Office

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Presentato tra le Séances de minuit del Festival di Cannes, il thriller orrorifico Office (O piseu) mette in scena una sanguinosa mattanza tra colleghi d’ufficio. Interessante l’incipit e l’ambientazione, ma col passare dei minuti lo script diventa ripetitivo e un po’ troppo scontato.

Il coltello dalla parte del manico

Kim Byung-guk, impiegato in una grande azienda, massacra la sua famiglia e sparisce senza lasciare traccia. L’ispettore Choi Jong-Hoon interroga i colleghi di lavoro di Kim, ma questi sono evasivi, in particolare Lee Mi-rae, una stagista che sembra nascondere qualcosa. L’ispettore Choi scopre che le videocamere di sorveglianza hanno filmato Kim mentre rientrava al lavoro dopo il massacro, ma non risulta nei filmati la sua uscita… dove si è nascosto l’assassino? Tra gli impiegati si diffonde il panico e l’ufficio diventa teatro di misteriosi e terribili avvenimenti… [sinossi]
Datemi un martello.
Che cosa ne vuoi fare?
Lo voglio dare in testa
A chi non mi va, sì sì sì…
Rita Pavone – Datemi un martello

Cerca di imboccare troppe strade il thriller sudcoreano Office (O piseu) di Hong Won-Chan, presentato fuori concorso tra le Séances de minuit del Festival di Cannes: tra martellate in testa, presenze apparentemente fantasmatiche, un poliziotto fin troppo comprensivo e una vita d’ufficio quasi infernale, temi e suggestioni si accumulano un po’ disordinatamente. E superficialmente. Qualche accenno orrorifico, da j-horror all’acqua di rose (le sequenze della macchina, della scrivania, delle scale), e un finale davvero posticcio. Forse ci aspettavamo troppo, viziati dalla solidità del cinema di genere sudcoreano e dalla prima pellicola passata sulla Croisette (Un Certain Regard), The Shameless di Oh Seung-uk, convincente declinazione noir.

L’ambientazione, legata agli sviluppi granguignoleschi, è l’aspetto più interessante di Office. La conferma della centralità di un tema trasversale e internazionale. La crisi, l’instabilità, lo sfruttamento e le ingiustizie (contrattuali, personali ecc) del mondo del lavoro attraversano anche il cinema sudcoreano: si vedano, ad esempio, Cart di Boo Ji-young, passato al Far East Film Festival di Udine, e Madonna di Shin Su-Won, altra pellicola sudcoreana di Un Certain Regard. Quasi inevitabile, quindi, che i corridoi e le postazioni-scatola dell’azienda si trasformino in un letale labirinto inzuppato di sangue. In questo senso, la violenza di Office è generazionale, liberatoria, sacrosanta. Una risposta alla violenza legalizzata subita da precari e stagisti.

Il limite più evidente di Office è però la superficialità, l’accontentarsi dell’idea di partenza e dell’ambientazione, del giochino reale/irreale. A tenere in piedi lo script, già dopo una quarantina di minuti, sono gli omicidi, le modeste derive j-horror. La detection dell’ispettore Choi Jong-Hoon è praticamente superflua e appena abbozzata, come il suo legame con Lee Mi-rae; i colleghi e superiori di Mi-rae non vanno oltre la caricatura, cinici e mediocri impiegati che meritano una brutta fine; l’altra stagista, carina e brillante, è un luogo comune a due zampe. Troppo poco, soprattutto rispetto alle premesse, all’incipit con la città, la folla brulicante, la metro soffocante e la frustrazione del singolo pronto a esplodere. Fuori posto a Cannes.

INFO
Office sul sito del Festival di Cannes.
La scheda di Office sul sito del Kofic.
Il trailer sottotitolato di Office.
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