Intervista a Hiroshi Komatsu

Intervista a Hiroshi Komatsu

Docente all’Università Waseda di Tokyo, Hiroshi Komatsu ha portato alla 33esima edizione delle Giornate del Cinema Muto alcune rarità provenienti dalla collezione filmica dell’ateneo. Lo abbiamo incontrato per parlare con lui del cinema giapponese delle origini.

Premio Jean Mitry nel 2002, lo speciale riconoscimento delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone per il restauro e le conservazione dei film, Hiroshi Komatsu è docente di storia del cinema presso la prestigiosa Università Waseda di Tokyo. Alla 33esima edizione delle Giornate ha portato alcune rarità provenienti dalla collezione filmica del Museo del Teatro dell’ateneo, in particolare della donazione Kushima. Abbiamo incontrato il professor Komatsu a Pordenone per parlare con lui del cinema giapponese delle origini.

Ci puoi raccontare come avviene il vostro lavoro di conservazione e restauro delle opere della collezione filmica del Museo del Teatro?

Hiroshi Komatsu: Il Museo dell’Università Waseda è un museo per il teatro ma naturalmente oltre alla funzione di teatro raccoglie materiale per il cinema. Però non ha abbastanza soldi per acquistare le copie dei film, quindi quasi tutti quelli che possiede sono donazioni da collezioni private. Non abbiamo poi tantissimi titoli, credo circa novecento. C’è un archivio ma non è il luogo ideale per la conservazione, per esempio non c’è l’aria condizionata. Il Museo del Teatro non voleva conservare le stampe originali delle pellicole per paura che prendessero fuoco, per cui ne ha fatto delle copie negli anni ottanta abbandonando le stampe originali. Quindi abbiamo solo copie di sicurezza. Per questa collezione abbiamo collaborato col National Film Center di Tokyo, perché abbiamo solo copie a 16mm di questi titoli e non va bene per le proiezioni. Avevamo un progetto per espandere i 16mm in 35mm, quindi abbiamo fatto delle copie certificate dei positivi e dei negativi con il National Film Center di Tokyo. Ora per fortuna abbiamo queste stampe che abbiamo portato a Pordenone.

Ci puoi invece spiegare l’origine e la storia della collezione Kushima?

Hiroshi Komatsu: È una storia interessante perché questo Katsutaro Kushima aveva una casa di distribuzione cinematografica ma aveva anche diversi teatri nell’Hokkaido. Era un business abbastanza grande, aveva credo dieci sale dove non faceva solo film ma anche spettacoli teatrali. Credo che abbia iniziato a distribuire film nel 1907, nel momento in cui il teatro, non il cinema, era ancora la sua principale attività. Non so come funzionasse, ma dopo che aveva proiettato un film nelle sue sale, ne conservava la pellicola. Non so come fosse possibile, perché di solito le pellicole venivano solo noleggiate per poi essere rese al distributore. Quindi accumulò un gran numero di pellicole e nel 1960 ne fece una donazione all’Università Waseda.

Il resto del materiale del Museo dell’Università in cosa consiste?

Hiroshi Komatsu: Di norma film che parlano di teatro e di attori famosi, del teatro kabuki, documentari, filmati privati di attori di kabuki e di attori di cinema famosi in Giappone. Inoltre ci sono adattamenti cinematografici di Shakespeare.

Sempre giapponesi?

Hiroshi Komatsu: No, venivano anche da altre parti, anche dall’America.

Molto del patrimonio storico del cinema muto giapponese è andato purtroppo perduto. Credo che quella giapponese sia, tra le cinematografie più importanti, quella che più ha subito perdite. Mancano molte opere della filmografia del periodo muto di Ozu e Mizoguchi e di un grande regista come Sadao Yamanaka sono rimasti solo tre film. Com’è possibile?

Hiroshi Komatsu: La maggior parte dei film muti è stata persa. Il primo settembre del 1923 ci fu il grande terremoto del Kanto, la regione di Tokyo, e tutti gli archivi di film presero fuoco perdendo le stampe. Alcune invece erano a Kyoto e quindi erano al sicuro, ma dopo questo ci fu anche la Seconda guerra mondiale e nei bombardamenti perdemmo la nostra storia, il cinema giapponese era stato cancellato.

Oltre a questi motivi, non c’è stato anche un ritardo, rispetto ad altri paesi, nell’iniziare le attività di conservazione e restauro? Quando si è cominciato in Giappone?

Hiroshi Komatsu: Il National Film Center è stato fondato nel 1970, e da quel momento ha iniziato raccogliere materiale da ogni parte del Giappone, fino ad essere oggi una grande istituzione. Hanno ancora tante stampe in nitrato di cui bisogna fare delle copie di sicurezza, ma la loro collezione è enorme, quindi non è possibile salvare tutto perché costerebbe troppo. Comunque stanno ancora lavorando alla creazione di stampe di sicurezza di film ritenuti importanti. Però, come ti ho già detto, il nostro museo non ha più pellicole in nitrato.

Qual è la più antica pellicola giapponese conservata?

Hiroshi Komatsu: È un film del 1899, Momijigari (Andiamo a passeggiare sotto le foglie di acero), la ripresa di uno spettacolo kabuki, lo abbiamo nella nostra collezione. Ed è stato portato anche qui, alle Giornate, nel 2002.

E il più antico lungometraggio di fiction conservato? Secondo lo storico Tadao Sato si tratterebbe già di un adattamento di Chushingura, la vicenda dei 47 ronin, dal titolo Matsunosuke no Chushingura (I 47 ronin di Matsunosuke). Questa pellicola dov’è conservata?

Hiroshi Komatsu: Sì, ce l’abbiamo noi. È uno strano film, è una compilation di Chushingura e una parte della pellicola è del 1910, ma un’altra parte del 1915. La nostra copia deriva da un montaggio degli anni Trenta come film sonoro, con musica, ecc. Quindi non è propriamente un film del 1910, ma una pellicola complessa con varie integrazioni. È un film di Shozo Makino, che fece poi un altro Chushingura anni dopo, nel 1928, Jitsuroku Chushingura (Chushingura: la verità), anzi ce ne sono molti girati da lui.

Dei film visti nel primo programma che hai curato qui a Pordenone, solo l’ultimo, Kaminarimon taika chizme no matoi (Il grande incendio presso la Porta Kaminarimon, 1916) è cinema vero e proprio, con location diverse in esterni, mentre i primi tre, datati dal 1909 al 1911, sono teatro filmato, in set teatrali a inquadratura fissa. Questo rispecchia l’evoluzione del cinema giapponese dell’epoca?

Hiroshi Komatsu: A dire la verità c’erano scene in esterni anche nei film più antichi, ma non ci sono rimaste queste copie. Abbiamo però delle foto che derivano dalle riviste di cinema dell’epoca da cui possiamo dedurre che c’erano queste scene in esterni.

Info:
Il sito di Le Giornate del Cinema Muto

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