendo, di spessore e credibilità agli occhi dello spettatore, chiamato al difficile compito di provare a immedesimarsi in e con personaggi appena delineati e ancora peggio sviluppati nelle rispettive one line (eccezione forse per quello del sultano Amar interpretato da un Mark Strong sempre più in stato di grazia).

Eppure le premesse per fare bene c’erano tutte, vanificate da un approccio superficiale alla materia letteraria che Annaud tramuta in intrattenimento a buon mercato con una messa in scena e una messa in quadro leziose e piegate alle logiche della spettacolarizzazione visiva, piuttosto che alla qualità del racconto, dello sviluppo della storia e dei personaggi che lo animano. Forse per questo motivo Il principe del deserto trova una sua dimensione e una certa concretezza formale solo quando dalle parole si passa ai fatti, ovvero quando l’azione prende il posto della staticità dialogica, come ad esempio nella pregevole ed efficace scena della battaglia tra le dune del deserto di Allah tra il plotone guidato dal protagonista e i potenti cingolati corazzati del nemico.

Info
Il trailer di Il principe del deserto su Youtube
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