Birds Without Names

Birds Without Names

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Ispirato a un recente bestseller nipponico, capace di disorientare lo spettatore col suo plot spezzettato, involuto e a tratti oscuro, Birds Without Names è un’opera imperfetta e affascinante, che cambia pelle più volte mentre affronta i temi dell’amore e della memoria. Alla Festa del Cinema di Roma.

Singulti romantici

Towako e Jinji convivono da tempo da separati in casa: lei è incapace di dimenticare un suo vecchio amante, scomparso anni prima senza dare spiegazioni, mentre lui è rozzo, goffo ma dal carattere mite, e si impegna a mantenere la compagna col suo magro stipendio. Un giorno, Towako incontra casualmente un uomo affascinante, che le fa tornare impetuoso il ricordo del precedente compagno, spingendola a cercare di trovare un senso al suo incomprensibile allontanamento… [sinossi]

Ancora amori ossessivi e votati all’autodistruzione, ancora un oscuro evento sepolto nel passato, ancora un thriller che scava a fondo nelle passioni e distorsioni della memoria. Sembra esserci un filo conduttore tra i due film nipponici presentati nella selezione ufficiale di questa dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma: prima l’irregolare e magnetico And Then There Was Light, diretto da Tatsushi Omori, e ora Birds Without Names.
Entrambi i film tratti da un romanzo (qui un titolo bestseller in Giappone, l’omonimo libro di Mahokaru Numata), entrambi difficili da inquadrare in un singolo genere (e in questo caso, in particolare, l’evoluzione della narrazione riserverà più di una sorpresa), entrambi portatori di un erotismo decisamente lontano dalla patinata interpretazione dell’eros propria dei blockbuster occidentali. Come il suo collega Omori, il regista Kazuya Shiraishi è tra i nomi più interessanti del panorama nipponico dell’ultima decade, forte di un background che l’ha visto, prima del suo esordio con Lost Paradise in Tokyo (2009), assistente alla regia per il maestro Koji Wakamatsu.

Il film di Shiraishi si presenta, almeno sulla carta, come un dramma sentimentale dalla struttura piuttosto classica, che vede protagonista una singolare e mal assortita coppia: lei ancora incapace di dimenticare il precedente amante, uomo d’affari sposato, scomparso nel nulla cinque anni prima; lui un operaio rozzo, goffo e ingenuo, ormai incapace di stimolare il benché minimo afflato romantico e/o erotico nella compagna. Il casuale incontro della protagonista con un uomo che, per certi versi, le fa tornare alla mente il precedente (e mai dimenticato) amante, sarà l’occasione per un nuovo e doloroso viaggio nella memoria, alla ricerca di dettagli che possano spiegare l’improvvisa scomparsa dell’uomo.
La convenzionale struttura del triangolo sentimentale (qui arricchita dell’ulteriore elemento rappresentato dall’amore del passato) si contamina presto con una forte componente thriller, tradotta in una detection (che è innanzitutto esplorazione ed esumazione della memoria) che fa ampio uso di flashback. Proprio questi ultimi vengono introdotti in modo apparentemente casuale, atto a spezzare deliberatamente la cronologia degli eventi: quasi a rimarcare la sovrapposizione dell’ottica spettatoriale con quella della protagonista, di cui seguiamo la discesa negli oscuri meandri della memoria, svelati parallelamente al procedere della storyline principale.

L’ambiguità del personaggio della protagonista (interpretata dall’intensa Yū Aoi, modella e star del cinema giapponese contemporaneo) è tra i punti di forza del lavoro di Shiraishi, che trasforma la donna, di cui per tutta la sua durata arriviamo a sapere ben poco, alternativamente in vittima e carnefice: lo fa, il regista, sfumando i tratti più tipici di entrambe le condizioni, e ponendo un velo di mistero sui suoi reali intenti. Velo di mistero, quest’ultimo, che nell’ottica del mantenimento della tensione narrativa, risulta qui tanto più funzionale in quanto calato sul personaggio principale, quello col cui punto di vista lo spettatore (nella quasi totalità del film) è chiamato a identificarsi.
La sotterranea tensione erotica della vicenda (spesso sfogata in singole, piuttosto esplicite, sequenze) si aggiunge a una violenza trattenuta, presente sottotraccia lungo tutta la narrazione e anch’essa costantemente pronta ad esplodere, parallelamente al disvelamento di una trama di eventi che darà senso (etico e narrativo) alle azioni dei vari personaggi. In controluce, si può leggere nel film di Shiraishi una caustica disamina dei rapporti di forza (anche e soprattutto di classe) all’interno della moderna società giapponese, con una subalternità del proletariato urbano (incarnato dall’ingenuo operaio col volto di Sadao Abe) che finisce per perpetuarsi anche nei legami (para)familiari; e con un “vampirismo sociale”, messo in atto dalla protagonista, che si rivela capace di modulare la sua attitudine predatoria con i tre diversi uomini con cui viene a contatto.

Le buone potenzialità di questo Birds Without Names, così come la malìa della sua atmosfera, si scontrano spesso con un’andatura narrativa un po’ zoppicante, in equilibrio precario tra un uso del flashback sempre più invadente, e la presenza di spregiudicate ellissi narrative: una costruzione che a tratti si dilunga in subplot superflui, confinando all’ultima parte una risoluzione della vicenda forse troppo “parlata” ed esplicita. La svolta che il plot subisce nell’ultima frazione del film, col conseguente cambio di prospettive e il ripensamento dell’intera vicenda, ha comunque una sua intrinseca efficacia, specie per come introduce nel racconto (in modo inatteso, ma quasi impetuoso nella sua urgenza) un deciso elemento melò. Elemento, quest’ultimo, che completa la gamma emozionale di un film complesso, con una scrittura che solo a tratti riesce a illuminare davvero l’anima dei suoi personaggi, ma che mostra indiscusso coraggio nel cambiare pelle e direzione più volte, senza timore di disorientare i suoi fruitori.

Info
La scheda di Birds Without Names sul sito della Festa del Cinema di Roma.
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