Cha và con và

Cha và con và

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Rapsodico ed ellittico, il vietnamita Cha và con và – in concorso alla 65esima edizione della Berlinale – avanza in maniera convincente e quasi ipnotica lungo la strada della sensualità e della violenza, con il delta del Mekong a fare da minaccioso e primordiale sfondo alla vicenda.

I ragazzi della via Mekong

Tardi anni Novanta a Saigon. Lo studente di fotografia Vu con la sua nuova macchinetta, regalatagli dal padre, esplora quanto vede intorno a lui. In particolare è affascinato dal suo coinquilino Thang, che si diletta tra droga, gioco e prostituzione. Un giorno scoppia una rissa, causata dai debiti di Thang, così i ragazzi – compresi altri due coinquilini – scappano tutti nel villaggio sul delta del Mekong in cui abita il padre di Vu. [sinossi]

Appare decisamente coraggiosa la scelta operata da parte dei selezionatori della Berlinale di presentare in concorso Cha và con và, film del regista vietnamita Dang Di Phan che si articola secondo una narrazione e una quasi-mistica dell’immagine tutt’altro che scontate.
Costruito secondo un accumulo lasco e apparentemente non consequenziale di eventi, Cha và con và preferisce mostrare piuttosto che di-mostrare e lascia ampio spazio alle traiettorie emozionali dei suoi protagonisti. Questi, infatti, più che secondo il raziocinio, si muovono e agiscono guidati da un insopprimibile impulso sessuale e dal desiderio di soddisfare le rispettive pulsioni.
I quattro personaggi principali – lo studente fotografo, il piccolo truffatore indebitato, l’operaio palestrato e il cantante di strada – si aggirano così in una Saigon continuamente sommersa dall’acqua e sempre a metà strada tra civilizzazione e primitivismo. Una contrapposizione che emerge poi con chiarezza nel momento in cui avviene la fuga sul delta del Mekong, quando i quattro si ritrovano a fuggire da una banda di strozzini.

Visionario e viscerale, Cha và con và sembra avere a tratti l’andamento narrativo di alcuni dei film di Hou Hsiao-hsien degli anni Ottanta, come ad esempio The Time to Live and the Time to Die (1985), per poi aprirsi – nel momento in cui si raggiunge la giungla sul delta del Mekong – a una prospettiva quasi-mistica della natura che ricorda per certi aspetti il cinema di Apichatpong Weerasethakul. È lì infatti che la tensione sessuale (ed omosessuale) esplode in maniera incontrollata, dopo essere stata solo evocata in città, nella discoteca in cui si assiste a delle danze lascive o in casa, dove ci si azzuffa come dei bambini sovraeccitati. Una volta che si ritrovano nella giungla, infatti, i personaggi obbediscono completamente al loro Es e si trasformano in animali notturni e minacciosi, nascosti tra gli alberi o tra le acque del fiume, pronti a dare l’assalto alla loro preda.

Il regista vietnamita Dang Di Phan dimostra tra l’altro di maneggiare con spavalda sicurezza la macchina da presa e la gestione dello spazio, così come di saper lavorare con cura sulle aspettative dello spettatore, fino alla inevitabile ‘castrazione’ pulsionale. Cha và con và lo si può perciò considerare come una delle non molte sorprese positive del concorso della Berlinale, insieme ad Ixcanul e ad Aferim! e, anzi, forse superiore ad entrambi, tanto che dopo aver assistito di recente anche a un altro ottimo film vietnamita, Flapping in the Middle of Nowhere di Nguyen Hoang Diep, selezionato alla Settimana della Critica della scorsa edizione veneziana e girato anch’esso con notevole personalità (al netto di alcune ingenuità di racconto), bisogna senz’altro ripromettersi di tenere d’occhio il cinema di quel paese nel prossimo futuro.

Info
La scheda di Cha và con và sul sito della Berlinale.
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