The Legend of Tarzan

The Legend of Tarzan

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Cambiando alle storie di Edgar Rice Burroughs luogo ed epoca, David Yates prova con The Legend of Tarzan a dare nuova linfa a quello che è un brand, prima ancora che un’icona: ma il tutto si traduce in una vuota, stanca operazione di maquillage.

Giungla di carta

Tarzan, che ormai da molti anni ha lasciato la giungla, vive ora a Londra con sua moglie Jane, con il nome di John Clayton III. Quando accetta di recarsi in Congo come emissario del parlamento britannico, l’ex re della giungla non si rende conto di essere parte di un complotto ordito dal capitano belga Leon Rom… [sinossi]

Approcciarsi, nel 2016, a un nuovo film su Tarzan significa confrontarsi con un archetipo duraturo e più che mai transmediale, che dal suo secolo (e più) di vita non cessa di proiettare il suo influsso sulle narrazioni cinematografiche, e non, moderne. Come altri archetipi, quello del personaggio uscito nel 1912 dalla penna di Edgar Rice Burroughs è ormai un brand, un marchio prima ancora che un modello narrativo, replicato e parodiato nel corso degli anni fin quasi allo svuotamento di senso. Se l’animazione, nel corso dell’ultimo ventennio, non ha cessato di spremere il personaggio creato da Burroughs (l’ultimo Tarzan animato, diretto da Reinhard Klooss, è datato 2013) il campo delle produzioni live action è rimasto invero latitante di ulteriori riletture (dirette) della figura dell’uomo scimmia. La rinnovata fascinazione per gli archetipi della moderna Hollywood, rinvigorita dalle potenzialità del 3D (a prescindere da quanto queste ultime siano state, negli ultimi anni, effettivamente sfruttate) ha ora spianato la strada per un progetto come quello di The Legend of Tarzan. Progetto significativamente giunto in contemporanea con quello del nuovo Il libro della giungla, di Jon Favreau, adattamento di un soggetto che del personaggio di Burroughs fu, per molti versi, anticipatore e fonte di ispirazione.

Diretto da quel David Yates che ha finora legato il suo nome (quasi esclusivamente) alle trasposizioni della saga di Harry Potter, The Legend of Tarzan modifica luogo e tempo alle vicende narrate da Burroughs, riprendendo di esse solo gli elementi di base. Luogo natale di Tarzan è qui il Congo, poco prima di cadere sotto il dominio personale del re belga Leopoldo II: proprio sulle nefandezze dell’amministrazione del sovrano belga, e sul coinvolgimento di un John Greystoke già sposato e tornato alla vita borghese, si snoda un soggetto che evita di ripercorrere, se non per grandi linee, e in rapidi flashback, la “formazione” dell’eroe. Il tentativo, evidente, della sceneggiatura di Adam Cozad e Craig Brewer è quello di uno svecchiamento di temi e motivi delle storie dello scrittore statunitense, con lo scopo (anche) di ribaltarne il sostanziale giustificazionismo nei confronti del colonialismo. Tentativo apprezzabile negli intenti quanto, di fatto, fallimentare nei risultati: l’intreccio del film mostra una schematicità e un’assenza di zone d’ombra tali da farlo ricadere nel semplicismo, nel rigetto di uno sguardo davvero credibile sulle appena accennate dinamiche politiche dell’epoca (siamo nel penultimo decennio del 1800). Le velleità di ricostruzione storico/sociale vengono presto abbandonate per abbracciare (specie nella seconda parte del film) una narrazione in cui gli schieramenti, e le motivazioni, siano facilmente e intuitivamente individuabili.

Scopo dello script sembra essere quello del riposizionamento di un’icona (e dell’immaginario che questa porta con sé) nelle logiche narrative semplificate del blockbuster moderno, rivolgendosi a un pubblico che conosca, nelle loro linee basilari, genesi e snodi principali dell’esistenza del personaggio. Scopo che si traduce nell’approccio registico di Yates, artigiano fattosi le ossa nella televisione britannica, poi prestato a Hollywood: questi conferma l’apprezzabile gestione del ritmo e la sicurezza nella messa in scena già mostrati nei suoi precedenti lavori, ma anche il sostanziale disinteresse per una narrazione armonica e coerente. Ne deriva un gusto visivo a tratti accattivante (aiutato da un buon uso della stereoscopia), innervato da uno sguardo non privo di fascinazione, pur nel suo inevitabile approccio semplificato, sugli ambienti teatro della storia; gusto che tuttavia, privo com’è di una narrazione solida a compenetrarlo e giustificarlo, finisce per compiacersi di se stesso divenendo vuoto immaginario da villaggio turistico. La mera, stanca replica del motivo del “buon selvaggio” di Jean-Jacques Rousseau tornato alla vita borghese (al centro dei romanzi originali) unita allo spreco del potenziale derivato dal nuovo setting della storia, sono esemplificativi di un’operazione di maquillage del soggetto che resta tutta esteriore, finendo per scontentarne tanto gli esegeti, quanto gli spettatori che ne auspicassero una vera reinterpretazione.

Caratterizzato da una narrazione lineare, volutamente prevedibile negli snodi quanto stanco nell’approccio al materiale che tratta, il film di Yates sembra più vetrina per i bicipiti di Alexander Skarsgård, nonché per gli stucchevoli e gratuiti virtuosismi messi in campo dal regista, che reale tentativo di rilettura di un’icona popolare. Ne è ulteriore prova lo spreco di talento di un interprete come Christoph Waltz, qui villain più monodimensionale e incolore del solito, costretto in una reiterazione di cliché che il mestiere (e il naturale istrionismo) non riescono stavolta a mascherare. Le cose non vanno certo meglio a un Samuel L. Jackson che, vista la nulla utilità del suo personaggio nell’economia narrativa del film, avrà ampiamente avuto modo di rimpiangere il suo ruolo nei prodotti del Marvel Cinematic Universe. Il discreto climax finale, e la continua mobilità della macchina da presa di Yates (apparentemente preoccupato, in primis, di mascherare l’esilità dell’impalcatura del film) non riescono a salvare il progetto dal tedio e dal sentore di posticcio che vi aleggiano intorno. Con l’unico risultato di consegnare alle cronache cinematografiche, nel 2016, l’ennesimo prodotto che annoveri nel suo titolo il nome (e poco altro) del personaggio creato da Burroughs.

Info
Il trailer di The Legend of Tarzan.
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