Carmen torna a casa

Carmen torna a casa

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Carmen torna a casa di Keisuke Kinoshita è il primo film a colori della storia del cinema giapponese. Riscoprirlo a sessant’anni dalla sua realizzazione permette di aprire gli occhi su un’opera preziosa, gioiello di rara vitalità espressiva.

Carmen a colori

Una giovane ragazza che ha lasciato il suo villaggio per affrontare l’eccitante avventura di confrontarsi con la metropoli Tokyo decide di tornare nella sua cittadina natale in compagnia della sua amica Akemi. Ora si fa chiamare Lily Carmen, e nel paese tutti i suoi concittadini ignorano che a Tokyo le due ragazze si guadagnino da vivere facendo le spogliarelliste. Dopo la grande agitazione prodotta tra gli imbarazzati abitanti a causa del vistoso abbigliamento delle giovani e del loro comportamento spregiudicato, Lily Carmen e Akemi guadagnano la stima dei vicini allestendo uno spettacolo di beneficienza per la locale scuola elementare… [sinossi]

Cosa hanno in comune On with the Show (Id., 1929) di Alan Crosland, Giorno di festa (Jour de fête, 1948) di Jacques Tati, Totò a colori (1950) di Steno e Carmen torna a casa (Karumen kokyō ni kaeru, 1951) di Keisuke Kinoshita? All’apparenza poco o nulla, se si esclude un dettaglio tecnico non indifferente: si tratta infatti rispettivamente del primo lungometraggio a colori interamente parlato e dei primi film a colori prodotti in Francia, Italia e Giappone [1]. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale lo studio del colore nell’industria cinematografica si approfondì con grande velocità anche al di fuori dello studio system hollywoodiano. Le cinematografie nazionali iniziarono a sperimentare il colore, destinato nel giro di un paio di decenni a prendere inesorabilmente il sopravvento sulla fotografia in bianco e nero: sovente, per abituare gli spettatori alla novità, i primi lungometraggi live-action a colori sono delle commedie sbarazzine e spensierate. È questo il caso anche di Carmen torna a casa, diciottesima regia di Keisuke Kinoshita in neanche dieci anni di attività dietro la macchina da presa. Shirō Kido, a capo della Shōchiku e fervente promotore dello sviluppo del gendaigeki [2], pensò di affidare a lui il film, colpito dalla sorprendente capacità di adattamento del cineasta ai più disparati generi cinematografici: nel 1951, quando viene portato a termine Carmen torna a casa, Kinoshita ha già dimostrato di sapersi destreggiare con maestria tanto con i drammi quanto con le commedie, e inoltre ha diretto l’horror in odore di melodramma The Yotsuya Ghost Story (Shinyaku Yotsuya kaidan, 1949). L’idea di portare in scena la buffa commedia di costume Carmen torna a casa non venne a Kido e alla Shōchiku solo per riuscire a entrare trionfalmente nella produzione della fotografia a colori, ma serviva a festeggiare i trent’anni di esistenza della major giapponese [3]: un doppio evento, dunque, che doveva essere onorato con un’opera in grado di trascinare in sala le famiglie giapponesi, segnalandosi come uno dei più grandi incassi dell’anno.

Viste le premesse di partenza, l’obiettivo non può che considerarsi raggiunto: a distanza di sessant’anni dalla sua produzione, Carmen torna a casa si mantiene estremamente giovane, grazie soprattutto all’approccio satirico di Kinoshita. Regista sempre attento alla realtà sociale, cantore delle evoluzioni del Giappone del dopoguerra e sagace interprete dei bisogni e delle distonie della nascente borghesia, Kinoshita prende qui di petto il moralismo nipponico, attraverso la messa in scena del piccolo paese in cui Lily Carmen è nata e cresciuta. I concittadini della sorridente e disinibita ragazza rimangono a prima vista profondamente scandalizzati dal comportamento di Carmen e della sua amica: è nel tratteggiare questo aspetto che Kinoshita colpisce davvero il bersaglio, osservando la realtà che lo circonda con occhio sardonico ma al contempo amorevole. Una dicotomia indispensabile per un’opera nazional-popolare, prodotta tra l’altro in seno a una casa di produzione all’epoca all’apice del suo successo e vicina a posizioni conservatrici: ne viene fuori una commedia divertente, pronta a lanciarsi in digressioni musical tutt’altro che stucchevoli o standardizzate, ma soprattutto iper-colorata. Impossibile infatti immaginare Carmen torna a casa senza l’apporto del direttore della fotografia Hiroshi Kusuda [4]: basterebbe anche solo il dualismo cromatico con cui vengono presentate in scena Carmen e Akemi, con la prima inguainata in un abito rosso fiammeggiante e la seconda pronta a rispondere con un vestito a strisce gialle e nere, per comprendere il godimento estatico che si prova a posare gli occhi sulla pellicola. Kinoshita firma una delle sue opere più complete e mature, in cui etica ed estetica si fondono senza ostacolarsi, e allo stesso tempo regala ai posteri un film a suo modo senza tempo: nonostante racconti con precisione e una divertita cattiveria vizi e virtù del Giappone a ridosso dell’occupazione statunitense, Carmen torna a casa vive in un’atmosfera rarefatta, al di fuori dello spazio e del tempo. Non è un caso che tra i vari film che lo omaggiano vi sia anche Pistol Opera (Pisutoru Opera, 2001) di Seijun Suzuki, glaciale e pulsante opera avant-pop, a sua volta priva di un reale tempo di riferimento. Ma a rimanere impresso nella retina è soprattutto il volto di Hideko Takamine, enfant prodige del cinema giapponese che ha attraversato cinquantacinque anni di evoluzioni della Settima Arte a Tokyo e dintorni: appena un anno dopo l’uscita di Carmen torna a casa tornerà a vestire i panni della protagonista nel seguito Carmen Falls in Love (Karumen junjo su, 1952), sempre diretto da Keisuke Kinoshita. Un film, purtroppo, irrimediabilmente in bianco e nero. E non solo nella fotografia.

Note
1. In realtà Giorno di festa di Jacques Tati merita un approfondimento a parte: girato sia a colori che in bianco e nero, il film uscì nelle sale francesi nel 1949, e venne proiettato esclusivamente nella versione priva del colore, per la difficoltà a stampare copie a colori. La versione a colori del film fu riscoperta e valorizzata solo a partire dal 1995.
2. I drammi di ambientazione contemporanea, al contrario dei jidaigeki, che narrano storie ambientate durante i lunghi secoli del periodo Edo.
3. Nata nel 1895 come produttrice di spettacoli kabuki, grazie agli sforzi dei fratelli Takejirō Otani e Matsujirō Shirai, la Shōchiku venne inizialmente chiamata Matsutake, sfruttando parte dei nomi dei due fondatori letti secondo il sistema kunyomi (che prevede la lettura dei caratteri kanji seguendo la lingua dei nativi giapponesi). Dopo avere iniziato a cimentarsi con il cinema all’inizio degli anni Venti, acquistò il nome attuale solo nel 1937, quando i kanji vennero letti seguendo il sistema sino-giapponese onyomi.
4. Fedele sodale di Kinoshita per più di vent’anni, Kusuda lavorerà anche al fianco di Masaki Kobayashi e Nagisa Ōshima.
Info
Il trailer di Carmen torna a casa.
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Questo testo è stato pubblicato per la prima volta nel 2012 all’interno di Nihon Eiga – Storia del Cinema Giapponese dal 1945 al 1969, e viene qui riproposto in una versione leggermente modificata.
Nihon Eiga
Storia del Cinema Giapponese dal 1945 al 1969
a cura di Enrico Azzano e Raffaele Meale
prefazione di Roberto Silvestri
csf edizioni, 2012
ISBN 978-88-905283-1-6
224 pagine, 17 euro

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