Lion – La strada verso casa

Lion – La strada verso casa

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Dramma biografico articolato lungo un trentennio, sospeso tra due continenti, Lion soffre di un’estetica da spot pubblicitario, restando didascalico e poco incisivo nella narrazione. Film di chiusura dell’undicesima edizione della Festa del Cinema di Roma.

Ruggiti attutiti

Nato in un villaggio rurale del Bengala, il piccolo Saroo sale su un treno che lo conduce a Calcutta, perdendosi in seguito nella grande metropoli. Sopravvissuto alle insidie della vita di strada, il bambino viene adottato da una coppia di coniugi australiani. Un ventennio dopo, il venticinquenne Saroo, determinato a ritrovare le sue radici, decide di utilizzare Google Earth per localizzare il suo paese natale… [sinossi]

Scelto per la chiusura dell’edizione 2016 della Festa del Cinema di Roma, volto a ribadire (com’è già stato per l’apertura) una malintesa tendenza alla grandeur per la manifestazione diretta da Antonio Monda, Lion è un racconto di formazione che si snoda attraverso un trentennio di storia (e due continenti) tratto dal libro di memorie scritto dall’australiano di origini indiane Saroo Brierley. Una vicenda di ricerca e riscoperta delle proprie radici, sospesa tra due mondi e incentrata sulle potenzialità (e i rischi) della memoria.
Il film, che segna l’esordio nella regia di un lungometraggio per il regista di origini pubblicitarie Garth Davis, denuncia da subito l’attitudine a un’estetica mutuata proprio dal mondo degli spot, levigata e sovraccarica insieme, che al realismo della messa in scena antepone l’intento di dare uno sfondo significante (e autoevidente) a una vicenda di immediata leggibilità. Le landscape sconfinate delle regioni rurali indiane, da cui la storia muove, cedono presto il passo a quelle urbane della metropoli di Calcutta, con lo stesso, trasparente scopo di accentuare visivamente l’isolamento del giovanissimo protagonista. Così, allo stesso modo, la parte del film ambientata in Australia è costellata di frammenti di memorie e sogni, variamente montati con la storyline principale, esplicitamente tesi a ribadire i concetti di sradicamento e voglia di riscoperta del passato.

Sontuosa co-produzione internazionale (i paesi coinvolti sono Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia), concepito e confezionato anche in chiave-Academy, Lion vanta un’estetica e un cast di immediata presa, denunciando tuttavia la sua scarsa preoccupazione per i concetti di misura e credibilità del racconto. Tutto, fin dalle prime immagini del film, appare all’insegna dell’enfasi e della sottolineatura emotiva più smaccata, di una voglia di leggibilità della narrazione che si fa spesso stucchevole didascalismo. Non c’è tempo per gli approfondimenti del contesto, né per una reale ricognizione sui due universi (e sulla loro contrapposizione) attraversati dal protagonista: nel momento in cui questi viene accolto nella sua nuova famiglia, e poco prima che si inizi solo ad abbozzare un rapporto col fratello adottivo, il film fa un salto temporale di un ventennio.
La sceneggiatura, così, non ha il tempo per sviluppare (e forse neanche è interessata a farlo) il tema del nuovo radicamento del protagonista, così come quello, in seguito rivelatosi centrale, del legame affettivo progressivamente instaurato con i suoi tutori. Tutto viene messo volutamente tra parentesi, dato per scontato, affidandosi unicamente (e non è un bene) ai due immobilizzati personaggi interpretati da una Nicole Kidman più legnosa del solito, e da un poco convinto David Wenham.

La stanca seconda metà del film, tutta incentrata sul richiamo esercitato sul protagonista dalla sua terra d’origine (e sull’inespresso senso di colpa nei confronti del fratello maggiore) è giocata su uno stucchevole didascalismo, fatto di frammenti onirici insistiti e reiterati (a mescolare, senza soluzione di continuità, memoria e sogno) uniti a qualche pacchiana figura retorica (il giovane indiano avvistato dal protagonista in una delle sue escursioni nei boschi). Il tutto, sempre all’insegna della pesante sottolineatura di atmosfere e dettagli visivi, di uno scolastico calligrafismo che passa sopra a qualsiasi concetto di asciuttezza ed equilibrio narrativi.
Lion, di fatto, vuole essere un melò senza averne gli strumenti: la sceneggiatura, superficiale e pensata in funzione di uno spettacolone “muscolare” ed enfatico, non scava nella lacerazione vissuta dal protagonista (quella tra una hometown sepolta nella memoria – ma fortemente anelata – e la rassicurante civiltà che lo ha accolto in sé); dando per scontata un’adesione emotiva che viene sollecitata da una parte dalle sue laccate immagini, dall’altra da un pomposo commento sonoro. Un attore esperto come Dev Patel fa il possibile per dare spessore e forza drammaturgica a un personaggio che chiede, senza offrire molto in cambio, un’adesione emotiva incondizionata.

Ci si emoziona paradossalmente di più, nel complesso del film di Garth Davis, durante la sequenza dei titoli di coda, in cui viene descritta la reale storia di Saroo Brierley e vengono mostrate le sue foto (insieme a quelle degli altri personaggi a cui il film si ispira). Qui, i caratteri che il film ci ha schematicamente introdotto sembrano assumere quella tridimensionalità (e quello spessore) portati dalla consapevolezza della realtà vissuta: quella di una storia dalla portata epica di cui abbiamo potuto vedere (sfortunatamente) solo una versione piatta e semplificata.

Info
Il trailer di Lion su Youtube.
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