Just the Wind

Just the Wind

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Come fosse un guscio vuoto, il cinema di Fliegauf diventa un puro esercizio stilistico e a suo modo autocelebrativo: Just the Wind non racconta realmente la storia di una famiglia gitana, ma si limita a mostrare le azioni dei membri di quel nucleo familiare. In concorso alla Berlinale 2012.

La grande truffa

Anna vive insieme al fratellino Rio, la madre Mari e il nonno Tomi in una fattoria isolata tra le campagne dell’Ungheria. Di origini gitane, Anna frequenta la scuola mentre la madre va a lavorare come donna delle pulizie in un paese vicino, lasciando in casa il nonno, reduce da un ictus, e Rio, che ha il vizio di nascondersi in un granaio abbandonato. Da qualche tempo, però, tutta la zona in cui abitano è teatro dei crimini razziali composti da una banda di teppisti che prende di mira solo gli zingari, con cui Anna e la sua famiglia dovranno loro malgrado fare i conti... [sinossi]

Chiunque abbia avuto in dote l’opportunità di girare per i vari festival internazionali dedicati alla Settima Arte, non avrà potuto fare a meno, una volta raggiunta l’adeguata esperienza, di riconoscere quei film che, privi di un reale spunto personale, vivono della luce riflessa di autori e opere ben più consapevoli da un punto di vista artistico. Una realtà che sta prendendo piede in maniera particolarmente preoccupante soprattutto nelle schiere dei nuovi registi europei: per molti di essi l’ingresso nel panorama internazionale sembra necessariamente dover essere accompagnato da una postura intellettuale perfettamente riconoscibile. Neanche si stesse parlando di un marchio di fabbrica, le nuove generazioni di registi ripetono fino allo sfinimento approcci registici e costruzioni dell’inquadratura che sono figli di autori apprezzati e premiati come i fratelli Dardenne. Proprio ai due registi belgi si deve in gran parte dei casi succitati l’incolpevole ispirazione. A dimostrazione palese di quanto appena scritto arriva la presentazione, nel concorso ufficiale della sessantaduesima edizione della Berlinale, Just the Wind, il nuovo film del regista ungherese Benedek Fliegauf, apprezzato alcuni anni fa per l’ammaliante – ma discontinuo – Milky Way, che venne accolto da grida di giubilo alla sua presentazione al Festival Internazionale del Film di Locarno. Nell’ora e mezza in cui si dipana il film, che narra la giornata-tipo di una famiglia di gitani composta da madre e due figli, preoccupata per l’escalation razzista che ha già portato all’omicidio di altre famiglie zingare nel circondario, Fliegauf porta davanti alla macchina da presa un fastidioso bignami del cinema dei Dardenne: la messa in scena è infatti infarcita di scene di pedinamento dei protagonisti – con macchina a mano rigorosamente a seguire i personaggi –, frammentarietà dell’azione,  laconicità del linguaggio.  

Forse immaginando che basti replicare determinati stilemi artistici per replicare anche la qualità dell’insieme, Fliegauf dimentica completamente per strada l’elemento fondamentale: la narrazione. Come fosse un guscio vuoto, il suo cinema diventa dunque un puro esercizio stilistico e a suo modo autocelebrativo: Just the Wind non racconta realmente la storia di una famiglia gitana, ma si limita a mostrare le azioni dei membri di quel nucleo familiare. Non c’è psicologia in loro, non esiste neanche il benché minimo tentativo di un approfondimento psicologico, viene abbandonato per strada quasi da subito lo spirito di indagine su un mondo a se stante, perfettamente riconoscibile da un punto di vista antropologico. Anzi, viene seriamente il dubbio che l’idea di rendere protagonisti della vicenda gli zingari sia stata dettata al regista dalla necessità di far vivere al film uno scarto improvviso, con i personaggi schiacciati da una minaccia latente: l’impressione è data dallo sguardo superficiale e neanche troppo velatamente razzista lanciato nei confronti della comunità gitana (se si esclude la remissiva e silente famiglia protagonista, gli altri membri della comunità sono rappresentati come violenti, rissosi, sporchi e ubriaconi), e dall’assoluta noncuranza che vengono inseriti nel contesto i loro usi e costumi. Ma forse la colpa più grave di Fliegauf è rintracciabile nella volontà di abbandonare qualsiasi scrittura per lasciarsi guidare dalle sensazioni e dai luoghi: una pratica rispettabile, ma solo se si ha qualcosa da raccontare. Invece Fliegauf sembra francamente essersi lanciato in questa mediocre esperienza registica con l’unico scopo di girare, incurante del perché e del come farlo. Quel che ne viene fuori, inevitabilmente, è un cinema dall’estetica raffazzonata e copiata, perché si tratta di una regia priva di una reale etica. Anche se il rischio che una giuria internazionale venga gabbata da un film come Just the Wind è forte, la speranza è che le nuove generazioni di cineasti che si stanno affacciando sulla ribalta internazionale la smettano di riciclare istanze visive dalle quali possono ricopiare la forma più esterna senza però comprenderne fino in fondo il contenuto, e provino a raccontare storie nelle quali credono davvero.

Info
Il trailer di Just the Wind.
La scheda di Just the Wind sul sito della Berlinale.

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