Journey to the West

Journey to the West

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Dopo aver annunciato il suo addio al cinema, Tsai Ming-liang regala al pubblico della Berlinale Journey to the West, diamante puro da conservare nella memoria.

L’immagine-senso

Il volto di un uomo esausto dal respiro profondo e, poco distante, il mare. Un monaco buddista che cammina muovendosi con estrema lentezza a piedi nudi attraverso Marsiglia, tra gli sguardi stupiti della gente. L’uomo esausto, ora, prova a imitarne i passi… [sinossi]
Questa è forse la maggiore profondità di Nietzsche, la misura della sua rottura con la filosofia: aver fatto del pensiero una potenza nomade. E anche se il viaggio è immobile, da fermo, impercettibile, imprevisto, sotterraneo, dobbiamo chiederci quali sono oggi i nostri nomadi, chi sono veramente i nostri nietzschiani.
– Gilles Deleuze, 1972.

Il volto segnato e ansimante di Denis Lavant invade completamente l’enorme schermo della sala IMAX al Cinestar, scelta per la proiezione ufficiale di Journey to the West (titolo inglese scelto per la vendita internazionale in vece dell’originale Xi You, e che rimanda alla celebre novella del periodo della dinastia Ming attribuita a Wu Cheng’en): in una singola inquadratura si racchiude il senso stesso dell’intera esperienza cinematografica di Tsai Ming-liang, avvolgendo il pubblico nelle sue dolci e mortali spire. Sono trascorsi solo pochi mesi dall’annuncio in cui Tsai, a ridosso dalla prima proiezione mondiale del superbo Stray Dogs alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, affermava di voler dare l’addio al cinema, dedicandosi in maniera più concreta e diretta all’universo delle istallazioni. In questo senso Journey to the West appare come una smentita e al contempo una conferma di quelle parole: né film (nel senso più basico e reazionario del termine) né video-istallazione (idem), Journey to the West è una creatura inclassificabile, volo pindarico trasformato in terracea realtà, riflessione estrema e stupefacente sul senso dell’immagine e sulla relatività di categorie logore come Spazio e Tempo. Un’opera che compie un passo ulteriore ma anche laterale rispetto non solo alla Settima Arte, ma perfino alla stessa esperienza autoriale del cineasta taiwanese. La verità è che nella sua lucida messa in scena del movimento come essenza primaria e indispensabile della “visione”, Journey to the West sprofonda negli abissi del senso più intimo ed etimologico del κίνημα.

Non è certo un caso che narrare la trama di Journey to the West sia così semplice e immediato: un monaco buddista si muove per la città di Marsiglia a piedi nudi, compiendo movimento così lenti e rarefatti da dare quasi l’impressione di rimanere completamente immobile. Tra gli abitanti della città portuale francese, che osservano ammirati, sbalorditi e divertiti l’incedere del monaco, c’è anche un uomo che, invece di rimanere passivo, inizia a imitarne i gesti ieratici. Tsai compone ogni singola inquadratura come se al suo interno essa dovesse nascere, pulsare, vivere, bruciare e morire: la testa di Denis Lavant, distesa su uno sfondo indefinito sul quale si agita, con la consueta lentezza, il monaco/Lee Kang-sheng, rappresenta forse la più estrema affermazione del cinema di Tsai. Non si tratta di seguire un percorso narrativo, per quanto labile esso possa essere, perché tutto ciò di cui il cinema ha bisogno è un’immagine che non si articoli come subordinata magari splendida ma non vitale di una “storia”, ma che sia da sé, per sé e in sé “storia”. Un processo di reinvenzione dell’immaginario che il cinema di Tsai persegue fin da Rebels of the Neon God, presentato anch’esso nella sezione Panorama (come Journey to the West) nell’oramai lontano 1992, e che aveva toccato con Stray Dogs vette di pura emozione difficilmente raggiungibili.
Ennesimo capitolo del progetto Walk, nel quale il monaco interpretato da Lee attraversa città geograficamente e culturalmente assai distanti tra loro, Journey to the West non corre mai il rischio di essere scambiato per puro esercizio di stile (per quanto sublime esso possa risultare), ma costringe contemporaneamente lo spettatore non solo ad accettare un movimento (in)naturale e una nuova codifica dello spazio-tempo, ma anche a riflettersi nello sguardo allibito e sorpreso degli abitanti di Marsiglia che si imbattono nel laconico buddista. In questa sovrapposizione di sguardi, è proprio Lee Kang-sheng ad apparire corpo estraneo a qualsiasi catalogazione: che stia scendendo i gradini di una scala nel centro cittadino o si stia muovendo lungo una strada affollata e costellata di bar, il monaco è l’elemento alieno, al punto che l’occhio di chi è in sala senza neanche accorgersene ne rincorre le forme all’arrivo di ogni nuova inquadratura, per cercare di riconoscerlo e inquadrarlo nel minor tempo possibile.

Operazione concettuale che arriva a lambire i confini dell’astratto (l’inquadratura speculare e rovesciata delle persone nella piazza, l’immagine tagliata e frastagliata sulla banchina del porto), Journey to the West è anche una riflessione sui rapporti tra oriente e occidente – esplorati in prima persona da Tsai con Visage – e sull’impossibilità di quest’ultimo di andare oltre la mera imitazione del gesto, svuotata però ora da qualsiasi speculazione ulteriore e dunque priva di quell’elettrica energia tirata e pronta a esplodere che sprigionano i muscoli contratti di Lee Kang-sheng. Denis Lavant, che segue a distanza il monaco, è il simbolo di un mondo in completa crisi creativa, disposto a riciclare il “bello” senza accorgersi della sua ineluttabile vacuità. All’interno del palinsesto di una Berlinale deludente come non mai, Journey to the West rappresenta il fiore all’occhiello, l’opera che si abbarbicherà all’anima fino a soffocarla. Con il lento ed eterno movimento di un monaco buddista.

Info
Il trailer di Journey to the West.
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