Pride

Gay e minatori uniti nella lotta contro la Thatcher in una storia di ribellione e solidarietà che non rinnega alcun cliché e punta dritto all’intrattenimento impegnato. L’anti cinepanettone è servito con Pride di Matthew Warchus.

Uniti contro la Thatcher

Siamo in piena era Thatcher, durante lo storico sciopero dei minatori inglesi del 1984. Degli attivisti del movimento gay, spinti dalla solidarietà verso chi, come loro, lotta contro il sistema, decidono di raccogliere fondi per gli scioperanti del Galles. I minatori, però, accolgono con diffidenza l’iniziativa, considerando il sostegno di lesbiche e gay inopportuno e imbarazzante. Ma l’incontro fra i due mondi, difficile per non dire esplosivo, si trasformerà in un’entusiasmante amicizia… [sinossi]

Impegno e intrattenimento, lotta per i diritti civili, solidarietà, diversità, infine anche exploit danzerecci accompagnati da una colonna sonora anni ’80 galvanizzante. E per guarnire il tutto c’è la sempreverde garanzia del “tratto da una storia vera”. Insomma, la ricetta di Pride di Matthew Warchus (un solo film all’attivo: Inganni pericolosi del 1999) è perfetta e promette di saziare l’appetito degli spettatori natalizi poco propensi a concedersi il nostrano cinepanettone, o quantomeno ad ammetterlo pubblicamente. Ma la parvenza di impegno non è l’unico grimaldello preposto a mondare la coscienza del cinefilo delle feste, Pride è infatti nel complesso una macchina da intrattenimento impeccabile e ben oliata, un prodotto britannico invidiabile pur nelle sue, peraltro esibite, ruffianerie. L’equilibrio tra il ricorso ai soliti, funzionali cliché e il rispetto dell’autenticità della bizzarra storia vera qui narrata non era facile, ma Warchus – noto regista teatrale in patria e successore di Kevin Spacey nella direzione dell’Old Vic – riesce mirabilmente nell’intento, soprattutto grazie all’affettuosa devozione con cui si dedica ai suoi personaggi, sempre sospesi tra esaltazione e malinconia, fiducia nella propria lotta e giustificati timori per un futuro non del tutto roseo (lo spettro dell’Aids aleggia implacabile).

Protagonista del film è un drappello di attivisti per i diritti gay che decide, nella mesta era thatcheriana, di combattere la Lady di ferro in maniera trasversale, ovvero appoggiando le proteste dei minatori gallesi in sciopero contro la chiusura delle miniere imposta dal governo. Gay e minatori uniti nella lotta dunque, ma la cosa non è così facile da mettere in pratica, data la mascolina avversità degli scioperanti nei confronti dei vivaci londinesi dalle preferenze sessuali poco consone, almeno apparentemente, al loro stile di vita. Ma con un nemico comune di tal fatta e con la complicità trascinante del potere – seppur poco virile – della danza, la solidarietà saprà farsi strada e spandersi come un contagio inarrestabile anche nella remota località di Dulais, nel Galles, of course. A guidare la trasferta è il tenero ma combattivo Mark (Ben Schnetzer, già visto in Posh e Storia di una ladra di libri) personaggio in cui alberga una mistura di rabbia e tenerezza, eroe new wave dai lati oscuri e impenetrabili. Al suo fianco però, troviamo ruoli meno sfaccettati e dunque assai più rassicuranti, come una lesbica coriacea ed espansiva, una coppia gay più matura e intellettuale, una di lesbiche femministe e impegnate. Infine non può mancare il timido post adolescente Joe, che offre al film la possibilità di aprirsi alle dinamiche classiche del racconto di formazione, dal momento che ancora deve decidersi a fare, al cospetto dei propri genitori, il fatidico coming out.

Questa allegra brigata inizia dunque a raccogliere fondi in favore dei minatori scioperanti e ben presto si ritrova ad accogliere nel proprio eterogeneo ambiente londinese il loro portavoce: Dai (Paddy Considine). Tutto sembra andare per il meglio, tra strette di mano e ringraziamenti, ma in Galles, la situazione è assai più complicata e quando il nostro animato drappello si recherà in loco non tarderà a rendersene conto. Le prime a gettare i propri pregiudizi alle ortiche saranno, naturalmente, le donne di Dulais, con la vistosa eccezione della vera “villain” della situazione, una madre di famiglia locale, inasprita dalla vedovanza nonché dalla crescita in solitaria dei due figli maschi. Il terzetto di cattivi è dunque apparecchiato, ma i toni sono piuttosto fiabeschi, un po’ alla Harry Potter, per intendersi. Poco spazio è dedicato poi in questo affresco umanista dai risvolti sociologici alla politica thatcheriana e ancor meno al milieu dei minatori, tra i quali sono assenti reali personaggi. O, meglio, ci sono in scena soprattutto le loro donne, il portavoce Dai e l’anziano gay inconfesso incarnato da Bill Nighy, mentre i veri lavoratori sono piuttosto delle macchiette indistinte, che grugniscono di disapprovazione scolando la loro pinta di birra d’ordinanza, senza riuscire mai a diventare dei personaggi a tutto tondo.

Due sono i momenti preposti a sancire la nascita dell’annunciata amicizia gay-minatori, entrambi facenti uso della musica come collante e parimenti portatori dei principali pregi e difetti della pellicola. Da un lato abbiamo la trascinante danza inscenata dal vivace attore incarnato da Dominic West sulle note, (manco) a farlo apposta, di Shame Shame Shame, un climax trascinante, sì, almeno in principio, ma a lungo andare la sequenza appare prolungata e sopra le righe, con quell’ancheggiare ripetuto e scomposto sulle tavolate dei sobri minatori riuniti al dopolavoro che sembra voler tirare in ballo più gli spettatori degli astanti. Ancora più interessante nonché esemplificativa del tono prescelto dall’intero film è poi la scena in cui una giovane donna intona a cappella Bread and roses. Si tratta forse del momento più toccante del film, svilito però prima dall’unirsi in coro degli altri presnti, poi dall’intervento invadente della musica extradiegetica, pervasiva e montante. Insomma fiato alle trombe per scuotere le nostre coscienze, ma il risultato è quello di creare una certa distanza, sancita proprio dal fatto che l’accompagnamento è calato dall’alto, laddove la singola voce della donna faceva già perfettamente tutto il lavoro da sola.

È proprio la sovrabbondanza di elementi giusti al posto giusto, di cliché funzionali in un meccanismo già di suo implacabile il problema principale di Pride. Insieme forse a quel suo tenere i reali conflitti fuori campo, a partire appunto da un reale scontro tra gay e minatori, per proseguire con l’immancabile coming out di Joe, rappresentato senza il sonoro, in una sorta di sfondo sfocato e indistinto, con l’assenza di dialogo coperta, ancora una volta, dall’impennarsi protervo della musica. La stessa sorte tocca al già citato spettro dell’Aids, anch’esso tenuto il più possibile ai margini di questa storia di amicizia e solidarietà. Eppure l’avvento della malattia, che pare marciare, tetro spettro, proprio al fianco dei nostri fieri eroi combattenti è forse il contraltare più interessante di questa storia, con il suo preludere ad un’amara chiosa per il film e per la sua gioiosa battaglia di liberazione, una battaglia che ha ancora molte conquiste davanti a sé e diversi pregiudizi da abbattere.

Info
Il sito della società di distribuzione di Pride.
Il trailer italiano di Pride.
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