In nome di mia figlia

In nome di mia figlia

di

Dedito ad uno stile quasi giornalistico e troppo concentrato nell’evitare ogni sentimentalismo, In nome di mia figlia di Vincent Garenq finisce per riporre eccessiva fiducia nel suo protagonista, Daniel Auteuil e, soprattutto, nella sua “storia vera”.

Padre coraggio

A luglio 1982 André Bamberski viene informato che sua figlia Kalinka, 14 anni, è morta improvvisamente in Germania durante le vacanze con la madre e il patrigno, il dottor Krombach. Le circostanze della sua morte appaiono però sospette; l’atteggiamento di Dieter Krombach e una inquietante autopsia lasciano molte domande senza risposta. André Bamberski è convinto che Krombach sia colpevole e si lancia in una lotta lunga 27 anni, nella speranza di ottenere giustizia per sua figlia. [sinossi]

A volte la realtà supera le più intricate trame architettate da sceneggiatori professionisti. Ma è anche vero che la dicitura “tratto da una storia vera” non costituisce di per sé garanzia, per un film, né della sua necessità né tantomeno della sua validità. Anzi, a dirla tutta, questa epigrafe esposta su locandine e materiali promozionali, al netto del risultato, suona spesso come una mera trovata pubblicitaria, un blasone approntato per solleticare il gusto degli appassionati di loschi fatti di cronaca nera. È di certo alquanto perturbante la storia realmente accaduta al centro di In nome di mia figlia, film diretto da Vincent Garenq che vede tornare sullo schermo in un ruolo da protagonista Daniel Auteuil, recentemente apparso nel nostrano Le confessioni. Mattatore assoluto della scena, Auteuil incarna qui un padre che non si rassegna alla morte della figlia quattordicenne, avvenuta secondo dinamiche poco chiare durante una vacanza in Germania con la madre (Marie-Josée Croze) e il patrigno (Sebastian Koch). Proprio quest’ultimo, come nella più fosca delle fiabe, diviene presto il principale indiziato del decesso della ragazza e contro di lui il padre-vendicatore ingaggerà una lotta legale senza quartiere né sosta, pronta naturalmente a sconfinare in metodologie d’indagine poco ortodosse.

Di pellicole su padri agguerriti intenti a salvare o vendicare le proprie figlie, la storia del cinema è già costellata, indimenticabile in tal senso è senz’altro il ruolo incarnato da Sean Penn in Mystic River (Clint Eastwood, 2003), così come, su un versante meno autoriale e più di “genere” il personaggio interpretato da Liam Neeson in Io vi troverò (Taken, Pierre Morel, 2008), e fortunati sequel (Taken – La vendetta e Taken 3 – L’ora della verità). Mel Gibson poi è quasi uno specialista del genere – probabilmente in virtù di certe sue esternazioni destrorse – dal momento che dopo Fuori controllo (2010) ha realizzato sul tema padre-figlia anche il più recente (e dal titolo piuttosto esplicito) Blood Father, presentato a Cannes 2016 nelle Séance de Minuit.
Il punto di vista prescelto da Vincent Garenq per la sua rivisitazione dell’amore paterno in salsa ossessiva è quella di una cronistoria delle reali vicende, improntata al rigore e il più possibile scevra da sentimentalismi di sorta. L’unica libertà narrativa che il regista si prende è quella di strutturare la vicenda con dei flashback che partono proprio dal momento in cui il suo padre-coraggio infrange la legge, per amore della figlia e sete di giustizia. Quasi un reportage giornalistico, In nome di mia figlia scorre rapido, alternando le indagini in prima persona del protagonista con frammenti da film processuale, senza mai aderire a quest’ultimo genere cinematografico, né all’action-thriller, evidentemente ricusato perché troppo “pop”. Ma Garenq non è Francesco Rosi, e il suo intento civile si dissipa tra le maglie di una storia dove la montante brama di vendetta del padre incarnato da Auteuil finisce per allontanare lo spettatore, anziché coinvolgerlo fino in fondo.

Garenq rinuncia infatti a costruire dei personaggi a tutto tondo, a partire dal “villain” della situazione, quel patrigno-orco incarnato da uno stropicciato e mellifluo Sebastian Koch, proseguendo poi con il ruolo della madre della ragazza (Marie-Josée Croze), le cui ambiguità (il suo restare a lungo al fianco dell’uomo sospettato dell’omicidio della figlia) sulla carta avevano delle potenzialità tragiche qui non ben esplicitate. Nonostante la cospicua presenza sullo schermo, anche la nuova compagna del padre-coraggio (Christelle Cornil) appare poi come una figura evanescente, di passaggio. Insomma il bando messo da Garenq ai sentimenti finisce per ritorcersi contro il funzionamento stesso del film, al punto che – e soprattutto dopo una sequenza in cui vediamo Auteuil blaterare da solo nel suo studio mentre analizza il caso – lo spettatore sospende la sua credulità e finisce per dare ragione agli altri personaggi: il protagonista è impazzito.
L’unico rapporto umano che sembra profilarsi per lui verso la fine della storia, è d’altronde quello con il suo avvocato, ma anche lì, purtroppo, questo legame viene tagliato via e nulla scopriremo mai né del personaggio, né di questa amicizia con il suo cliente.
Nonostante dunque i nobili intenti e una storia vera che fa rabbrividire, In nome di mia figlia cade vittima proprio del suo spirito cronachistico, che lo porta a trascurare i personaggi in scena e a lasciare troppo a briglia sciolta Daniel Auteuil, il cui ritorno in grande spolvero è ancora da venire.

Info
La pagina dedicata a In nome di mia figlia sul sito della Good Films.
  • in-nome-di-mia-figlia-2016-vincent-garenq-01.jpg
  • in-nome-di-mia-figlia-2016-vincent-garenq-02.jpg
  • in-nome-di-mia-figlia-2016-vincent-garenq-03.jpg
  • in-nome-di-mia-figlia-2016-vincent-garenq-04.jpg
  • in-nome-di-mia-figlia-2016-vincent-garenq-05.jpg
  • in-nome-di-mia-figlia-2016-vincent-garenq-06.jpg
  • in-nome-di-mia-figlia-2016-vincent-garenq-07.jpg
  • in-nome-di-mia-figlia-2016-vincent-garenq-08.jpg
  • in-nome-di-mia-figlia-2016-vincent-garenq-09.jpg
  • in-nome-di-mia-figlia-2016-vincent-garenq-10.jpg
  • in-nome-di-mia-figlia-2016-vincent-garenq-11.jpg
  • in-nome-di-mia-figlia-2016-vincent-garenq-12.jpg
  • in-nome-di-mia-figlia-2016-vincent-garenq-13.jpg

Articoli correlati

  • Archivio

    Giustizia privata RecensioneGiustizia privata

    di Efficace nelle scene più cruente, ambiguo da un punto vista etico, Giustizia privata di Gary Gray è il classico film sui "giustizieri fai da te".

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento