Blow Out

Blow Out

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Brian De Palma riflette sul cinema che ama e sul suo cinema, in un thriller fantapolitico e giocosamente postmoderno, perché certo, Blow Up è già stato fatto, ma si può comunque fare Blow Out.

Il testimone auricolare

Jack Terry, un fonico cinematografico, una notte è per caso testimone auricolare di un incidente, salva una delle vittime, una ragazza intrappolata in un’auto e si ritrova inaspettatamente coinvolto in un complotto politico… [sinossi]

Quante declinazioni differenti può avere il suono del vento? È una domanda che non capita spesso di porsi, eppure per un tecnico del suono la questione ha un certo rilievo, che ha a che fare probabilmente più con il concetto della verosimiglianza che con quello del “reale”. E le due cose non vanno confuse per via di una prometeica ricerca della verità. Si gioca in fondo tutto sulla distanza tra queste due nozioni filosofiche, declinate attraverso strumenti tecnologici, Blow Out, thriller diretto da Brian De Palma nel 1981, intriso di riflessioni sul dispositivo della settima arte, nonché innervato di tematiche fantapolitiche, figlie del clima della Guerra Fredda, allora ancora nel suo pieno fulgore.

Protagonista del film è il tecnico di effetti sonori per il cinema Jack Terry (John Travolta), sonorizzatore esperto di filmacci di serie Z, alle prese con la ricerca di un grido di donna verosimile per la scena di un omicidio nella doccia (un classico depalmiano mutuato dallo Psycho di Alfred Hitchcock), nonché di un nuovo e più originale suono del vento tra gli alberi. È proprio mentre cerca di catturare quest’ultimo, in una suggestiva sequenza che occhieggia a La morte corre sul fiume di Charles Laughton (e dove De Palma gioca tra primo piano visivo e sonoro, ampliando dunque idealmente la riflessione dell’Antonioni di Blow Up), che Jack si ritrova a registrare l’audio dell’incidente mortale in cui incorre il Governatore Ryan, candidato alla presidenza degli Stati Uniti. L’auto del politico, uscita di strada, è precipitata in un torrente e Jack si tuffa, riuscendo a portare in salvo una ragazza, Sally (Nancy Allen), escort prezzolata per stare al seguito di Ryan a scopi ricattatori. Riascoltando i nastri della registrazione, Jack scoprirà che non si è trattato di un incidente, bensì di un omicidio a sfondo politico-elettorale. Bramoso di verità – e non di verosimiglianza – inizierà la sua indagine, contando sull’aiuto di Sally, e mettendo così in pericolo le vite di entrambi.

Come spesso accade nel cinema di Brian De Palma, omaggiato ora da una retrospettiva alla 35esima edizione del Torino Film Festival, anche in Blow Out ritroviamo tutti i topoi che caratterizzano la sua filmografia, a partire dal voyeurismo (nell’incipit c’è addirittura un voyeur che uccide un altro voyeur), dall’omaggio costante a Hitchcock (la già citata scena della doccia, ma anche, più avanti nel film, un esplicito riferimento a La donna che visse due volte), e a Blow Up di Antonioni (citato già del giovanile Murder a la mod così come di Ciao America!), per proseguire con lo split-screen, indagato nel corso di un’intera carriera in tutte le sue possibili declinazioni, indagine che trova probabilmente in Omicidio in diretta (1998) il suo sommo compimento.

Autore tra i più apertamente manieristi della sua generazione, quella della New Hollywood, la prima a sapere chi fosse David Wark Griffith, Brian De Palma è fondamentalmente un grande declinatore del cinema che ama (Hitchcock, Antonioni, ma anche Godard) e del suo cinema, costantemente interessato a dare una nuova forma a qualcosa che si è sì già visto, ma che merita di essere ri-visto, ri-ascoltato – proprio come avviene in Blow Out – perché solo così può rivelare una differente “verità”. De Palma è un maieuta esigente, un burattiniaio spietato e giocherellone, un sagace riempitore di gusci devitalizzati dal troppo uso. Appartiene a questa pratica anche l’utilizzo che troviamo nel film dei due interpreti principali, a partire dal Jack Terry di John Travolta. Proprio il ruspante ballerino proletario che solo pochi anni prima (La febbre del sabato sera, Grease) incarnava il “ritratto della salute”, appare qui fin dal principio come una figura pallida, esangue, simile in un certo modo ai grandi interpreti della tradizione slapstik, alla maschera immota e lunare di un Buster Keaton. Jack lotta nel corso del film per riconquistare carne e relativo colorito, insieme alla verità. Quanto alla sua co-protagonista femminile, la Sally incarnata da Nancy Allen, lei è se possibile ancora più pallida e il mestiere cui agogna, quello di truccatrice per il cinema, assume qui un valore simbolico non certo peregrino. Blow Out è, come tanti film di De Palma, come lo stesso capolavoro pop-art di Antonioni, un film che indaga proprio il confine tra vero e falso, sia attraverso il trucco ottico registico seducente che a un livello tematico, come suggerisce quella vagheggiata possibilità che il make up “acqua e sapone” di Sally risulti invisibile e dunque anche “realistico”. Ma se realismo e verosimiglianza sono sì da perseguire, è il trionfo del vero, sancito dal finale di Blow Out, che conduce a un risultato paradossale e dunque “osceno” in senso baziniano (a Bazin si devono i divieti di rappresentare al cinema il sesso e la morte), perché ottenuto al prezzo della vita.

Proprio nella sua costante reinvenzione del cinema e dei suoi strumenti linguistici, De Palma gioca sempre, e dunque anche in Blow Out, con la classicità, qui in particolare conferendo una forma circolare al racconto, che inizia e finisce nello stesso luogo, una cabina di proiezione per giornalieri, dove l’oscenità di cui sopra è condotta a termine. La circolarità è inoltre ribadita più volte all’interno del film attraverso i movimenti delle bobine, spesso feticisticamente contemplati, e messa in scena poi dal regista in una turbinante panoramica a 1440 gradi (360° x 4 giri), prodezza tecnica che gli consente un interessante (quanto irreale) paradosso spazio temporale, ovvero la presenza nella stessa inquadratura del protagonista in luoghi e posizioni differenti.
Come già nel precedente Fury, in Blow Out De Palma si cimenta nell’utilizzo della retroproiezione, anche qui usata per sottolineare un momento fondamentale del thriller, lì era la scoperta dal parte dell’adolescente con poteri telecinetici di cosa fosse accaduto al suo simile, qui, invece, segnala all’inizio del film l’audio-comprensione, tradotta in immagine, della dinamica dell’incidente. E torna anche poi, attraverso quei fotogrammi dell’incidente pubblicati su una rivista scandalistica, ritagliati, riassemblati, animati a passo uno da Jack, il riferimento alla “madre di tutti gli omicidi”: l’assassinio di Kennedy (già presente in Ciao America!) e il relativo filmino di Zapruder (citato non a caso più avanti nel film).

Più insolito per De Palma è invece l’approccio con il cinema fantapolitico della paranoia, che vede in due film del 1974, Perché un assassinio di Alan J. Pakula e La conversazione di Francis Ford Coppola, quest’ultimo citato apertamente in un’inquadratura di Blow Out, due pietre miliari imprescindibili. L’afflato politico di Blow Out perde però di mordente per via del personaggio di John Lightow, in cui è identificato il vero villain di questa storia, cosa che sposta l’attenzione dalle storture del sistema a quelle di un unico individuo: il “classico” maniaco omicida, con non troppo nascoste perversioni sessuali unite a misoginia. Tutta la sequenza che lo vede unico protagonista, ambientata alla stazione di Philadelphia, è di fatto una divagazione, in quanto i due protagonisti del film sono assenti e la loro vicenda è come momentaneamente congelata e messa da parte, per mostrarci invece che, al di là delle macchinazioni politico-elettorali, l’assassino qui è un pazzo che ce l’ha con le donne. Non è da escludere che questa scena sia in realtà una concessione al pubblico che aveva amato il film precedente di De Palma – uno dei suoi maggiori successi di botteghino, mentre Blow Out sarà un flop – ovvero Vestito per uccidere, oppure, ancora, che si tratti di un “omaggio obbligato” a George Litto, produttore di entrambe le pellicole.

La satira politica ritorna d’altronde più viva e graffiante che mai nell’epilogo di Blow Out, in quella lunga, spettacolare sequenza action che si apre con Jack Terry che imbocca a tutta birra con l’auto contro la parata del “Liberty Day” e va poi a schiantarsi sulla vetrina di un negozio, dove dei manichini reinterpretano una delle attività predilette dai primi coloni americani: l’impiccagione. Il senso di colpa nazionale (lo sterminio dei nativi, così come l’omicidio Kennedy) è di certo tra i temi del film, accompagnato da quella riflessione legata al vedere-sapere e amplificata qui all’ascoltare-sapere. In ogni caso la desinenza non mente: la conoscenza, con ancestrale riferimento biblico alla mela e al serpente, è la vera imperdonabile colpa dell’uomo. E così se il film va chiudersi su un finale crudele e a-morale che non piacque alla critica dell’epoca, non c’è nulla di cui stupirsi, la sete di sapere e verità porta all’orrore del vero e al paradosso per cui il cinema e la sua presupposta autenticità diventano un fine superiore da perseguire, in barba alla morale e alla vita.

Ma forse questo finale fu frainteso, perché certo De Palma non è un cantore del vero, all’abominio del realismo a ogni costo ha sempre preferito l’iperrealismo, nonché l’imitazione, di sé stesso e altrui. Dopotutto è un autore che ha attraversato in pieno la discussione postmoderna, che conosce l’importanza e il fascino della copia e della matrice perduta, e sa bene che se Blow Up è già stato fatto, si può comunque fare Blow Out.

Info
La scheda di Blow Out sul sito del Torino Film Festival.
Il trailer di Blow Out.
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