Diamantino

Gabriel Abrantes e Daniel Schmidt, due degli enfant prodige più seguiti dagli addetti ai lavori, approdano alla Semaine de la Critique con Diamantino, folle pastiche multiforme e multicolore che tanto colpisce nel primo impatto quanto perde verve e consistenza nel corso dello sviluppo del film. Tra complotti governativi e calciatori che appendono gli scarpini a un chiodo per adottare rifugiati, un viaggio psicotico divertente solo a sprazzi.

Cagnetti pelosoni e complotti governativi

Diamantino, icona assoluta del calcio e simbolo dell’intero Portogallo, è capace da solo di sfondare le difese più rocciose. Nel momento cruciale della sua carriera però il suo genio si dissolve. La sua carriera è finita, e la stella sportiva cerca di dare un senso alla propria vita. Comincia in quel momento una folle odissea nella quale si confronteranno neo-fascismo, crisi migratoria, deliranti traffici genetici e ricerca sfrenata della perfezione. [sinossi]

Per quanto possa sembrare bizzarro a chi segue il Festival di Cannes a distanza, magari cercando di trovare le immagini del divo più amato mentre scala la “montée des marches”, uno dei film più attesi dagli addetti ai lavori quest’anno era Diamantino, l’esordio alla regia di un lungometraggio per Gabriel Abrantes, coadiuvato dal coetaneo Daniel Schmidt. Entrambi trentaquattrenni, l’uno portoghese ma nato negli Stati Uniti, e l’altro statunitense, Abrantes e Schmidt aveva già diretto a quattro mani un cortometraggio (A History of Mutual Respect, 2010) e un mediometraggio (Palacios de pena, 2011), per poi proseguire ognuno per conto suo un percorso di ricerca dell’immagine e delle sue potenzialità. La storia di Diamantino, stella del calcio portoghese che cade in crisi nel momento in cui si fa parare il rigore decisivo ai mondiali russi in una fantomatica finale contro la Svezia, arriva dunque sulla Croisette risvegliando i torpori cinefili e critici, e portando una buona messe di accreditati stampa alla proiezione nella sala del Miramar, sede storica della Semaine de la Critique. L’atmosfera è quella di un successo annunciato, un’opera prima che anche senza essere stata vista è già tra le visioni indispensabili o giù di lì del 2018. Quindi il film inizia, e la voce narrante di Diamantino irrompe in scena, mentre racconta di come l’amato padre lo abbia cresciuto portandolo a passeggiare tra le chiese, suo luogo d’elezione. Ma non è una chiesa anche lo stadio di calcio? E il tifo non è una fede? E, soprattutto, vedere ventidue giocatori in calzoncini che rincorrono una palla non è assimilabile al celeberrimo “oppio dei popoli”?

Parte da qui, Diamantino, e da subito ci si rende conto di come il protagonista sia costruito in tutto e per tutto sull’immagine pubblica di Cristiano Ronaldo, probabilmente il calciatore portoghese più forte di tutti i tempi – in grado di scalzare dalla prima posizione l’immenso Eusebio, mozambicano delle colonie e quindi portoghese ‘non puro’, nell’ottica della destra xenofoba. C’è addirittura un riferimento a dei guai con il fischio e un conto offshore a Panama, tanto per non lasciare nulla al caso. O quasi…
Se l’incipit del film, con le immagini della finale mondiale e la prima delirante ammissione di Diamantino, che in campo come ogni santo che si rispetti ha le visioni e si immagina accompagnato e circondato da giganteschi cagnolini pelosoni, riesce a colpire nel segno, l’impressione di un arresto improvviso della verve creativa è quasi immediato. Certo, c’è la riduzione del personaggio del protagonista a una sorta di minus habens dal cuore d’oro, un naïf a tutto tondo come non se ne vedevano dai tempi di Forrest Gump; Diamantino è così poco avvezzo alle cose del mondo da non aver mai sentito nominare i rifugiati e a non capire cosa siano neanche quando se li trova davanti nel bel mezzo del mare. La perdita del padre, unica figura amata, che muore d’infarto proprio mentre lui calcia malissimo il rigore decisivo per la conquista della Coppa del Mondo, lo spingerà però ad adottare un rifugiato. O meglio, quello che lui crede essere un rifugiato.

Abrantes e Schmidt ragionando esclusivamente per accumulo, utilizzano gli elementi narrativi come se fossero cibarie da gettare in un unico grande calderone. Al calciatore delirante e in crisi si aggiunge dunque un progetto segreto governativo per creare una squadra imbattibile sfruttando i geni di Diamantino a suo discapito – e a sua insaputa, ovviamente – e dare linfa vitale a un nuovo Portogallo dalle mire imperiali; ma Diamantino è difeso da quello che lui crede essere il suo figlio adottivo quando in realtà si tratta di un’agente della polizia che entra nella sua magione per trovare le prove della frode fiscale e finisce ovviamente per innamorarsene, mandando su tutte le furie la sua collega/compagna Lucia, che a sua volta si finge suora. Si potrebbe continuare a lungo a segnalare le innumerevoli bizzarie di cui è composto questo piccolo e in realtà fragile film. Dove porta questo vagare onirico e demenziale? A cosa dovrebbe condurre? Se la riflessione politica non ha strutture concrete sulle quali reggersi – il progetto neofascista è troppo folle per essere vero, e un tema al contrario tragicamente reale come quello dei profughi in fuga per mare avrebbe meritato un trattamento meno buffonesco – e lo sviluppo narrativo ha dalla sua il lusso di potersi concedere qualsiasi cosa proprio perché non opera in realtà alcuna scelta definitiva, a Diamantino resta solo il già citato talento visivo dei due giovani registi. Un talento indiscutibile, ma che si agita cieco in uno spazio chiuso, senza avere la capacità – o forse, e sarebbe ben più grave, la voglia – di evadere e di aprirsi al mondo. Per quanto vorrebbe essere un grido di libertà sguaiato e da urlare ai quattro venti, l’esordio in coabitazione di Abrantes e Schmidt si rivela asfittico, ripetitivo, molto più ingabbiato in sovrastrutture mentali di quanto possa apparire a prima vista: lo dimostra a suo modo anche il modo di ragionare sul trans-genere, castigato e confusionario – al punto di sfiorare i campi del reazionario – invece che anarchico e difforme. Si possono avere tutte le intuizioni visive di questo mondo, ma c’è bisogno di uno sguardo per saperle maneggiare e utilizzare. Un’occasione mancata, e neanche divertente.

Info
Diamantino sul sito della Semaine de la Critique.
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