Destruction Babies

Destruction Babies

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Presentato al Festival del Film Locarno nella sezione Cineasti del presente, Destruction Babies di Tetsuya Mariko è una storia di desolazione esistenziale, di vuoto assoluto delle nuove generazioni nipponiche che si esprime in una sequela interminabile di risse tra gang rivali.

La nuovissima storia dei clan di Taira

Mitsuhama, una noiosa cittadina portuale in Giappone. Abbandonati dai genitori, Taira e Shouta Ashiwara, due fratelli adolescenti, abitano in un cantiere navale in prossimità del mare. Taira si azzuffa spesso con studenti provenienti da altre parti della città, ma un giorno ha la peggio e scompare. Mentre Shouta lo cerca dappertutto, Taira, spinto dal proprio ego ostinato che rifiuta la sconfitta, si imbarca in un viaggio di violenza attraverso le strade della città, alla ricerca di altri contendenti da battere. [sinossi]

Il fenomeno del bullismo assume toni sempre più preoccupanti in Giappone. In questo contesto sociale, di degrado giovanile in una piccola città portuale anonima, con il suo caratteristico matsuri, la festa tradizionale locale, il regista Tetsuya Mariko mette in scena un campionario di ulteriori segnali di disagio, dalla ludopatia alla cleptomania. Giovani che sfrecciano in skateboard, che occupano le sale gioco, l’evoluzione dei pachinko, che commentano le loro gesta riprese sull’immancabile smartphone sui social. E le risse – si arriverà anche a tirare fuori i coltelli – avvengono nella totale impunità. Non c’è traccia di forze dell’ordine in tutto Destruction Babies, presentato tra i Cineasti del Presente a Locarno 69, salvo i poliziotti verso la fine.

Non è comunque il facile sociologismo che interessa al regista, che è lontano tanto dalla furia giovanile distruttrice dei protagonisti di Koji Wakamatsu, tanto dall’adolescenza disfunzionale di Kids Return o Elephant, quanto la messa in scena di una rissa continua, di una coazione incessante a fare a botte, di un’energia cinetica di cui è carico il protagonista, che diventa indispensabile per i personaggi come respirare. Sembra un’ulteriore declinazione della desolazione ritratta nel cinema nipponico del post-Fukushima, e Destruction Babies si può collegare ad altre due visioni del cinema nipponico recente. La prima è Cut, approdo giapponese di Amir Naderi, dove il protagonista, questa volta prendendole, interiorizza quella stessa violenza latente nella società; la seconda è Artist of Fasting, l’ultimo film di Masao Adachi, dove all’opposto è la condizione di immobilità a esprimere l’opposizione alla società. Ci possiamo avvicinare anche alla concezione del cinema di Takeshi Miike di una violenza sempre latente della nostra epoca, pronta ad affiorare, a sgorgare quando salta un tappo. Ed è una violenza atavica, come suggerisce che il matsuri d’autunno della città origina in tempi remoti da conflitti tra contadini e pescatori.

Sono risse spettacolari quelle realizzate da Tetsuya Mariko, ottimamente coreografate, ed estremamente realistiche nella loro dinamica, la bellezza della violenza, che generano un paradossale effetto di partecipazione e tifo tanto nello spettatore quanto nei personaggi del film che riprendono, come dei registi interni al film, sempre tutto con i loro smartphone per poi postare le immagini sui social. E il linguaggio dei social è usato e assimilato da Tetsuya Mariko da cui comunque vuole anche elevarsi. In questo senso potrebbero essere letti i due momenti di viraggio del colore, come nel muto, in due scene di tonalità seppia all’inizio e alla fine del film.

Info
La scheda di Destruction Babies sul sito del Festival di Locarno.
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