Un tranquillo weekend di paura

Un tranquillo weekend di paura

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Presentato al Cinema ritrovato 2018, Un tranquillo weekend di paura (Deliverance) rappresenta uno dei primi capitoli del cinema ambientalista di John Boorman, la storia di un gruppo di canoisti della domenica la cui discesa nel fiume si rivelerà una discesa all’inferno.

Il crepuscolo degli dei

Quattro amici decidono di passare un fine settimana nei boschi, discendendo un fiume in canoa in una zona che presto verrà inondata d’acqua per la costruzione di una diga. Due di loro subiscono un’aggressione sessuale da due bifolchi armati, uno dei quali viene ucciso con una freccia tirata da un terzo amico accorso in difesa. Gli escursionisti devono decidere su cosa fare del cadavere… [sinossi]

Sono solo un sogno, un incubo per altri. Così si esprime Merlino in Excalibur, una volta liberato dalla prigione di ghiaccio in cui l’aveva imprigionato Morgana. Un incubo non dà pace a uno dei sopravvissuti di Un tranquillo weekend di paura: una mano che affiora dalle acque del fiume, uno dei cadaveri che si sono lasciati alle spalle che riemerge dall’inconscio, il rimosso che torna, il senso di colpa e di delitto senza castigo. Non più quella mano leggiadra della Dama del Lago che emerge dall’acqua per consegnare e ritirare la sacra spada. Nella filmografia di John Boorman, Excalibur rappresenta un epicentro, l’evocazione di un mondo perduto, di una terra arcadica, ancestrale, wagneriana, popolata di cavalieri, maghi, spiriti dei boschi, fate, elfi, folletti. Il sogno shakespeariano, di una notte di mezza estate, sepolto dal progresso, ma che torna come incubo nel mondo civilizzato. Una sensazione ancestrale che provano i quattro protagonisti di Un tranquillo weekend di paura, uomini di città che provano il forte richiamo della natura, nella forma di sfida, nel domare le rapide di un fiume, attraversandole in canoa, prima che la ‘wilderness’ del luogo scompaia e le acque increspate lascino il posto a quelle calme del lago artificiale in costruzione. Emerge questa pulsione nei loro discorsi pseudo-ecologisti, pur abbastanza confusi. Le macchine falliranno e si aprirà la lotta alla sopravvivenza; c’è qualcosa nel bosco e nell’acqua che abbiamo perso in città, no, l’abbiamo venduto. Ma il loro atteggiamento in definitiva è quello di bulletti di città cui tutto sembra facile, escursionisti della domenica, dotati di tute pacchiane e di un armamentario bizzarro, l’arco sofisticato e tecnologico ricco di gadget, per loro che rifiutano le armi da fuoco. La natura non è così facile da ammansire, lo scopriranno a loro spese e verranno puniti per la loro arroganza e spavalderia.

Per contro anche gli abitanti del luogo, pur vivendo in zone prossime alla natura selvatica sono ben lontani dal mito del buon selvaggio. Usano il fucile, non si fanno problemi ideologici in merito, e si rivelano brutali e aggressivi, degenerati e imbastarditi. Forse in virtù dello status di marginalità a cui il mondo civile li ha relegati, e in fondo il loro approccio alla natura è tutt’altro che armonico e primigenio. Oppure dall’essere comunque ormai compromessi con la civiltà, simboleggiata dalla chiesa di Cristo. Lo splendore di Camelot del resto è già tramontato, Excalibur perduta e il Sacro Graal ancora introvabile, le carestie si diffondono per tutto il regno. Un altro re verrà, si dice alla fine di Excalibur, ma questo, nella filmografia di Boorman, assume le fattezze grottesche del decadente Leone l’ultimo. E quei luoghi marginali forse è meglio siano cancellati, sommersi dall’acqua della diga erigenda, come dice qualcuno. La società moderna rimuove così un suo errore, qualcosa che le è sfuggito di mano. Solo un abbozzo di comunicazione tra i più marginali dei marginali, attraverso la musica, nel duetto tra chitarra e banjo tra Drew e il ragazzino autistico, che comunque dura poco, e il secondo successivamente volgerà lo sguardo altrove al loro passaggio. E l’interazione tra i loro due gruppi darà origine a uno dei più insostenibili momenti sulla violenza latente nel cinema degli anni ’70, insieme a Cane di paglia, film di un anno prima.

Tra i tanti modi in cui l’uomo ha plasmato il paesaggio, uno dei più dirompenti è proprio quello delle dighe, non asfalto e cemento che cancellano la natura, ma un modo di imbrigliarla, realizzando grandi laghi artificiali bloccando i corsi d’acqua, per far funzionare la civiltà tecnologica, ottenendo energia elettrica. Boorman mette in scena quel gradiente di trasformazione del territorio man mano che il livello dell’acqua si alza, come avrebbe fatto Jia Zhangke in Still Life. Tutto deve essere trasferito, ricostruito a monte. Anche i morti portati nelle loro bare da un vecchio cimitero a uno nuovo. Solo la chiesa, grottesca sulle ruote, già mobile, era come se fosse stata già concepita per uno spostamento, adattabile prefabbricato per ogni luogo.

Arriverà comunque un altro re, nella filmografia di Boorman, e un altro Merlino. Gli indigeni della Foresta di smeraldo, custodi antichi di un legame con la terra e la giungla, ancora in possesso di arti magiche, ma pure seriamente minacciati, ancora una volta, da una diga.

Info
La scheda di Un tranquillo weekend di paura sul sito del Cinema Ritrovato.
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