Aperti al pubblico

Aperti al pubblico

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Con la sua macchina da presa, Silvia Bellotti entra in un ufficio comunale e scruta gli impiegati che navigano tra faldoni, e si interfacciano con il pubblico. Aperti al pubblico è il ritratto di un cliché italiano quale la farraginosa burocrazia, presentato al Festival dei Popoli, nel Concorso italiano.

Vecchia piccola burocrazia

L’Istituto Autonomo per le Case Popolari di Napoli gestisce i 40.000 alloggi presenti in città e nella provincia. Gli uffici sono il palcoscenico di accesissime tenzoni verbali tra gli impiegati – cui spetta applicare leggi e regolamenti con imparzialità – e moltitudini di utenti che presentano casi di difficile ed imprevedibile soluzione… [sinossi]

Quando si vede un documentario come questo, Aperti al pubblico, presentato al Concorso italiano del Festival dei Popoli, non ci può non porre l’interrogativo di quale accordo possa aver preso la regista, Silvia Bellotti, e gli impiegati, e il pubblico, dell’Istituto Autonomo per le Case Popolari di Napoli, oggetto del suo sguardo. Come li ha convinti a rimanere naturali, a comportarsi come sempre, senza essere influenzati dalla vicinanza di una macchina da presa. C’è, a dir la verità, uno sguardo in camera, che ci conferma la sua presenza, ma non fa testo perché è quello del cagnolino di uno degli utenti, una signora. E a parte questo, la presenza della filmmaker e della sua troupe sembra in effetti essere stata invisibile, a differenza di tante cose che ci capita di vedere. Com’è possibile che gli impiegati non si siano accorti di dare spettacolo di quello che è considerato uno dei mali dell’Italia, la burocrazia lenta in cui tutto si insabbia, un ostacolo all’efficienza della cosa pubblica? La realtà è che Aperti al pubblico non funziona come satira della pubblica amministrazione, e, se era questo che voleva cercare Silvia Bellotti, alla fine ha trovato altro.

Aperti al pubblico è in realtà il documentario su un piccolo mondo antico, un antro polveroso, con le pareti tappezzate di scaffali pieni di faldoni, e le stanze occupate da pile di cartellette accatastate. Quasi una vecchia libreria. Dove i personaggi che lo popolano parlano un linguaggio incomprensibile, forse aulico, di pratiche, leggi, commi, regolamenti, atti, sanatorie. Dove vige in effetti la stasi. Un mondo ancora cartaceo di registri, denunce, atti compilati a mano, in stampatello, e poi vidimati, timbrati, firmati, protocollati. A suo modo un magazzino di informazioni, un archivio di tutte lo scibile relativo all’Istituto, di cui gli impiegati sono i custodi e i sacerdoti che officiano una liturgia.
Impiegati che parlano al telefono sbottando e chiedendo di non essere disturbati perché stanno ricevendo gli utenti, che indicano la sede dell’ufficio competente a chi è arrivato lì per sbaglio.
A differenza di un’opera di Frederick Wiseman, che coglie gli ingranaggi e i meccanismi delle istituzioni, Aperti al pubblico sembra un teatro dell’assurdo, o un grammelot, in cui non si capisce cosa stia succedendo, tanto il suo linguaggio si è scollato da quello comune. Ma alla fine, come dice l’impiegato alla gente nella lunga fila, con calma una soluzione la troveranno per tutti. “E vi offriamo anche un caffè”. Scorrono così le ore, dalle 8 alle 13, di ricevimento dei cittadini di uno dei due giorni alla settimana in cui l’ufficio è aperto al pubblico.

Info
Il sito del Festival dei Popoli.
Il trailer di Aperti al pubblico.
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