Il violinista del diavolo

Il violinista del diavolo

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Il violinista del diavolo è un biopic da ascoltare, un po’ meno da vedere, che funziona a intermittenza a causa di una discontinuità drammaturgica piuttosto palese e di un protagonista che andrebbe dimenticato al più presto.

Sulle corde dell’Inferno

Chopin, Schubert, Beethoven, Salieri, Mozart e Liszt: sono solo alcuni dei Maestri della Storia della musica, le cui esistenze e il cui genio hanno trovato spazio sul grande schermo, attraverso una serie di biopic più o meno riusciti. Su di loro si è detto e mostrato molto, a differenza di altre figure altrettanto rinomate, ma le cui vicende personali e pubbliche sono state – e lo sono tuttora – avvolte in un’aurea di mistero che ne ha alimentato per decenni e decenni il Mito. Uno di questi è sicuramente Niccolò Paganini, musicista di insuperabile grandezza e di eguale sregolatezza, vittima e carnefice di se stesso perché schiavo dei vizi e dei piaceri, che lo hanno portato a consumarsi in un percorso di veloce e inesorabile autodistruzione. Una vita, la sua, tutta violino, oro, donne e amor filiale, restituita e tramandata nel tempo da innumerevoli leggende.

Già portato al cinema da Klaus Kinski nel 1990 nell’omonimo Paganini, il violinista genovese riemerge dalle fiamme dell’Inferno a ventiquattro anni di distanza nell’ultima fatica dietro la macchina da presa di Bernard Rose, Il violinista del diavolo, nelle sale nostrane a partire dal 27 febbraio con Academy Two. A differenza di quello raccontato dall’attore e regista tedesco in un ritratto delirante, sconnesso, marcio e carnale, quello dipinto dal collega britannico è il frutto di una versione del Faust filtrata in chiave rockeggiante. Rose, non nuovo a tormentate biografie di musicisti (il pessimo Amata immortale su Beethoven), restringe il campo drammaturgico, focalizzando il baricentro del racconto sulla sciagurata tournée in terra londinese del 1830. Esattamente il contrario di quanto fatto da Kinski, che trasforma un concerto al teatro Regio di Parma in un’occasione per far rivivere al protagonista episodi, successi e ossessioni erotiche. Un restringimento che consegna all’attenzione del pubblico di turno una parentesi, seppur chiave, di un’esistenza in caduta libera, ma senza paracadute. Ci troviamo così a fare i conti con una porzione di biografia che dal punto di vista della narrazione non va oltre la mera e approssimativa sintesi di fatti, eventi, luoghi, acrobazie sessuali e incontri fugaci, cuciti alla meglio all’interno di una sceneggiatura che non fa altro che imbarcare acqua a causa di una discontinuità cronica che nemmeno la regia e il montaggio riescono a limitare.

Se nel primo è lo stesso attore tedesco a calarsi quasi catarticamente nei panni di Paganini, ne Il violinista del diavolo la scelta del regista inglese è ricaduta su un vero violinista, ma con nessuna esperienza recitativa. Questa scelta rappresenta la croce e la delizia dell’intera operazione. Se c’è una cosa che non va rispedita al mittente, infatti, è proprio l’attaccamento alla realtà dal punto di vista della messa in scena delle esecuzioni strumentali, resa possibile dalla scelta di Rose di affidare il ruolo di Paganini a David Garrett che, del maestro genovese, è uno degli eredi contemporanei. Questo permette al film di esprimere e rendere al meglio tanto la componente sonora quanto quella visiva della performance strumentale. Suonare il violino ha un non so che di teatrale, che lo differenzia dagli altri strumenti e ne esalta, non solo l’aspetto prettamente musicale, ma anche quello estetico, che si materializza visivamente attraverso il gesto. Quante volte, infatti, le suddette performance nelle pellicole dedicate a celebri musicisti del passato sono sembrate artefatte, per non dire finte? Dunque, la vera domanda da fare è: meglio un bravo attore che non sa eseguire nemmeno una nota, oppure un musicista che suona alla perfezione ma non sa recitare? A voi l’ardua sentenza. Certo è che se si ripensa al Ray Charles di Jamie Foxx o al David Helfgott di Noah Taylor e Geoffrey Rush, le sublimi interpretazioni attoriali di questi ultimi riescono a supplire alle scarse conoscenze musicali. Ma non è sempre così. Garrett dal canto suo, attraverso quei virtuosismi che gli hanno permesso di vendere più di due milioni e mezzo di dischi in tutto il mondo, restituisce sul grande schermo lo splendore e la magnificenza delle opere paganiniane, come nel caso della lunga sequenza del concerto alla Royal House di Londra, ma non la complessità umana della persona che è stato chiamato a interpretare in veste di attore. I suoi limiti sono troppo evidenti e difficilmente mascherabili dalla macchina cinema. Per cui, la sua performance è senza alcun dubbio, insieme allo script, l’anello debole del progetto. Nemmeno le pregevoli spalle che di volta in volta lo assistono in scena (da Andrea Deck a Jared Harris e Christian McKay) riescono a riportare la sua recitazione grezza su dei binari accettabili. Del resto, di David Bowie ce n’è uno solo.

INFO
Il sito ufficiale de Il violinista del diavolo.
Il trailer de Il violinista del diavolo sul canale youtybe di AcademyTwo.
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