Manifesto

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Esaltato e fagocitato al tempo stesso dalle incontenibili performance di Cate Blanchett, il Manifesto dei Manifesti di Julian Rosefeldt è un gioco pop ammiccante e divertente per chi sa cogliere e prendere in giro i grandi proclami rivoluzionari del Novecento.

Pop Concept Art

Tredici differenti quadri e altrettanti personaggi danno vita a una messa in scena dei più importanti manifesti teorici, politici e artistici scritti nella modernità occidentale: dal Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels alla fondazione del Futurismo di Marinetti, dai principi dada e surrealisti di Tzara e Breton fino alle regole cinematografiche di Lars von Trier e Jim Jarmusch. [sinossi]

Che cos’è un manifesto? Un’esposizione di teorie programmatiche sulla vita e sull’arte? Un tentativo di dare forma sistematica a un furore sovversivo? Un’evangelizzazione di massa? Una grande operazione di marketing? Ognuna di queste ipotesi ha un suo fondamento, se consideriamo che da più di un secolo un manifesto si pone come oggetto artistico in sé: un’opera che si relaziona in modo accorto con la sua resa estetica (in termini di linguaggio, retorica e riferimenti) prima ancora che con le coordinate teoriche, i principi rivoluzionari e i germi di caos che intende propagare. È con questa moderna tradizione del manifesto che il lavoro di Julian Rosefeldt si relaziona. Ponendosi programmaticamente come “manifesto dei manifesti”, il lavoro dell’artista tedesco gioca con decenni di evoluzione di correnti artistiche e relativi tentativi di presentarsi come rottura dei canoni precedentemente stabiliti.

Manifesto nasce come lavoro per grandi spazi espositivi: tredici cortometraggi di circa 10 minuti in cui Cate Blanchett recita una sintesi di frasi estrapolate da vari testi fondativi rappresentanti una specifica corrente. Solo in seconda battuta è diventato un lungometraggio per il cinema che taglia e interseca tra loro i vari quadri e i personaggi interpretati dall’attrice australiana in un percorso frammentario ma sostanzialmente lineare che va da Marx a von Trier.
Il lavoro di assemblaggio tra i tanti autori e i testi citati (nei titoli di coda se ne contano quasi cinquanta) potrebbe farlo apparire come un esercizio intellettuale: una costellazione di citazioni sistemate in maniera omogenea per dare una serie di quadri sintetici su 150 anni di rivoluzioni e controrivoluzioni culturali. Non è (solo) così.
Anche perché per compiere questa operazione, Rosefeldt sceglie due tra i mezzi e le espressioni più “artistiche” per la sensibilità contemporanea: la performance e la sintesi tra esposizione museale e arte cinematografica. Insieme, servono a rendere materia viva e popolare il lavoro concettuale alla base, a trasformare il Manifesto critico in un Manifesto espositivo.

Se nel suo significato originario, Manifesto significa rendere evidente, esporre, mostrare e portare in superficie idee, sensazioni e immagini che lottano per guadagnarsi uno spazio e un pubblico, nell’accezione pop che Rosefeldt sembra volergli attribuire, significa prima di tutto affabulazione e trasformismo. In questo modo, il film vive prima di tutto degli accostamenti arguti e ammiccanti che è capace di creare (una vedova infervorata a un funerale per i dada, un marionettista bipolare per i surrealisti, una madre di famiglia bigotta per la pop art, un broker di Wall Street per il futurismo, ecc.). Le prime vittime sacrificali dell’incontenibile bravura e della versatilità proteiforme di Cate Blanchett sono proprio le parole e il loro significato, che scompaiono dietro alla recitazione e alla messa in scena come nelle vecchie gag in cui Vittorio Gassman leggeva le analisi cliniche o gli ingredienti dei frollini.
In questo senso, Manifesto somiglia più a The Square di Ruben Östlund che a un’opera qualunque tra le tante che cita. Non cerca un’ipotetica uber-meta-rivoluzione che spazzi via tutte le precedenti, ma pone una galleria di quadri e caricature che annulla ogni contesto temporale e mette in diretta correlazione proclami sovversivi e ironia del nostro tempo.

Info
Il trailer di Manifesto su Youtube.
La scheda di Manifesto sul sito di I Wonder.
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