‘o Re

‘o Re

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Per Mustang Entertainment e CG Home Video esce in dvd uno dei film meno conosciuti di Luigi Magni. ‘o Re è un interessante rilettura della figura di Francesco II di Borbone, ultimo sovrano delle Due Sicilie, che però soffre molto i limiti del nostro cinema anni Ottanta. Buona prova di Giancarlo Giannini, al fianco di un’apprezzabile Ornella Muti.

Nel panorama della storia del nostro cinema Luigi Magni ricopre un ruolo molto particolare. È un autore dalla poetica di rara, quasi maniacale compattezza creativa. Non ha realizzato moltissimi film, e una larghissima parte di essi è dedicata alla rievocazione di un’Italia (quasi sempre di una Roma) a cui era particolarmente affezionato. Quasi come uno studioso che si concentra per tutta la vita su una fetta di storia, per lo più Magni ha dato vita a commedie sulla Roma ottocentesca e papalina, sul Risorgimento italiano e su spinose questioni riguardo al processo unitario nazionale. Se può capitare d’imbattersi in autori dediti per tutta la loro carriera a film storici, d’altro canto è molto più raro incontrare figure artistiche che di opera in opera raccontano una sola epoca, una sola storia, da plurimi e variabili punti di vista.
Certo, Magni si è concesso uscite anche nella Roma antica (Scipione detto anche l’Africano, 1971; Secondo Ponzio Pilato, 1987), ma il luogo d’elezione resta nella maggior parte dei casi le origini dell’Italia unita, i conflitti e le rivoluzioni echeggiate e tradite, le violenze perpetrate nei confronti del popolo. Sempre, si badi bene, dando veste di commedia e di grande spettacolo a tali rievocazioni, non disdegnando accenti polemici e virulenti ma in una chiave palesemente e volutamente semplicistica. La Storia a uso e consumo del grande pubblico, rivestita dell’aggarbante romanesco parlato dai suoi personaggi e di una visione sostanzialmente popolare, se non populistica.
In pratica, il suo cinema s’identifica con un originale connubio tra commedia all’italiana e la storia patria raccontata dal buco della serratura, senza rifiutare reinvenzioni personali e un certo gusto da pettegolezzo d’epoca. Spesso Magni utilizza il passato per parlare del presente, seguendo un movimento allegorico molto frequente nel nostro cinema più popolare, e nel suo cinema il luogo comune popolaresco resta sempre dietro l’angolo. Al di là del puro piacere per lo spettacolo, spesso nel suo cinema è difficile identificare un’intima e “necessaria” esigenza. In pratica, fatta la tara alla ricchezza del profilmico e alla gradevolezza di personaggi, situazioni e interpreti, resta forse poco di veramente significativo e sostanziale, sul piano della riflessione storico-filosofica e ancor meno sotto il profilo strettamente linguistico-cinematografico. Non impareremo mai la Storia dal cinema di Magni e non è certo mai stata la sua ambizione, né ricaveremo lezioni di stile sopraffino o di ricerche sul linguaggio. Semmai possiamo trovarci di fronte a radiografie, di volta in volta più o meno riuscite e veritiere, di un diffuso spirito nazionale, rintracciato nelle sue origini e nei guasti che da sempre ha provocato al nostro paese.

Non fa eccezione ‘o Re (1989), uno dei suoi ultimi film adesso riproposto in dvd da Mustang Entertainment e CG Home Video, una sorta di lungo controcampo a molti dei film precedenti di Magni. Stavolta la Roma post-risorgimentale è infatti appena intravista dalla prigionia dorata dell’esilio di re Francesco II, ultimo sovrano del Regno delle Due Sicilie e detronizzato in seguito al processo d’unificazione italiana. Magni racconta il re “Franceschiello” (così ribattezzato anche da molti specialisti) quando ha già perso il suo regno ed è costretto con la moglie bavarese Maria Sofia a ritirarsi in esilio a Roma, sull’orlo dell’indigenza economica e sostenuto da un fedele e anziano lacchè. Attorno a lui si aggira un esercito di figure sopravvissute a se stesse, dalla matrigna che promuove i propri figli a eredi della corona, a generali militari che da fedelissimi si tramutano in sabaudi. Maria Sofia è più determinata del marito a dare vita a un movimento legittimista che ripristini il Regno delle Due Sicilie rifiutando l’unità d’Italia sotto i Savoia, così come pretende dal re decaduto di dare luce a un vero erede; da parte sua Franceschiello, cattolico osservantissimo e vittima di un’intricata nevrosi nei confronti delle proprie figure genitoriali, vive in condizioni di castità pressoché totale, e in ogni caso rifiuta di avere figli perché il mondo così come si è conformato dopo l’unità d’Italia non gli pare un luogo accogliente per un nuovo venuto. Inoltre, ormai è un re povero e non è sicuro di poter garantire un bel futuro all’eventuale prole. Da tale situazione si dipana una vicenda umana ben intagliata in toni crepuscolari e decadenti, in cui ogni singolo personaggio si profila come il fantasma in vita di se stesso. Franceschiello, Maria Sofia e tutti i loro comprimari sopravvivono a se stessi in un mondo che li ha superati e tagliati fuori, e tutto quel che rimane loro è ripetere all’infinito un copione mentale e comportamentale sul limite della coazione a ripetere. Mentre il sovrano si rinchiude in un suo mondo solipsistico sempre più desolato in cui poter vagheggiare sconsolate nostalgie per la Napoli perduta, la moglie non si dà pace, mira al ripristino del regno e, sentendosi rifiutata dal consorte, cerca eventuali “donatori di eredi”. L’erede, che pure dopo infinite peripezie vedrà la luce, morirà dopo soli tre mesi. Segno tragico della fine di un’epoca, che Franceschiello non ha saputo e voluto padroneggiare.

La figura dell’ultimo re delle Due Sicilie resta molto interessante, non solo sotto il profilo storico ma anche esistenziale, e Magni cerca di costruirgli attorno un contesto da tragedia greca classica, con accenti shakespeariani. Più volte riecheggia il modello di Amleto, sia nel personaggio del sovrano senza terra sia nella stessa struttura narrativa del film. Per buona parte del racconto ricopre infatti ampio ruolo una compagnia di commedianti che fungono da coro classico e da controcanto alle vicende dei regnanti, proprio come succedeva nel teatro elisabettiano e nelle sue consuetudini meta-teatrali. In più, il profilo di Franceschiello ricorda da vicino il principe dubbioso Amleto, simulacro di ambiguità e di impotenza all’agire. Alla radice del disagio del sovrano decaduto è determinante infatti un confronto logorante e nevrotico con la figura paterna, tratto che più amletico non si può. Così come il rifugiarsi in una dimensione malinconicamente giocosa, tutta avvitata intorno al rimpianto per il passato e la terra perduta (il Franceschiello di Magni si mescola volentieri ai commedianti, ballando tarantelle e mangiando spaghetti con le mani), ricorda la fuga dalla realtà, simulata e al tempo stesso reale, del triste principe danese.
Tuttavia, come spesso accadeva nel cinema anni Ottanta di autori dal passato glorioso, ‘o Re appare un film tanto interessante quanto poco riuscito. Come si è detto, sotto il profilo linguistico il cinema di Magni non è mai apparso particolarmente stimolante, ma l’impoverimento espressivo e industriale del nostro cinema anni Ottanta riduce qui il passo narrativo e l’approccio stilistico a un disarmante livello para-televisivo (non del tutto casuale, visto che com’era d’uso in quegli anni nel nostro cinema il film fu montato in versione breve per i cinema e in versione lunga per la tv). Il film risulta infatti spesso goffo e infelice, a partire dall’uso di zoom esasperati e fuori tempo massimo fino alla costante frustrazione delle inquadrature che si vorrebbero di massa, dove di fatto passano sì e no cinque figuranti in costume e l’ampiezza del frame rimane stretta e del tutto inadeguata (si veda, una per tutte, la sequenza dell’attentato al re fuori dal cimitero).
In più, lo stesso profilmico risulta tirato al risparmio. I costumi, che pure raccolsero qualche premio, sono ai limiti di un ricco carnevale, il trucco è spesso risibile, ma soprattutto la scelta di volti e voci risulta spesso poco ottocentesca, a cominciare dalla co-protagonista Ornella Muti (che, malgrado le pessime critiche avute all’epoca, se la cava piuttosto bene alle prese con un personaggio più complesso del suo solito), ben valorizzata nella sua bellezza anni Ottanta ma fisicamente non credibile nei panni della sorella bavarese nientemenoché della principessa Sissi. Alla folla di commedianti è concesso uno spazio anche eccessivo, narrativamente ingiustificato, tanto che spesso appaiono come zeppe riempitive per sopperire all’esilità del braccio narrativo principale.
Non ultimo, è al risparmio il cast di contorno, che mescola con faciloneria una deliziosa caratterizzazione di Carlo Croccolo (il lacchè Raffaele, di argutissimo spirito) all’ultimo ruolo per il cinema di Luc Merenda, un buon ruolo di comprimario per Corrado Pani alle inadeguate Cristina Marsillach e Anna Kanakis.

In tutto questo, Giancarlo Giannini dà forse una delle sue prove migliori, passata ingiustamente inosservata. Per una volta lontano da istrionismi esasperati (o meglio, saggiamente centellinati per dar loro più significato), Giannini restituisce alla figura del re Franceschiello una credibile e sofferta umanità, che travalica i confini della testimonianza storica verso un lancinante senso di tormento universale. Non è dato sapere quanto il Franceschiello di Magni sia storicamente attendibile, quanto sia dovuto a pettegolezzo d’epoca e quanto all’immaginazione dello stesso Magni, ma ciò è in fin dei conti secondario, poiché resta credibile il cupio dissolvi, la tormentata saggezza di un uomo di fatto alla fine della propria vita, con ancora tanta vita davanti da attraversare. La sua resa davanti alla storia e davanti ai suoi doveri pubblici e privati costeggia inquietudini esistenziali di caratura universale, così come la sua nevrotica infantilità si riallaccia ad archetipi psichici assoluti. Certo, nel cinema di Magni non esistono sottintesi, e tutto questo è esplicitato fino al parossismo, ma nell’ordine di uno spettacolo popolare e accessibile, in cui anche un caso da manuale freudiano possa mantenersi trasparente e intelligibile.
La polemica storica, tanto cara a Magni e perseguita in ogni suo film di ambientazione risorgimentale, trova stavolta il suo punto più alto nella morte del Pulcinella, tanto pesantemente simbolica quanto ben restituita nella messa in scena. L’attore che interpreta Pulcinella viene ucciso dai sabaudi perché, mascherato e con armi di legno, viene scambiato per un brigante. Morendo, il Pulcinella ha il tempo di mormorare: “Questi sabaudi non conoscono Pulcinella. Generale, ma che Italia hanno fatto?”. Nella sua semplicità, Magni punta il dito su un doloroso tratto della nostra unità nazionale. Quella di un paese nato per sommatorie di culture locali e per annientamento di alcune di esse, in cui l’unità manca fin dalle origini poiché manca la conoscenza reciproca.
Probabilmente se ‘o Re fosse stato girato dieci o venti anni prima, staremmo adesso a parlare di uno dei film migliori di Luigi Magni, data la bellezza del soggetto e delle figure umane narrate. Purtroppo è caduto a fine anni Ottanta, quando per un cinema così concepito non c’era più spazio, l’industria era tremendamente impoverita, e gli autori di vecchia generazione apparivano vagamente demoralizzati. Ne esce un cinema con momenti anche molto riusciti (il finale, nella sua mesta cupezza, conserva una sua malinconica poesia) e notevoli contributi artistici (la bella canzone originale scritta per il film dallo stesso Magni, musicata da Nicola Piovani e cantata da Angela Pagano), ma purtroppo mai davvero memorabile.

Info
Il DVD non contiene extra.
La scheda di ‘o Re sul sito di CG Home Video.
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