La leggenda del cacciatore di vampiri

La leggenda del cacciatore di vampiri

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Lincoln abbandona le vesti che tutto il mondo gli riconosce e diventa una sorta di supereroe senza macchia e senza paura per una operazione, come quella di La leggenda del cacciatore di vampiri, che rasenta più volte la soglia del ridicolo.

I vampiri degli stati del Sud

Indiana, 1818. Quando ancora Abraham Lincoln aveva nove anni, sua madre venne uccisa da una creatura misteriosa. Da quel momento, il futuro presidente americano promise di vendicare la mamma combattendo il male e dando la caccia a quelle mostruose creature… [sinossi]

In principio fu Orgoglio e pregiudizio e zombie. Se si vuole cercare un senso compiuto a un’operazione come La leggenda del cacciatore di vampiri, l’unico modo è quello di muoversi all’indietro nel tempo di qualche anno per tornare al momento in cui la Quirk Book decise – dopo non poche discussioni e un oceano di perplessità – di dare alle stampe la rilettura in chiave “risurgente” del capolavoro letterario di Jane Austen. Rispetto al parto creativo della scrittrice inglese (datato 1813, in pieno scalpitio romantico), la chiave di lettura proposta dall’allora sconosciuto Seth Grahame-Smith riguardava ovviamente l’intrusione nella vita della famiglia Bennet e del signor Darcy di un nugolo di zombie affamati di carne umana: un’intuizione perfino rozza, a dire il vero, ma che probabilmente andava a coprire una lacuna nell’immaginario nerd contemporaneo. Il successo di quell’operazione fu di tale portata mediatica da stuzzicare la fantasia di Grahame-Smith: il passo da Orgoglio e pregiudizio e zombie ad Abraham Lincoln: Vampire Hunter è stato infatti fin troppo breve, e forse poco ponderato. Mantenendo la propria indole fracassona il giovane scrittore ha stavolta mirato più in alto: a essere preso di mira e trasformato in un’icona dell’horror non è più dunque uno dei romanzi chiave per comprendere la letteratura inglese dell’Ottocento, ma il simbolo stesso degli Stati Uniti unificati, vale a dire Abramo Lincoln, uno dei padri della nazione a stelle e strisce.

Se i protagonisti di Orgoglio e pregiudizio e zombie dovevano vedersela con una vera e propria falange di morti viventi, il giovane Lincoln impara fin troppo presto a combattere i vampiri, creature della notte dedite ai più sordidi sposalizi con il demonio e bramosi di nutrirsi con il sangue dei giovani statunitensi. Il problema principale de La leggenda del cacciatore di vampiri, che vede in veste di produttore l’intervento di Tim Burton – non pago, con ogni probabilità, di essersi invischiato in digressioni vampiresche nello squilibrato e diseguale Dark Shadows, solo pochi mesi addietro –, non è però relativo al materiale da cui ha preso corpo, o per lo meno non in maniera particolarmente rilevante: il romanzo di Grahame-Smith non entrerà certo a far parte dell’empireo della letteratura statunitense contemporanea, ma una volta preso per quello che è (un divertissement davvero fuori di cervello) riesce persino a smuovere alla risata.
Ciò che invece realmente infesta i fotogrammi del film è la folle riscrittura a cui è andato incontro, lavorata tra l’altro dallo stesso romanziere: del tutto disinteressato a mantenere fede alla pagina scritta, Grahame-Smith aggiunge esagerazione a esagerazione, fino a rasentare le soglie del ridicolo, come palesato nella sequenza della battaglia tra Lincoln e il vampiro che ha succhiato via la vita di sua madre, svolta nel bel mezzo di una mandria di cavalli allo stato brado. Laddove il romanzo cerca di giocare con la verità storica, inserendo il germe del vampirismo in avvenimenti realmente accaduti, La leggenda del cacciatore di vampiri si fa beffe della Storia, spinto dalla smania incomprensibile di dover sempre cercare la situazione più estrema, barocca e (labilmente) sanguinolenta.

Lincoln da par suo abbandona le vesti che tutto il mondo gli riconosce e diventa una sorta di supereroe senza macchia e senza paura, spinto alla lotta suprema per l’esclusivo bene del popolo che l’ha scelto come guida in uno dei suoi momenti più bui – siamo nel pieno della Guerra di Secessione: in questo caso l’idea di affiliare tutti i vampiri all’esercito sudista risulta quantomeno spassosa, per quanto di fin troppo facile lettura. Questa scrittura raffazzonata, anche nella descrizione delle psicologie dei personaggi (si prenda la Mary Ann Todd affidata alle cure della pur volitiva Mary Elizabeth Winstead) viene ulteriormente appesantita dalla regia di Timur Bekmambetov, cineasta russo del tutto inadatto ad affrontare una pellicola di questo tenore: fin troppo serioso nel suo approccio alla macchina da presa, Bekmambetov non sembra infatti aver la capacità di cogliere l’ironia sguaiata che dovrebbe pervadere il film. Ne viene fuori un progetto inutilmente ambizioso, non privo di alcune soluzioni brillanti ma nel complesso del tutto svuotato di una reale necessità cinematografica. Asettico e farraginoso, La leggenda del cacciatore di vampiri è destinato a svanire alla luce del sole. Come ogni vampiro che si rispetti.

Info
Il trailer de La leggenda del cacciatore di vampiri.
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