Fury

Onirico, seducente, inquietante, Fury di Brian De Palma è un miscuglio ardito di generi che esplora tutte le spaventose inquietudini dell’adolescenza, e del suo autore.

Di padre in figlio

Peter e Childress, agenti segreti da lungo tempo, sono amici. Ma Childress fa rapire Robin, il figlio di Peter, per poterne sfruttare i poteri paranormali. Peter si lancia alla ricerca del figlio, facendosi aiutare da Gillian, una ragazza sotto osservazione in un istituto di studi parapsicologici, dotata degli stessi poteri di Robin… [sinossi]

Tra gli autori più feticisticamente innamorati della settima arte, al punto di sondarne incessantemente possibilità di sguardo e prodigi tecnici, Brian De Palma, film dopo film, ha sempre portato avanti la sua ricerca con e sul cinema. Non è un caso dunque che dopo il successo di Carrie – Lo sguardo di Satana, tratto dal celebre romanzo Stephen King, prosegua la sua indagine sull’adolescenza e le sue inquietudini, aggravate dalla presenza di incontrollabili poteri, in Fury (The Fury, 1978), dove questi doni soprannaturali affliggono non uno, ma ben due personaggi. Quello del doppio è d’altronde un tema caro al regista di Newark (presente, tra gli altri, in maniera centrale in Le due sorelle, Complesso di colpa, Vestito per uccidere, Omicidio a luci rosse, Doppia personalità) e che qui assume una valenza ancora più forte dal momento che i due protagonisti adolescenti, sorta di gemelli non consanguinei uniti telepaticamente dalle loro capacità, convivono sullo schermo per un lasso di tempo assai breve. Ma è proprio la “compresenza” dei due personaggi l’uno nell’altra, a rendere Fury un film estremamente inquietante, anche più di Carrie, perché d’altronde, come il maestro Alfred Hitchcock insegna, è ciò che è nascosto allo sguardo, eppure così forte nella percezione, a generare la vera paura.

Onirico, seducente, inquietante, Fury è per buona parte un horror, indubbiamente, e prevede anche delle nette stilettate gore, ma la sua natura, proprio come quella dell’adolescente, è indefinibile, ricchissima, ipertrofica e va a lambire il thriller fantapolitico e para-psicologico, il film di spionaggio, il melodramma amoroso e familiare, persino la commedia.

Tutto ha inizio in una località non precisata del Medio Oriente, è qui che l’agente segreto Peter Sanders (Sandza in originale, chissà perchè) incarnato da Kirk Douglas, sta per prendere commiato dal figlio adolescente Robin (Andrew Stevens), da lui affidato alle cure del collega Childress (John Cassavetes), affinché lo porti a Chicago in una scuola per ragazzi “speciali” come lui. Robin ha infatti dei poteri paranormali e telecinetici e deve imparare a governarli. Ma a Childress quei poteri interessano non poco, pensa di sfruttarli con la sua agenzia extra-governativa, e pertanto ha allestito un roboante attacco terroristico per separare, auspicabilmente per sempre, padre e figlio e manipolare a suo piacimento il giovane Robin. Sfortunatamente per lui, però, Peter non resta ucciso nel corso dell’attacco, anzi, ha scoperto tutto e si mette subito sulle tracce del ragazzo. L’azione si sposta dunque a Chicago, qui Gillian (Amy Irving) una ragazza che ha gli stessi doni di Robin, decide, dopo alcune manifestazioni violente, di tentare di domarli recandosi all’istituto Paragon. Qui, inizierà a percepire la presenza di Robin (che vi ha brevemente soggiornato) e comprendere la situazione di pericolo in cui si trova il ragazzo. Aiutata dall’infermiera Hester, che è l’amante di Peter, fuggirà rocambolescamente dall’istituto e, insieme all’ex agente segreto, ora braccato, cercherà di salvare il ragazzo.

È un film in fin dei conti corale Fury e dal protagonista fluttuante: da Peter si passa a Gillian (le loro vicende sono a lungo in montaggio alternato), e solo tramite Gillian vediamo cosa sta accadendo o è accaduto a Robin. De Palma costruisce la tensione con cura geometrica, si prodiga in grandangoli deformanti, contro-plongé vertiginose, zoom, rallenty e travelling aerei dai movimenti fluidi e articolati. La fotografia leggermente flashata orchestrata da Richard H. Kline contribuisce poi a infondere sul tutto un look etereo, sognante più che incubico, ma nient’affatto rassicurante, come ribadiscono poi quelle poche note ripetute del tema principale del film, una arguta e potente reinterpretazione firmata da John Williams delle sonorità di Bernard Herrmann care a De Palma.

Lo humour non è certo mai mancato a De Palma, che per stemperare la plumbea inquietudine di questa storia di figli rapiti e manipolati, inserisce, specie nella prima parte del film, alcune sequenze distensive che sfiorano anche lo slapstick più puro, tra travestimenti, capelli tinti col lucido da scarpe e pantaloni che calano nel momento meno opportuno. Il riferimento è in particolare a tutta la sequenza della fuga di Peter che, inseguito da Childress e dai suoi sgherri, abbandona l’hotel in mutande per rifugiarsi presso una coppia di maturi coniugi con tanto di anziana mamma a carico. E poi, poco dopo, a quell’inseguimento sull’auto con i due poliziotti scemi. Si tratta di brevi lampi di comicità che, sebbene a tratti di grana grossa, è di fatto ben apparecchiata per intrattenere con gusto, perché certo, tra telecinesi, universo bioplasmico, bio-feedback, onde alfa, percezioni extrasensoriali e sanguinamenti improvvisi, quello che ci aspetta dietro l’angolo è una realtà “altra” fortemente perturbante.

Se si escludono infatti queste sequenze comiche, i pochi momenti di romance che riguardano i personaggi di Peter ed Hester, e una sequenza a episodi che mostra la perfetta integrazione di Gillian nella nuova scuola per ragazzi speciali, Fury è un film che vive della potenza deflagrante delle sue scene madri, che non sono poche. A partire da quella rilettura del trasparente di matrice hitchcockiana (pensiamo, banalmente, alle tante sequenze in auto del maestro britannico) che De Palma orchestra nella suggestiva scena della retroproiezione sulla scala dell’istituto, dove avviene il primo vero contatto telepatico (sebbene in differita) tra Gillian e Robin. Qui, il regista muove la macchina da presa attorno alla ragazza, a sua volta circondata dalla visione di un ricordo non suo: di fatto è il cinema, sotto forma di un grande schermo avvolgente, a ipnotizzarla e a catturare la sua psiche già provata da sensazioni fuori controllo. Altro momento di forte suggestione, tutto giocato sullo sguardo, è poi quello in cui la giovane si ritrova, mentre è a colazione con un’insegnante, a stabilire un contatto, stavolta in diretta (il piano temporale è lo stesso) con il suo simile, appropriandosi, in parte, della sua soggettiva. Ma il vero pezzo di bravura depalmiano è senz’altro la fuga di Gillian dall’istituto, una sequenza il cui onirismo veicola il punto di vista percettivo della ragazza – stordita dai tanti esperimenti subiti e dai sedativi – attraverso un lungo rallenty che toglie il respiro e l’energia anche allo spettatore. Senza dimenticare poi, quella gita-premio concessa a Robin, ormai profondamente turbato dai test impostigli da Childress, in quella strana fiera con caroselli e cotillion, dove De Palma si diverte a citare l’Hitchcock di L’altro uomo lasciando che il giovane faccia roteare violentemente una giostra su cui è salito un ignaro gruppetto di arabi in vacanza.

Dal momento poi che Fury, nonostante i suoi sali scendi galvanizzanti e le sue brevi concessioni alla comicità, è fondamentalmente un film sul rapporto padre figlio anche in senso lato – Peter e Robin, ma anche Peter e Childress, dal momento che quest’ultimo è stato il suo allievo prediletto – non si può non apprezzare, ancora una volta, l’esaltazione quasi bambinesca con cui De Palma omaggia i suoi maestri, sia il già citato Hitchcock che l’Antonioni di Zabriskie Point, cui fa riferimento l’esplosione finale.
Con buona pace del suo spietato villain, la cui onomastica allude proprio alla mancanza di prole (Childress/Childless) De Palma è un regista-figlio che, sebbene abbia abbondantemente raggiunto la maturità, non cessa, entusiasticamente, di rendere omaggio ai propri padri. Perché se è vero che esistono i cattivi maestri, è da quelli buoni che è bello lasciarsi un po’ manipolare.

Info
La scheda di Fury sul sito del Torino Film Festival.
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