7 sconosciuti a El Royale

7 sconosciuti a El Royale

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7 sconosciuti a El Royale, scelto come film di apertura dalla Festa di Roma, mostra l’ambizione del suo regista, quel Drew Goddard che si fece notare sei anni fa con Quella casa nel bosco. Un puzzle giocoso che racconta, attraverso l’escamotage del noir, il mosaico umano degli Stati Uniti degli anni Sessanta.

Una sfida di confine

Un prete, un rappresentante di prodotti, una donna di colore e una hippy si ritrovano per caso, in una stessa sera sul finire degli anni Sessanta, all’Hotel El Royale che sorge esattamente sul confine tra la California e il Nevada. E dove dieci anni prima qualcuno, poi morto, ha nascosto una borsa piena di soldi sotto il pavimento di una stanza. [sinossi]

Al suo secondo film da regista, Drew Goddard (Quella casa nel bosco) mostra chiaramente la sua ambizione mettendo in scena un intricato puzzle, che gioca molto con le aspettative dello spettatore per smentirle quasi sempre e raccontare, sfruttando il noir, il variegato e tragico mosaico umano dell’America degli anni Sessanta. La prima scena di 7 sconosciuti a El Royale si svolge tecnicamente di fronte ai nostri occhi, grazie a un’inquadratura fissa su uno spazio che vediamo nella sua interezza, in cui si snoda un’azione ben leggibile che ci fa entrare in quella che parrebbe decisamente una crime story: un uomo in una stanza d’albergo, ripresa frontalmente in totale, sposta tutti i mobili e smonta il pavimento per sotterrare sotto le assi di legno una borsa che, presumiamo, contenga un bel malloppo. Il montaggio zompetta e taglia il superfluo ma sappiamo che la missione è stata compiuta, la camera rimessa in ordine… Se non che – senza che l’inesorabile frontale sia cambiato – la porta della camera si apre e l’uomo viene freddato. Il prologo resta lì, come la borsa e il suo contenuto, per dieci anni, quando ci ritroviamo non in quella stanza, di cui del resto non sappiamo niente, ma nell’albergo che presumiamo essere il complesso che la ospita, l’ormai sonnecchioso Hotel El Royale, dove in un tardo pomeriggio arrivano all’improvviso ben quattro ospiti che non sembrano molto legare tra loro e appaiono desiderosi solo di chiudersi nelle proprie rispettive stanze. Sono un prete (Jeff Bridges), una ragazza di colore (Cynthia Erivo), un tizio che dice di fare il rappresentante (John Hamm) e da ultimo una hippy scazzata (Dakota Johnson). Ad “accoglierli” un giovane mite e svagato (Lewis Pullman) che custodisce il posto, un tempo meta privilegiata di star e politici, ma ora decisamente demodé. In questa sequenza, che presenta 5 dei 7 sconosciuti di cui parla il titolo italiano (quello originale più metaforicamente recita Bad Times at the El Royale), lo spettatore cerca di orientarsi tra i personaggi e capirne il livello di reciproca falsità, ma sa che qualcuno o tutti loro sono lì alla ricerca del denaro. Lo script impostato è quello di un giallo classico e da camera, quasi in stile Agatha Christie.

Da qui in poi 7 sconosciuti a El Royale si decostruisce pezzo a pezzo. Il film mantiene, fino al dilatato finale western, un ritmo cadenzato in macro-sequenze che sono anche macro-sistemi perché si focalizzano su ogni ospite, uno per volta, togliendo loro le maschere e aggiungendo tasselli a un totale che, in barba all’illusione iniziale, non solo non possediamo affatto ma è addirittura, in un certo senso, divergente da quello che potevano prevedere. Perché la stanza è dentro l’hotel ma l’hotel è dentro a un mondo che si dimena là fuori, tra il Nevada dell’azzardo e la California assolata ma anche insanguinata dai delitti della Manson family, tra i retaggi del passato e le battaglie del presente. La lunga parte di disvelamento dei personaggi talvolta ricorda le ripetizioni/variazioni amate da Tarantino cui tutto sommato Goddard guarda anche per altri versi, visto che El Royale è un po’ “l’emporio di Minnie” dei 7 sconosciuti (anziché degli odiosi 8…), che si fanno carico di un peso simbolico sempre maggiore, man mano che capiamo dove stiamo andando a parare. E anche qui, come con ogni probabilità sarà in Once upon a time in Hollywood, c’è Charles Manson che in 7 sconosciuti a El Royale si chiama Billy Lee, è interpretato da Chris “Thor” Hemsworth, ma soprattutto è il sesto ben poco raccomandabile sconosciuto. Ovviamente ce n’è anche un altro, il settimo, che è in un certo senso il binario che dà la definitiva svolta alla vicenda. 7 sconosciuti a El Royale è un lavoro godibile e intelligente proprio per la capacità di Goddard di centellinare efficacemente le informazioni, virare, far cambiare strada alle premesse e dare sempre più respiro a un racconto che, come si diceva, ha una discreta ambizione. Ovviamente i personaggi non sono quello che dicono di essere o non sono esattamente quello che sembrano, ognuno ha un proprio segreto, ognuno è lì per un motivo preciso, ma tutti rappresentano qualcosa dell’America degli anni Sessanta e sono come quella stanza che guardiamo all’inizio, di cui vediamo tutto ma di cui non sappiamo niente se non l’azione che ospita. Lentamente scopriamo quale “stanza” del Paese è ognuno di loro e a quali azioni può dare il via: se è la Cia con i suoi paranoici meccanismi di controllo, la guerra in Vietnam e i suoi traumi, la morte di Kennedy con la sua leggenda, la lotta delle donne e dei neri per l’emancipazione. O l’onnipresente passato americano che si può racchiudere in un binomio onnipresente anche nel film: confine e bottino, da difendere ovviamente con le armi. Se qualcosa della storia muore e trapassa mentre qualcosa vive e avanza, l’idea del confine da sfidare e del denaro da conquistare resta, al di là del genere o dei generi apparenti, al di là delle finalità e delle intenzioni individuali, in quel western permanente e infinito che è l’America. Per cui, al netto del rallentamento evidente nel ritmo del racconto, la lunga e non vivacissima scena finale ha comunque un senso, perché è l’ennesima ed eterna sfida tra balordi nel saloon e pure l’ennesima ed eterna rivisitazione del curatore d’anime che dona un istante di sollievo alle vite ferite dalla violenza della frontiera.

Lo sceneggiatore di Cloverfield e di The Martian, a sei anni dal suo esordio alla regia porta a casa un buon risultato con un film in cui non tutto è omogeneo (dopo che abbiamo fatto conoscenza con i personaggi principali il plot diventa un po’ farraginoso), qualche personaggio è scritto con sguardo proprio poco ispirato (quello di Dakota Johnson è più funzionale che altro), ma che tutto sommato regge per 140 minuti ed è brillante nell’intento di mettere sul tavolo – o dentro un hotel – le tante divergenti pulsioni della pastorale americana degli anni Sessanta. In cui molti sogni sono tramontati e tante battaglie hanno trovato la loro forza.

Info
Il trailer di 7 sconosciuti a El Royale.
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