Gloria

Con Gloria Sebastián Lelio affronta una storia intrigante con troppa accondiscendenza verso l’ambiente borghese che rappresenta. Strepitosa la sua protagonista, Paulina García. Presentato in concorso alla Berlinale 2013.

Diario della MILF latina

Gloria è una donna divorziata di 58 anni che sogna di trovare l’amore e continua a frequentare nuovi uomini nella speranza che scocchi la scintilla. La relazione turbolenta con un coetaneo la spingerà a cambiare opinione sul futuro… [sinossi]

Vi era molta attesa per il film di Sebastián Lelio, co-prodotto da uno dei cineasti più interessanti emersi negli ultimi anni, il cileno Pablo Larraín. E il pubblico della Berlinale, talvolta scettico verso la maggiore austerità di film russi, polacchi o di altre lande dell’Europa Orientale, dai quali chi scrive ha invece ricevuto le suggestioni più forti, si è fatto facilmente trascinare dai toni ammiccanti del lungometraggio latino-americano: viva partecipazione ad alcune scene oggettivamente brillanti e un caloroso applauso alla fine della proiezione. Con in più la sensazione che tanti nel pubblico abbiano sviluppato una forte empatia nei confronti della protagonista, magnificamente interpretata da Paulina Garcia. Tutto questo entusiasmo ci ha contagiato solo in minima parte. Stessa cosa per quanto riguarda la simpatia riscontrata nel personaggio principale. Ma ai motivi di fondo, per cui la nostra risposta emotiva è stata mediamente più fredda, ci arriveremo per gradi.

Cominciamo invece col dire che in un film come Gloria qualcosa di intrigante effettivamente c’è, a partire dalla scelta del soggetto: attraverso le esperienze dal sapore agrodolce cui va incontro la protagonista, il cui nome (evocativo anche dal punto di vista musicale, come vedremo) è per l’appunto Gloria, si familiarizza infatti con il particolare modus vivendi di una tipologia femminile ancora poco approfondita dal cinema contemporaneo. Gloria è una donna un po’ avanti con gli anni ma ancora piacente, già madre, separata da tempo, benestante, che tenta di coniugare i doveri famigliari e lavorativi con uno stile di vita libero, in cui la ricerca del piacere ha un peso fondamentale. La vediamo alle prese con un lavoro che le dà abbastanza soddisfazione, come anche con le sporadiche riunioni che vedono protagonista una famiglia allargata meno conflittuale, tutto sommato, di quanto si potrebbe supporre, mentre gli unici motivi di grossa apprensione sembrano coincidere con le intemperanze di un vicino di casa, mentalmente instabile e per giunta tossico. Ma le giornate di Gloria hanno spesso un’appendice nei night club da cui possono nascere flirt o anche storie più impegnative: di tale spessore sembrerebbe il rapporto iniziato di recente con Rodolfo (un altrettanto convincente Sergio Hernández), non più giovanissimo ma anche lui desideroso di intraprendere nuove storie, nonostante certi comportamenti ambigui e quel velo di mistero sulla sua vita privata, che non lascia presagire nulla di buono.

Ecco, anche dal modo in cui vengono rappresentate certe relazioni, è maturata in noi l’impressione che dietro l’intraprendenza e la libertà sessuale della protagonista si nascondano altri vincoli, che ne corrompono in qualche modo l’impronta blandamente trasgressiva e non convenzionale: perché, invece di godersi con più spensieratezza la vita da single, Gloria si butta senza troppe remore in un rapporto tanto sconclusionato, da cui rischia di ricevere nuove delusioni e magari qualche umiliazione inattesa? Perché non prende le evoluzioni di tale rapporto con la leggerezza del caso?  Forse perché non ha altri pensieri per la testa.

E qui veniamo direttamente al problema maggiore da noi riscontrato nel lungometraggio di Sebastián Lelio: la sua accondiscendenza, mitigata appena da certe notazioni ironiche, verso l’ambiente così “borghesotto” che rappresenta. Non ci pare un caso che le tensioni sociali inerenti all’altra parte del paese, ovvero quella popolazione cilena che magari soffre per la difficoltà ad arrivare a fine mese e non per il vicino isterico o per gli scompensi affettivi creati da un nuovo amante, siano relegati a una specie di fuori campo ideale, comunque citato nelle rare intersezioni tra la vita della protagonista e quel particolare contesto, che di sfuggita fa capolino. Il riferimento è chiaramente alle minacciose immagini di un telegiornale, estemporaneo contrappunto alla consueta diatriba domestica, come anche alla manifestazione in strada da cui Gloria si tiene ovviamente alla larga. Troppo poco, per far pensare che il regista abbia voluto far pesare seriamente lo stacco tra un sentire più popolare e quello che contraddistingue i protagonisti, inseriti più o meno allegramente negli standard economico/esistenziali di una borghesia medio-alta. E questo siamo liberi di non farcelo piacere.

Un po’ come siamo liberi di non esaltarci per l’omaggio finale a Umberto Tozzi, con la protagonista che a livello sentimentale ha appena ritrovato la libertà e tale momento vuole celebrarlo in discoteca: naturale che in sottofondo vi sia la versione spagnola di Gloria, fonte di ispirazione per uno sfrenato, catartico ballo. Ed è un ascolto, quello di Umberto Tozzi, al quale provocatoriamente preferiamo quello di Meravigliosa creatura, la canzone di Gianna Nannini riproposta invece nel tesissimo film rumeno in concorso, Il caso Kerenes (Pozitia copilului) di Calin Peter Netzer. Una scelta di campo non solo musicale, la nostra.

Info
Il sito della Lucky Red, casa di distribuzione di Gloria.
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