Labbra di lurido blu

Labbra di lurido blu

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Raro esempio di melodramma erotico-espressionista italiano, Labbra di lurido blu appare oggi un interessante compromesso tra modelli alti e moralismo di ritorno. In dvd per Minerva, Mustang e CG.

Coppia di mezza età alto-borghese, Elli e Marco hanno deciso di sposarsi per cercare di “guarirsi” a vicenda dalle proprie turbe. Lei è sessuofoba-ninfomane, lui un omosessuale represso. A sconvolgere il già precario equilibrio arriverà un contestatore solitario… [sinossi]

Dimenticanze non casuali. Nell’ondata di rivalutazione del cinema italiano di serie B che si è verificata negli ultimi quindici-vent’anni anche fuori dai nostri confini nazionali, ci si può imbattere in qualche interessante trascuratezza. Tra i filoni meno ricordati e ripercorsi occupa infatti un posto di rilievo il melodramma erotico anni Settanta, e ancor più nello specifico il “Gastoni-movie”, tanto per identificare un preciso modello produttivo in cui Lisa Gastoni ricopriva un ruolo di primo piano, sorta di capofila ed exemplum per numerosi film. Non si tratta di cinema strettamente erotico; le scene esplicite sono centellinate e riprodotte con notevole eleganza (dove per eleganza non s’intende il “non-mostrare”, bensì l’inscrizione della sequenza all’interno di un discorso coerente e pertinente) e i punti di riferimento restano alti e colti, in ambito cinematografico e non. Cinematografia tendente all’exploitation in quegli anni come poche altre, l’Italia piega a profitto una tendenza esplosa con Ultimo tango a Parigi (1972) e Il portiere di notte (1974), ma che ha radici ancor più lontane nel cinema anni Sessanta (uno per tutti, il Gastoni-movie per antonomasia Grazie zia, 1968, di ben altra caratura). In pratica, da teorie psicanalitiche e nuove scoperte dell’inconscio, e dalla liberazione di un’enorme energia erotica collettiva dalla metà degli anni Sessanta in poi si passa a una riedizione puramente industriale, in cui si assommano luoghi comuni e cattiva letteratura, copiaincolla delle ispirazioni più diverse e gusto platealmente scabroso.
Per lo più autore di ottimi spaghetti-western (Tepepa, Da uomo a uomo, …E per tetto un cielo di stelle), Giulio Petroni si sperimenta col Gastoni-movie in Labbra di lurido blu (in dvd per Minerva, Mustang e CG), opera che porta in sé i segni più pertinenti di tale tendenza. A ben vedere, la macrostruttura narrativa non è più quella della riflessione seria, credibile e dirompente su Eros e Psiche degli illustri predecessori, bensì si attiene con ogni evidenza al fotoromanzo e al fumettone, che del resto già allignavano in Il portiere di notte, opera tanto epocale quanto pesantemente invecchiata. Se per tre quarti Petroni tenta faticosamente di occultare l’impostazione da rivista femminile (ma i dialoghi lo tradiscono minuto dopo minuto), il fotoromanzo si rivela nell’ultima mezz’ora e dilaga scopertamente sull’onda di un commento musicale di Ennio Morricone che a sua volta alterna toni digrignati a sdolcinatezze, per affidarsi nello scioglimento a incontenibili enfasi. Di fatto, Labbra di lurido blu è un melodrammone erotico senza il solido sostegno di un vero background culturale, e per estremo paradosso si riconverte in occasione di moralismo di ritorno e facili decadentismi alto-borghesi. Assomma e riassume di tutto, da Visconti a Bolognini, dal cinema contestatario al melodramma in aria di Anonimo veneziano (1970).

Lisa Gastoni è stavolta la moglie sessuofobico-ninfomane del professore universitario Corrado Pani, fascistoide e omosessuale represso; i due hanno scelto di sposarsi in un estremo tentativo di “guarirsi” a vicenda da traumi infantili che ne hanno segnato vite e disposizioni erotiche. Ovviamente il tentativo è senza via d’uscita; lui oppone una debole resistenza al ritorno arrembante di un suo ex-compagno inglese, lei passa da un’esperienza sessuale all’altra in un’ottica costante di degrado e disprezzo per se stessa. A spezzare il traballante ménage interviene poi l’esplosione dell’ “amore vero” di lei per un contestatore che vive ritirato dalla società. Il finale tragico è d’obbligo.
L’amore vero redime insomma da turbe e “devianze”, anzi le fa sparire proprio. E’ questo il dato che più di tutti salta agli occhi di un film comunque dignitoso e professionale, e che apre distanze incolmabili dai modelli a monte del Gastoni-movie. E’ un dato primariamente culturale, che probabilmente ha più a che fare con la storia del costume che con la storia del cinema. Quell’ingenuità tipicamente italiana anni Settanta di ricondurre in modo meccanico manifestazioni comportamentali a segni riportati nell’infanzia, che possono essere rimossi semplicemente tramite l’intervento dall’alto di un salvifico (cattolico?) puro amore. Da un lato, potremmo dire che non si può puntare il dito sull’ingenuità di un film realizzato in un contesto storico-culturale diverso dall’attuale: dall’altro, però, abbiamo fior di autori che mostravano ben altra consapevolezza anche molti anni prima di Labbra di lurido blu (Bellocchio, Bertolucci, per non parlare di Pasolini), segnale che la rivoluzione culturale era avvenuta eccome, e Petroni nel 1975 appariva curiosamente attardato pur trattando temi scandalosi.

Ma siamo nell’exploitation, nello sfruttamento massiccio e commerciale di temi scottanti, per cui conta di più l’accumulo di luoghi comuni cinematografici che altro. In tal senso ai tragici ed essenziali incontri di Ultimo tango a Parigi (a suo modo anch’esso un fotoromanzo, ma di altissimo spessore e rigore) si sostituiscono le costanti enfasi di Lisa Gastoni, divina del turbamento borghese, mai in scena senza una sigaretta accesa tra le dita tremolanti, la voce sempiternamente spezzata e roca, monotona nell’impostazione attoriale perché lei sola, altera e inarrivabile, sa quanto soffre e che cosa soffre. Petroni e il suo co-sceneggiatore Franco Bottari raccolgono tutto quel che andava per la maggiore nel melodramma d’epoca, per cui in un film sostanzialmente borghese e finto-amorale ci finisce anche il contestatore redentore, qui ridotto ai minimi termini come una figurina divenuta a sua volta paradigmatica (si è fatto il carcere per aver contestato il papa, capirai…). In pratica è come assistere alla rimessa in scena di un modello espressivo “neo-archetipico” in una mise en abyme di ennesimo livello, come vedere l’Amleto rappresentato in forme sempre più stilizzate fino allo spettacolo di marionette (vedi Rosencrantz e Guildenstern sono morti, 1990, di Tom Stoppard).
Ne è prova la zeppa didascalica della coppia di contadini (Gino Santercole e Margareta Veroni, fresca Miss Italia dell’epoca) che fanno da contraltare alla decadenza borghese, rappresentanti di un eros “sano” e spontaneo, che rischia a sua volta di essere contaminato dalla nefanda alta società. Passa insomma un’idea, assai vulgata e tipica del tempo, della turba erotica come tara e lusso per ricchi annoiati, con reminiscenze non si sa quanto consapevoli di tragedie pregresse come il delitto Casati Stampa, avvenuto pochi anni prima. E non mancano fellinismi a buon mercato (la grassona nave-scuola che appare con effetto alla Méliès), così come volenterosi cenni onirico-grotteschi, a cominciare dalla bella sequenza iniziale.

Per tutte queste ragioni si potrebbe concludere che la mancata rivalutazione non appare casuale poiché stavolta c’è davvero poco da riscoprire, e probabilmente neanche un pazzo scatenato come Quentin Tarantino potrebbe appassionarsi alle verbose disquisizioni di Gastoni e Pani. Troppo moralistiche, troppo pettinate (per la verità, qualche volta Lisa Gastoni si dà pure una pettinata diversa nel susseguirsi del medesimo campo-controcampo), fintamente trasgressive. Non è esattamente così. Perché Labbra di lurido blu si configura invece come un interessante prodotto in qualche modo sfuggito alle mani dei suoi autori, presi in mezzo dal meccanismo contraddittorio di un cinema ipocrita e represso, che in un contesto di “pensiero unico” vive ancora la diversità come devianza. In tal modo il film di Petroni appare un raro esempio di cinema erotico-espressionista, dove il sesso è accompagnato da un’aria di morte e degrado come raramente si è visto nella nostra produzione. La sequenza che dà il titolo al film è a tutt’oggi un grande pezzo di cinema, ben affidato a un uso violento ed espressivo di colore e dettagli. Un rito orgiastico su uno squallido tavolo da biliardo, dove la Gastoni cerca un’ambigua liberazione da se stessa tramite l’auto-annientamento nel sesso di gruppo. Un lampo autoriale raffinato e coraggioso da cinema “involontario”, in cui sembra in gioco la stessa espressività cinematografica, manipolata e imbrigliata da errate letture psicanalitiche e interdetti socio-produttivi. Un cinema così impastato con l’industria e con ingenuità culturali non poteva che trovare rifugio, e respiro di vita, nell’accensione espressionistica del conflitto tra leggi morali e pulsioni. Su quel tavolo da biliardo probabilmente non si compiono scelte cinematografiche del tutto coscienti, ma ci finisce buona parte della società italiana del tempo, autori e attori del film compresi. Ci finisce il pubblico a cui film come Labbra di lurido blu erano destinati, un pubblico scisso tra bramosia del “vedere” e rassicurazioni borghesi. Ci finiscono produttori e autori, animati da un’ambigua buonafede tra cinema alto e tornaconto commerciale puro e semplice. Il compromesso è l’anticamera della perversione.

Info
La scheda di Labbra di lurido blu sul sito di CG Home Video.
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