Dragonfly Eyes

Dragonfly Eyes

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Presentato in concorso al Locarno Festival, Dragonfly Eyes, del regista cinese Xu Bing, racconta una storia di amori e solitudini nell’alienazione della moderna Cina, usando materiale proveniente dal footage di telecamere di sorveglianza. Approccio interessante e originale, ma il giochino finisce per prevalere rivelandosi in definitiva sterile.

Quando Wong Kar-wai incontra Paperissima

Ciascuno di noi viene seguito da telecamere di sicurezza in media 300 volte al giorno. Questi “occhi” che vedono tutto osservano anche Qing Ting, una giovane donna, mentre esce dal tempio buddhista dove si sta preparando per diventare monaca. Torna al mondo reale per lavorare in una fabbrica, dove un tecnico, Ke Fan, si innamora di lei. Nel tentativo di piacerle, Ke Fan infrange la legge e finisce in prigione. Scontata la pena, non riesce a ritrovare Qing Ting e la cerca disperatamente, fino a scoprire che la ragazza si è reinventata come celebrità del web con il nome di Xiao Xiao. Ke Fan decide a sua volta di reinventare se stesso. [sinossi]

La nostra vita è continuamente sotto osservazione, da parte di telecamere di sorveglianza piazzate ovunque, come fossero i mille occhi del dottor Mabuse, il controllo totale degli individui da parte di un qualche regista e manovratore occulto. Non è occulto invece il regista cinese Xu Bing, che decide di costruire il film Dragonfly Eyes, presentato in concorso a Locarno, come un patchwork di footage proveniente proprio dalle riprese autentiche da parte di telecamere di sorveglianza. Materiale quindi ordinato per costruire una struttura narrativa, con l’aggiunta di voci over, una semplice love story tra due esseri umani, Xiao Xiao e Ke Fan, come – a parte il tragico epilogo – un film di Rohmer o Wong Kar-wai. Anzi Dragonfly Eyes sembra quasi l’attualizzazione di Hong Kong Express, storie di persone che si incrociano e si perdono, si cercano e ricercano, all’interno di un’alienazione metropolitana, storie di identità mutevoli all’interno di un paese in trasformazione velocissima.

Xu Bing usa il linguaggio odierno e, oltre alle riprese da telecamere sempre con il timecode e/o un logo, aggiunge scene di chat, immagini pervase da emoticon o da scritte. Il linguaggio della contemporaneità fatto di definizioni basse, slabbrate, in un mondo dove la produzione, proliferazione e la comunicazione di e per immagini filmate è diventata un obbligo. Il film segue questo melting pot figurativo con scene tra loro estremamente eterogenee, più o meno nitide, immagini diurne e notturne all’infrarosso, ecc. e anche sistemi grafici interni, figure scansionate, squadrate da linee grafiche, secondo una sperimentazione visiva già utilizzata, con grande impatto, dal regista giapponese Mamoru Oshii in opere come Tokyo Scanner.

Non pare esserci nella visione del regista una condanna della pervasività di questi dispositivi che ci sorvegliano, ma solo una presa d’atto. Solo un momento d’ironia, quello delle forze di polizia, gli unici che sarebbero titolati a usare queste riprese, che sono in realtà impotenti e non riescono a ritrovare la ragazza. La proliferazione infinita delle immagini ha generato una melma indistinguibile. La love story del film è comunque, pure nella sua dinamica, influenzata e teleguidata da onnipresenti telecamere. Ke Fan conosceva già Xiao Xiao, la osservava dal suo monitor.
Non è esente il tempio buddhista, dove inizia e finisce il film, elemento di un percorso umano e spirituale dei personaggi, dove pure ci sono mille occhi a spiarci. Non rappresenta un qualcosa di separato dalla frenesia urbana, anzi, in quanto mete turistiche visitate da tutti, anche gli edifici spirituali devono essere messi sotto controllo. Da questo punto di vista le regole che si dà il regista Xu Bing sono ferree. Nessuna ricostruzione, tutto dovrebbe provenire da materiale preesistente. E a questo si deve l’ellissi della parte in prigione, semplicemente perché le riprese interne di un carcere non sono state ottenute dal regista.

L’approccio di Xu Bing è indubbiamente interessante, ma il giochino gli sfugge di mano e finisce per diventare fine a se stesso. Dragonfly Eyes sovrabbonda di immagini fino a generare un’overdose, e a quelle necessarie per la narrazione il regista ne aggiunge molte altre. Immagini forti tratte da un repertorio di riprese di sorveglianza, pestaggi, incidenti stradali, investimenti di mucche fino all’aeroplano che si schianta. Immagini da telegiornale. E poi scene buffe, ma crudeli, come la ragazza che scivola in acqua, del livello di quelle di incidenti domestici che girano come gif animate e che hanno fatto la fortuna di trasmissioni televisive di livello infimo come fu il caso di Paperissima. Un immaginario sciatto e di estrema pochezza dove annegano le pur belle idee di Xu Bing.

Info
Dragonfly Eyes, la scheda sul sito del festival di Locarno.
Il trailer di Dragonfly Eyes su Youtube.
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