Red Sparrow

Red Sparrow

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Red Sparrow ripropone la coppia composta da Francis (alla regia) e Jennifer (alla recitazione) Lawrence, e lo fa in un thriller spionistico privo di brillantezza, e a pochi passi dallo scult. È interessante come la rappresentazione di Mosca a Hollywood sia tornata a essere quella degli anni Ottanta; in pieno Russiagate i cattivi sono sempre gli stessi, hanno solo cambiato nome e dismesso una falce e martello dalla bandiera…

“Io ti spiezzo in due”

La bella Dominika è una promettente ballerina del Bolshoi, ma un incidente alla gamba spezzerà i suoi sogni. Orfana di padre, per prendersi cura della madre invalida accetta un ingaggio dei servizi segreti russi, di cui lo zio è alto dirigente. Sarà solo l’inizio: Dominika, sotto ricatto e contro la sua volontà, viene costretta a diventare una spia, anzi una “red sparrow”, maestra sexy di seduzioni e inganni, per portare a termine una missione delicata. Trovare la talpa interna che collabora con i servizi di intelligence americani… [sinossi]

Tratto dall’omonimo romanzo dell’ex agente Cia Jason Matthews (primo capitolo di una trilogia che ci si augura non venga portata sullo schermo per intero), Red Sparrow ripropone la collaborazione tra Jennifer Lawrence e il regista Francis Lawrence, che già avevamo visto all’opera in tre capitoli di Hunger Games. La verosimiglianza del film, in effetti, è piuttosto simile. Inizialmente la trasposizione cinematografica avrebbe dovuto essere affidata a David Fincher, con Rooney Mara al posto della Lawrence, riproducendo anche in questo caso la premiata (e decisamente più intrigante) accoppiata di Millennium. Ma non è con “i se” che si fanno i film, dunque non resta che parlare di Red Sparrow, operazione ad alto budget e pretese, con un super cast che comprende Charlotte Rampling, Jeremy Irons, Mary Louise Parker, Joely Richardson e Joel Edgerton. La prima sequenza getta le fondamenta del plot con un efficace montaggio alternato (in fondo si parla di due blocchi contrapposti) e sfoggiando una verve violenta e inaspettata: i primi venti minuti dei quasi 140 solleticano le aspettative, ma il sospetto che non durerà arriva in fretta.

Nella Mosca dei giorni nostri l’ex ballerina, dopo un incidente, deve trovare una via d’uscita alla sua trista condizione: era infatti lo Stato che, servendo lei le arti della grande madre Russia, le pagava la casa e le cure per la madre. E ora? Lo Stato ovviamente arriverà in soccorso ancora una volta, tramite lo zio dirigente dei Servizi (Svr), proponendo alla procace Jennifer/Dominika di sedurre un oligarca scomodo che non farà una bella fine. Il film procede da qui a passi spediti verso il baratro, ma senza negare allo spettatore momenti scult che, va detto, sono la parte più divertente. Per farla breve, Dominika viene obbligata a frequentare una “scuola” per diventare una spia. Ma una spia tutta speciale, che ha come abilità quella di far perdere la testa alle sue vittime con la libidine, i giochi sessuali, capendo al volo ciò di cui l’altro ha bisogno, assecondando le voglie e le fantasie. È qui che entra in scena la Rampling, severa maestra del rito erotico nell’alta scuola di formazione per passerotti rossi, scettica sull’allieva Lawrence che però, come è facile immaginare, è molto dotata.

A questo punto il film ha due possibilità: o affrontare l’inevitabile spy story indugiando sui temi dell’accoppiamento e virando al pecoreccio sado-maso, o sviluppare l’inevitabile spy story in maniera più ovvia composta e prevedibile. Purtroppo il film sceglie la seconda opzione e si lascia sfuggire un soft core a portata di mano. Dopo il praticantato, superato a pieni voti, Dominika viene inviata in missione a Budapest, dove deve avvicinare la spia americana in combutta con un traditore della grande Russia. Va da sé che la nostra bella eroina (che ha capito così bene che bisogna assecondare i desideri dell’altro da farsi addirittura la tinta ai capelli, perché all’americano piacciono le bionde) inizierà a sostanziare i suoi dubbi sulla fedeltà alla patria. Conoscendo meglio il suo “avversario”, la seducente spia capirà che anche l’America usa le persone, controlla la gente, fa cose brutte, ma almeno dà la possibilità di essere liberi, perché le Stelle e le Strisce credono negli individui. Lo capisce bene, il concetto, anche perché viene palesato in un dialogo: non sia mai che il senso sfugga allo spettatore. Deludentissimo, ugualmente, il fatto che Dominika non ricorra a tanta spregiudicata sapienza erotica nel suo mandato. Al che vien da chiedersi perché il film si sia soffermato sull’addestramento pruriginoso… Ma non è certo l’organicità che si può trovare in Red Sparrow, dunque ce ne si fa una ragione e si prosegue con la visione. Che, dopo tanto patire, regala una sequenza ben congegnata (quella ambientata a Londra e con la presenza di Mary Louise Parker) che risolleva un po’ l’umore. Eppure i giochi sono fatti, il film quasi andato senza annoiare troppo, e Usa batte Russia (e la batterà sempre più nel tempo e in forza della sua superiorità, suggerisce il finale).

Nel 2010 (il romanzo da cui è tratto Red Sparrow è del 2013) si parlò molto della spia russa Anna Chapman, arrestata a New York perché accusata di cospirazione: giovane e sexy, la sua vicenda solleticò i media portando alla mente immaginari di fornicazione nelle alte sfere del potere, ma anche i confortanti scenari della Guerra Fredda. Guerra Fredda che, come dice il film (sempre usando una battuta dei dialoghi, ma pure più sottilmente l’ambientazione del Gorkij Park), non è mai finita. La reviviscenza dei “due blocchi”, con una volontà di contrapposizione forte, sembra aver coinvolto di recente anche il cinema, con l’uscita di Red Sparrow ma anche della “commedia” Morto Stalin, se ne fa un altro di Armando Iannucci, certamente del tutto diversi per stile, ma accomunati da una rappresentazione stolida non solo del potere, ma dell’intera umanità russa. Nel caso di Red Sparrow il Paese, anche ai giorni nostri e in eterno probabilmente, è cristallizzato in una landa di violenza e ricatto in cui o si lavora per lo Stato o si è vittime dello Stato. Il Bolshoi, dietro le quinte, pare un sottoscala di periferia, i ricchi pasteggiano in alberghi di lusso alla faccia di una società inesistente o cattiva (i compagni di ballo della protagonista sono ovviamente efferati), i capi dei Servizi sono una ristretta manica di idioti che si muovono ambienti stantii e grigi (il film è stato girato in mezza Europa, ma neppure una location è moscovita), privi di parvenze umane a differenza dei loro “colleghi” americani, che infatti seducono non con strategie apprese in qualche corso ma per la libertà che malgrado tutto portano con loro anche quando lavorano per la Cia.
Gli americani sono liberi di servire il Paese, in Russia ti costringono. Non è un caso che i traditori di Mosca abbiano buon gusto e un barlume di intelligenza, mentre gli altri siano naturalmente asserviti e dunque destinati a soccombere. Al netto delle scene sull’istruzione per diventare una prostituta in nome della Russia, così convinte di essere “forti” da risultare comiche (una pare una brutta e imbarazzante citazione da Salò di Pasolini), la cosa interessante di Red Sparrow è il tasso di propaganda con quel che comporta da un punto di vista politico (negli Usa è in scena il Russiagate) e per l’immaginario che propone al grande pubblico. A suo modo è interessante che nel 2018 Hollywood porti sullo schermo un racconto che pare arrivare dagli anni Ottanta più manichei, in cui chi ha un neurone sta con Washington e chi ne è privo sta con Mosca. Dove l’ingiustizia è ovviamente sempre la stessa e il potere da sconfiggere ha solo cambiato nome.

Info
Il trailer di Red Sparrow.
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