Le signorine di Wilko

Le signorine di Wilko

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Alla 43esima edizione del Polish Film Festival, per la parte retrospettiva dedicata al grande cinema polacco, è stato presentato in versione restaurata Le signorine di Wilko, film del 1979 di Andrzej Wajda, raffinatissima riflessione su un uomo di mezza età che gioca con i sentimenti di cinque sorelle, senza mai decidersi a sceglierne una.

«Nessuno saprà mai come era dolce la vita prima della Rivoluzione»

Dopo aver perso un amico cui era molto legato, il quasi quarantenne Wiktor torna in campagna dai suoi zii, dove visse gli anni giovanili passandoli sovente nella casa dei vicini, abitata da un gruppo di giovani e attraenti sorelle, molto unite, ma tutte ugualmente infatuate di lui. Sono passati quindici anni da allora, e Witkor, ancora scapolo, si fa riprendere dalla tentazione di donare il suo cuore a una di queste sorelle, solo che però non riesce a decidere quale. [sinossi]

Presentato nella macro-sezione retrospettiva del Polish Film Festival di Gdynia, in cui vi era anche una selezione di film sul/del ’68 e una di titoli scelti per celebrare il centenario dell’indipendenza della Polonia, che ricorre proprio quest’anno, Le signorine di Wilko, diretto nel 1979 da Andrzej Wajda è un raffinatissimo film di scrittura, oltre che un saggio di controllo assoluto del set e della macchina-cinema nel suo complesso. Ogni movimento della mdp, infatti, si apre a un’eleganza signorile, quasi aristocratica, geometrica e suadente, e così la scrittura, sia per quel riguarda la struttura narrativa, sia per quel che riguarda la dolce musicalità dei tempi delle sequenze e dei dialoghi dei personaggi. Un’eleganza quasi opprimente, tale da trasmettere quasi un senso di claustrofobia, di overdose glicemica della bella grafia, perfettamente corrispondente però al mondo che descrive e all’epoca in cui il film è ambientato, gli anni Trenta, con la Polonia fotografata nel mezzo di due guerre, già dimentica degli orrori della prima e ancora all’oscuro degli olocausti della seconda, e dunque mollemente rinchiusa nel privato e nel sentimentalismo, come su di un cuscino troppo morbido ed esageratamente voluminoso.

In tal senso, il giudizio di Wajda nei confronti del suo protagonista Wiktor, lo straordinario Daniel Olbrychski, è molto severo, visto che la sua irresolutezza sentimentale più che un gioco appare come una condanna e come una scusa per rimandare all’infinito il momento in cui doversi prendere delle responsabilità. Witkor, che torna in campagna dagli zii e ritrova le cinque sorelle vicine di casa, tutte da sempre innamorate di lui, ha qualcosa in comune con il Marcello de Il conformista, stesso disprezzo per la vita e stesso nichilismo esistenziale mascherato da un ossessivo controllo nel portamento e nell’eloquio. E, d’altronde, quel conformista movarian-bertolucciano era l’incarnazione stessa dell’ambiguità ideologica dell’intellettuale italiano a cavallo tra le due guerre, come lo è il Wiktor di Wajda per il corrispettivo polacco.
Nel momento in cui scopre che la sorella a cui si diceva più affezionato quindici anni prima è, nel frattempo, morta, Wiktor ad esempio non si domanda nemmeno per un attimo se possa essere stato lui l’involontario assassino. E quando una delle sorelle cerca di fargli capire che la ragazza è morta suicida per la disperazione di essere stata abbandonata da lui, il nostro eroe cambia vigliaccamente discorso, come se il suo tetragono malinconico romanticismo, da Amleto dei sentimenti, non possa essere intaccato da alcun tipo di tragedia.

Eppure, quelle sorelle – che hanno un carattere un po’ cechoviano e un po’ bergmaniano – ci ricascano ancora una volta e non possono fare a meno di farsi lusingare da quell’uomo così affascinante e così “umano”, profondamente diverso rispetto agli altri uomini che le circondano, militari di professione o imprenditori senza scrupoli, totalmente alieni da ogni forma di discorso amoroso. E, pian piano, con una sinuosa struttura a cerchi concentrici, Wajda ci svela il carattere di ciascuna sorella, dalla più bella e libertina alla più modesta e casalinga, passando per la più giovane (innamorata di Witkor sin da bambina), fino ad arrivare alla più severa (l’unica che si comporta con durezza nei confronti del protagonista) e alla più sfiorita e depressa. E ciascuna di loro aspira o aspirava o aspirerà a essere la favorita di Witkor, e lui stesso cambia continuamente idea, pensando una volta di preferire una, una volta l’altra, e così via. Compresa la morta, alla cui tomba lui va di tanto in tanto, e c’è da scommettere che in quei momenti, nella sua mente, è proprio lei che si ripropone – anche se solo per pochi minuti – come l’unico vero amore.

L’ironia con cui Wajda guarda al percorso di Witkor è quindi sempre accompagnata da un senso di malinconia e di tragedia. Il protagonista, in fin dei conti, non è più giovane e vive già nel ricordo del passato, non decidendosi a pensare al presente e al futuro, un passato da “posto delle fragole“, che non è mai esistito, e a proposito del quale si ritrova a parlare con lo zio. Questi, infatti, passa le notti senza riuscire a dormire, seduto al tavolo della cucina dove ripensa a tutte le persone che ha conosciuto negli anni, che gli hanno voluto bene e a cui ha voluto bene e che nel frattempo sono morte. Ripensa a loro e prova a entrare con la mente in quell’altro mondo, il mondo della memoria, che è in fin dei conti l’aldilà, dove d’altronde lo stesso zio si approssima ad andare, visto che è anziano e – si scoprirà poi – anche gravemente malato. Ed ecco che Witkor si specchia nello zio e capisce che, forse, niente ha senso e che non resta che attendere la morte. Nel fare questo, però, in questa sua surplace emotiva, fa soffrire quelle povere donne e ragazze, le quali invece avevano ancora fiducia nella vita e, se l’hanno persa, non può che essere che per colpa di lui.

Così Le signorine di Wilko si chiude con Witkor che risale in treno e si allontana probabilmente per sempre dalla dolce Wilko, ridente paesino in cui tutti amano una persona che non sa amare. E nello scompartimento del treno, di fronte a Wiktor, c’è Jarosław Iwaszkiewicz, lo scrittore autore del romanzo, pubblicato proprio negli anni Trenta, da cui è tratto il film di Wajda. L’uomo, già anziano, ci guarda con un mesto sorriso, omaggiato dunque in questo modo all’interno del film. Iwaszkiewicz morirà l’anno dopo, nel 1980, e infatti Le signorine di Wilko è dedicato alla sua memoria.

Info
La scheda di Le signorine di Wilko sul sito del Polish Film Festival di Gdynia.
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