Il ragazzo più felice del mondo

Il ragazzo più felice del mondo

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Il ragazzo più felice del mondo è il terzo film da regista del fumettista Gipi, che continua a giocare su se stesso e le proprie idiosincrasie come nel precedente Smettere di fumare fumando e nelle strisce settimanali che firma per Propaganda Live. A Venezia nella sezione Sconfini e ora in sala.

La vita di Adelo

È una storia vera. C’è una persona che da più di vent’anni manda lettere cartacee scritte a mano a tutti gli autori di fumetti italiani spacciandosi per un ragazzino di 15 anni. Nelle lettere, piene di complimenti, chiede sempre “uno schizzetto” in regalo. Per agevolare il compito ogni busta contiene un cartoncino bianco e un francobollo per la risposta. C’è un fumettista italiano, Gipi, che inizia a indagare su questa persona. Chi è veramente? Perché si nasconde dietro la falsa identità di un adolescente? Vuole girare un documentario, trovare questa persona, intervistare gli altri autori che hanno ricevuto la lettera: come si sono sentiti quando l’hanno ricevuta? E come quando hanno scoperto che si trattava, sostanzialmente, di una truffa? Per realizzarlo, recluta degli amici. [sinossi]

Al di là di ogni speculazione che si possa fare su Il ragazzo più felice del mondo un dato appare oramai evidente: Gianni Pacinotti in arte Gipi si sente sempre più a suo agio con l’utilizzo delle immagini in movimento. Il disegno, che pure rimane il campo artistico di riferimento di Gipi, è diventato immagine, corpo. Lo dimostrano anche le strisce settimanali video che il fumettista pisano firma per il programma televisivo di Diego Bianchi Propaganda Live. Un tratto distintivo dell’approccio di Gipi, che non era ipotizzabile all’epoca dell’esordio cinematografico con L’ultimo terrestre (che venne maltrattato a Venezia, dove si trovava in concorso, andando ben oltre le reali debolezze del film), è la presenza in campo persino ingombrante dello stesso regista. I film di Gipi, così come i suoi divertissement televisivi, sono letteralmente costruiti su di lui, sulla sua vita, sul suo lavoro, sulla sua quotidianità. Un dettaglio che potrebbe apparire del tutto secondario, ma che in realtà trova un suo particolare senso e valore proprio ne Il ragazzo più felice del mondo. Ben più anche dell’opera seconda Smettere di fumare fumando, che i più ignorano e che oramai si fa finta che non sia mai stato girato – ma che all’epoca, appena sei anni fa, partecipò perfino al concorso del Torino Film Festival nell’unica edizione diretta da Paolo Virzì –, è infatti nella storia del finto quindicenne che da anni e anni scrive ai principali fumettisti italiani chiedendo loro come regalo un piccolo schizzo da aggiungere alla sua collezione che si può rintracciare quello che appare il valore più concreto, e forse anche duraturo, dei film di Gipi. Nel gioco eterno su se stesso e sulle proprie idiosincrasie solo la rappresentazione dei due mondi che Gipi si trova a frequentare – quello del fumetto e quello del cinema – può probabilmente apparire sincera.

È la sincerità l’unica arma che può fare breccia nel castello di carte costruito da Gipi fin dall’incipit, quello strampalato e non troppo divertente dialogo con Domenico Procacci per cercare di proporgli una versione italiana e al maschile de La vita di Adele di Abdellatif Kechiche. La vita di Adelo sarebbe il titolo. In questa battuta, così basica, per nulla vergognosa della sua intrinseca “stupidità”, si avverte il gioco condiviso di Gipi, il suo scoperchiare le botole, mostrare l’artificiosità del tutto. Così artificioso e artificiale il film che nessuno potrebbe pensare di trovarsi di fronte a un mockumentary. In fin dei conti Gipi gira il finto documentario di un finto documentario, la replica pressoché infinita di uno schema usurato, e per questo svelamento sarebbe anche da ringraziare.
Ci si diverte solo a tratti e in maniera sporadica durante la visione de Il ragazzo più felice del mondo. Troppi i siparietti insulsi, troppi i giochi con uno spettatore dal quale non sempre si può pretendere complicità. Non manca di brillantezza, Gipi, e il suo stile dà sempre l’impressione di essere un po’ più sofisticato di quanto non voglia realmente apparire. Ma il film arranca, stritolato da uno schema che poi così libero in realtà non è. Anzi. Perduto tra amici e conoscenti, tra colleghi e attori/non attori che interpretano loro stessi – o forse no – Gipi si lascia dominare dalla sarabanda dello spettacolo per lo spettacolo, perdendo ben presto di vista la verità, supposta o meno che sia. Resta invece l’ennesimo ritratto di un microcosmo un po’ farlocco, sempliciotto e pressapochista. Nulla di nuovo, e nulla che non sia stato raccontato con maggiore precisione e crudeltà in passato. Alla resa dei conti Il ragazzo più felice del mondo sembra una compilation delle già citate strisce settimanali portate a termine per La7. E allora, come ammoniva Polonia, sarebbe da ricordare che la brevità è l’anima del senno…

Info
Il trailer de Il ragazzo più felice del mondo.
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