Getaway!

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Costruito prevalentemente intorno alla coppia composta da Steve McQueen e Ali MacGraw e sulla celebrazione della loro lampante avvenenza, Getaway! di Sam Peckinpah aggiunge bellezza su bellezza realizzando un’elegia post-western sull’amore e la lealtà. Al Cinema ritrovato 2018.

Sono una forza del passato

La vicenda di Carter ‘Doc’ McCoy che, uscito di prigione, organizza una rapina in banca e poi si lancia in una fuga piena di imprevisti insieme alla moglie Carol. [sinossi]

Ci sono film che è necessario vedere, almeno una volta nella vita, sul grande schermo, per poterne finalmente cogliere, lì nell’ampia superificie di proiezione per il quale sono stati concepiti, l’equilibrio degli spazi, le dinamiche del movimento, la reale, potente natura. Mostrato a Il Cinema Ritrovato 2018 in una splendida copia d’epoca in 35mm, proveniente dall’archivio Technicolor, Getaway! (The Getaway, 1972) di Sam Peckinpah è fondamentalmente una grande storia d’amore, con una trama semplice e uno sviluppo narrativo articolato in sequenze ora rarefatte, ora dedite allo sviluppo di un’azione coriacea e dalla tensione montante.

Carter ‘Doc’ McCoy (Steve McQueen) è rinchiuso in un carcere texano per rapina già da quattro anni, quando il giudice gli nega la libertà vigilata. Insofferente alla detenzione, spinge la moglie Carol (Ali MacGraw) a recarsi presso il corrotto uomo d’affari locale Jack Beynon (Ben Johnson) e negoziare la sua scarcerazione. Beynon imporrà a Doc di rapinare una banca, affiancandogli i suoi sgherri Frank (Bo Hopkins) e Rudy (Al Lettieri). Durante la rapina, Frank perde il controllo e uccide una guardia giurata, di lì a breve, Rudy elimina il socio e tenta di fare lo stesso con Doc, che però gli spara a bruciapelo, lasciandolo esanime in una fossa. Sopravvissuto alle ferite, Rudy sequestra un veterinario per farsi curare, nonché farsi sollazzare sessualmente dalla di lui repressa e svampita signora. Doc, nel frattempo, porta il malloppo da Beynon, ma quando questi inizia a fare allusioni al rapporto sessuale intercorso con sua moglie Carol, la vera moneta di scambio per la sua scarcerazione, la donna gli spara e lo uccide. In fuga verso una libertà continuamente messa a rischio da mille traversie nonché dalla costante presenza delle forze dell’ordine sulle loro tracce, Doc e Carol dovranno trovare un modo per fidarsi l’uno dell’altra e comprendere che la libertà può avere un costo assai elevato, specie quando di mezzo c’è l’amore.

Costruito prevalentemente intorno alla coppia composta da Steve McQueen e Ali MacGraw, che di lì a breve sarebbe convolata a nozze, e sulla celebrazione della loro lampante avvenenza, Getaway! aggiunge bellezza su bellezza costruendo un’elegia western volta all’esaltazione dell’ancestrale innocenza del fuorilegge, e declinando poi la storia d’amore tra i protagonisti nell’unica maniera possibile per l’autore de Il mucchio selvaggio, ovvero attraverso una relazione incentrata sulla lealtà. La classica amicizia virile tradita tra cowboy silenti si trasforma dunque in Getaway! in una love story on the road in cerca di redenzione, e di futuro.
Esempio virile di incosciente innocenza, Doc McCoy ci viene presentato già nell’incipit come una creatura dalla selvatica purezza ridotta in cattività. Il montaggio della sequenza che apre il film affianca infatti immagini della reclusione del protagonista, immortalate in numerosi stop frame, a inquadrature di cervi e giovani cerbiatti che giacciono inquieti, anch’essi, dietro le alte mura del carcere texano. Ad accompagnare la chiara metafora è poi il fragore incessante dei macchinari tessili azionati dai detenuti. Il cinema al suo massimo espressivo per Peckinpah, qui come altrove, non è altro che un utilizzo sincopato di suoni e immagini. È proprio nel montaggio, firmato da Robert Wolfe con la consulenza di Roger Spottiswoode (poi regista, tra gli altri, di Sotto tiro e Air America), l’elemento più dirompente di Getaway!, lo strumento attraverso il quale il film di Peckinpah orchestra i tormenti, i dubbi, la brama di sopravvivenza di Doc McCoy, antieroe la cui rigida morale impedisce persino di pensare di essere lui il principale fautore del tradimento (e del disonore) dalla moglie.
Tra le sequenze più spettacolari del film, ancora una volta dedita a ritrarre il mondo interiore del protagonista attraverso suono, immagine e montaggio, c’è senz’altro l’ammaliante prima uscita pubblica dell’ex galeotto. In quella passeggiata sul fiume, le cui rive sono pervase della rumorosa energia infantile di uno sciame di ragazzini, Doc, ancora spaesato, sembra osservare se stesso e Carol gettarsi vestiti nell’acqua e baciarsi appassionatamente. Solo poco dopo, quando vediamo i due rientrare a casa con i vestiti bagnati, scopriamo che quello che Doc ha osservato è realmente accaduto. Tutta la prima parte di Getaway! sembra dunque possedere un ritmo sfalsato eppure sincronico, che pone sullo stesso piano, in un unico flusso, presente e futuro, realtà e desiderio.

A conferire al film guizzi improvvisi di imprevedibilità contribuiscono poi gli interventi musicali e rumoristici della colonna sonora firmata da Quincy Jones, che affianca al tema principale del film, suonato con l’armonica, una serie di percussioni dalla provenienza indefinibile, che paiono scaturire dalle viscere di una terra – nel dettaglio quella texana – squarciata dall’abominio del denaro, della corruzione e dell’avidità. E non c’è da stupirsi dunque che in un mondo siffatto, l’amore possa trovare la sua chiosa e il suo nuovo inizio proprio lì dove la società deposita le sue scorie: sul crinale di una discarica.

È grande cinema quello di Peckinpah in Getaway!, allo stato puro: è composizione del quadro e dinamismo, montaggio, suono, volti, corpi e polvere. Non può ridursi su teleschermi domestici o peggio ancora su device portatili, anela ai grandi spazi, solo a loro appartiene, quasi fosse un elemento del paesaggio tra gli altri, l’eterna storia di un fuorilegge in cerca di futuro.

Info
Il trailer di Getaway.
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