Duri si diventa

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Duri si diventa, esordio alla regia dello sceneggiatore Etan Cohen manca, paradossalmente, di uno script degno di tale nome, riducendosi a un susseguirsi di gag all’insegna di un umorismo di grana grossa.

Lotta dura senza sceneggiatura

James King, manager di un’importante finanziaria, sta per finire in carcere a causa di una truffa ordita dal suo capo. L’uomo chiede aiuto a Darnell, gestore di un autolavaggio che crede essere un ex detenuto, di fargli un corso accelerato di sopravvivenza dietro le sbarre. [sinossi]

Sceneggiatore dalla carriera non ancora nutritissima, autore di script per serie animate cult come Beavis e Butthead e American Dad, Etan Cohen (da non confondersi, ovviamente, col quasi omonimo fratello di Joel Coen) non è certo autore destinato a lasciare il segno nella storia della commedia americana. Ciò nonostante, qualche titolo indovinato (tra i quali possiamo annoverare gli esempi di Idiocracy e Tropic Thunder) il suo curriculum può anche vantarlo; e proprio per questo, ci si stupisce un po’ di come in Duri si diventa, suo esordio dietro la macchina da presa, a mancare quasi totalmente sia proprio una sceneggiatura. Ciò è vero, almeno, laddove si intenda per sceneggiatura un racconto degno di tale nome, che possa auto-giustificarsi e non servire solo da collante per una serie di gag e trovate comiche estemporanee, figlie di un umorismo quasi sempre pecoreccio e ben lontano da un sano e consapevole politically incorrect. Negli USA, le associazioni LGBT hanno alzato le barricate contro il film di Cohen, a causa di un approccio non proprio simpatico all’universo omosessuale (contraddistinto da battute quali “se chiedi un pompino a un gay, questo non potrà mai rifiutarsi”) e da un assunto di base condito di stereotipi (il carcere come luogo in cui si verrà invariabilmente violentati, in tutti i modi possibili). Ma le basi stesse su cui si regge il film, a nostro avviso, sono talmente fragili, che parlare di omofobia significa dargli una consistenza che non ha.

Se si vuole trovare un qualche elemento interessante in questo Duri si diventa, bisogna fermarsi alla sequenza dei titoli di testa: qui il film giustappone (in modo schematico, ma efficace) le due opposte condizioni sociali dei personaggi di Will Ferrell e Kevin Hart; manager multimilionario e rampante il primo, indebitato gestore di un autolavaggio il secondo. Utilizzando anche lo split-screen, Cohen fa una ricognizione sui due diversi contesti sociali, la villa di lusso che però non è ancora abbastanza per costruire il nido d’amore di Ferrell e della futura moglie (ovviamente la figlia del capo) e l’abitazione in un quartiere periferico tra colazioni consumate di corsa, la bambina accompagnata in una scuola malfamata, la spada di Damocle del mutuo da pagare. Frammenti di bozzetto sociale (pur fortemente stereotipato) che potrebbero suggerire almeno l’intenzione di provare a delineare un contesto, un radicamento della commedia in una realtà specifica, l’abbozzo di uno sfondo, per la storia, con una qualche rilevanza. Velleità che il film annulla rapidamente nei suoi successivi sviluppi: il focus della narrazione, in seguito, si concentra sull’interazione tra i due protagonisti, con Ferrell che, nei guai per una truffa della finanziaria per cui lavora, si convince che Hart, in quanto nero, sia stato in prigione (neanche fossimo negli anni ’70) e lo supplica quindi di tenergli un corso accelerato di sopravvivenza dietro le sbarre. Con risultati, prevedibilmente, tra il grottesco e il catastrofico.

A prescindere dalla fattura prevedibilmente rozza dell’umorismo, dalla natura non proprio sottile delle metafore presentate (a partire da quella del titolo) e dalla grana grossa dell’intera operazione, a colpire (negativamente) è lo sbilanciamento di tutta la storia sul processo di “formazione” del personaggio di Ferrell; tradotto in un susseguirsi insistito, reiterato e alla lunga stancante di gag e rimpalli allusivi tra i due protagonisti. Fino agli ultimi venti minuti, la sceneggiatura si dimentica totalmente del personaggio del capo truffatore, interpretato da Craig T. Nelson, presentando un Ferrell rassegnato a finire in prigione, e per nulla interessato all’idea di dimostrare la propria innocenza. Anche il subplot familiare di Hart viene rapidamente dimenticato, mentre la sceneggiatura evita di giocare sulla sua inadeguatezza come trainer, scegliendo la via più sicura (e banale) delle vessazioni militaresche nei confronti del “povero” milionario Ferrell. Senz’altro non aiuta, nella resa comica dell’insieme, la presenza del doppiaggio, che altera e appiattisce ulteriormente i dialoghi, in un film basato quasi esclusivamente sul ritmo delle battute, e degli scambi tra i due protagonisti. Qualche gag un po’ più divertente delle altre (tra queste, quella di Hart che veste, contemporaneamente, i panni di tre diversi, ipotetici, compagni di cella di Ferrell) avrebbe probabilmente reso meglio in lingua originale.
Resta il fatto, comunque, che sono la concezione, e le stesse fragilissime basi, su cui si regge questo Duri si diventa, a decretarne il fallimento: un umorismo grezzo e stereotipato, giunto oltretutto fuori tempo massimo, con due buoni talenti comici lasciati a sfogarsi e a dare sfoggio (più o meno efficace) di istrionismo. Con tali premesse, la ben povera riuscita del tutto era in fondo tutt’altro che imprevedibile.

Info
Il trailer di Duri si diventa.
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