La notte dei resuscitati ciechi

La notte dei resuscitati ciechi

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Con La notte dei resuscitati ciechi si conclude la tetralogia dello spagnolo Amando de Ossorio, presentata integralmente al Torino Film Festival. Tra idoli pagani e ritorni al passato l’ultima incursione sul grande schermo dei templari risorti merita una nuova visione.

L’ultima cavalcata (cieca)

Il quarto e ultimo capitolo della saga dei Resuscitati ciechi ha inizio in epoca medievale, quando una giovane coppia subisce l’attacco dai cavalieri templari. L’uomo viene immediatamente ucciso, mentre la donna trasportata e sacrificata al castello dei monaci. La storia prosegue nel ventesimo secolo, quando il dottor Henry Stein e la moglie Joan si trasferiscono in un piccolo e inospitale villaggio costiero, nel quale vengono trattati con diffidenza e disprezzo dai locali. In breve tempo la coppia viene a sapere che il villaggio è infestato da un’antica maledizione: ogni sette anni, per sette notti consecutive, i templari non morti arrivano cavalcando dal mare per chiedere una vergine in sacrificio. Il dottore e la moglie, aiutati da Teddy, l’idiota del villaggio, tenteranno di salvare dall’orribile fato Lucy, una delle giovani, attirando così la collera dei cavalieri del mare. [sinossi]

Conosciuto in Italia anche con i titoli Terror Beach, con cui venne trasmesso nelle televisioni private nel corso degli anni Ottanta, e I cavalieri della morte, che venne scelto per la distribuzione in VHS, La notte dei resuscitati ciechi è l’ultimo capitolo della tetralogia creata dal cineasta spagnolo Amando de Ossorio. Cercando in rete è possibile rendersi conto di come questo titolo sia generalmente il meno apprezzato dagli appassionati del genere. Le motivazioni sono facili da comprendere: lo schema usurato viene riprodotto qui con fondi ancora meno corposi del solito, il che limita fortemente le possibilità iconiche e ieratiche di de Ossorio. Il ritmo resta fedele allo spirito della saga, e si rivela dunque compassato, ma le apparizioni dei tristi templari sono meno efficaci, meno in grado di impattare sull’immaginario dello spettatore. Giunto alla quarta avventura il sottogenere appare stanco, anche perché le modifiche apportate di volta in volta da de Ossorio sono sempre minime, a tratti quasi impercettibili. Non che si possa chiedere chissà quale approfondimento quando si ha a che fare con dei demoni così monocordi e privi di psicologia, seppur basica, ma è evidente come il paragone inevitabile con i living dead di romeriana memoria penda tutto a favore degli Stati Uniti d’America.

Non ha dunque senso di per sé una difesa acritica de La notte dei resuscitati ciechi. Le debolezze strutturali ci sono, inutile negarle. Così com’è evidente l’approssimazione di alcune scelte scenografiche e la mancanza di elementi altrove dirompenti come la violenza e il sesso. Amando de Ossorio chiude la tetralogia con il titolo più casto del lotto, quasi a voler rivendicare una purezza raggiunta, un superamento ideale delle grossolonità con cui si era dovuto confrontare in precedenza. A venirgli incontro non c’è neanche la recitazione dei protagonisti che mai in precedenza aveva toccato tasti così dolenti. Ma a distanza di quarantatré anni dalla sua distribuzione nelle sale (in Italia non sembra aver mai raggiunto il grande schermo, e questo rende comunque ghiotta l’occasione di recuperarlo sotto la Mole Antonelliana durante le giornate del Torino Film Festival) è possibile apprezzare, al di là dei suoi aspetti meno riusciti, la libertà di un regista che affronta le secche del soprannaturale – combattendo una guerra di lungo corso contro uno Stato che si opponeva alle potenzialità del fantastico, in ossequio a una concezione realmente medioevale del cristianesimo e della conseguente “blasfemia” – per cercare a modo suo di raccontare una realtà in sommovimento ma ancora infognata nelle paludi del passato recente.

Alla solita carneficina perpetrata dai templari de Ossorio aggiunge qui alcuni elementi, che sembrano rifarsi agli archetipi dell’orrore, non solo cinematografico. Il ritorno ogni sette anni per ottenere un sacrificio umano riecheggia il mito delle sette fanciulle e dei sette fanciulli da donare alle fauci del Minotauro, e non appare casuale il riferimento a una divinità pagana idolatrata dai templari. Proprio la presenza della suddetta divinità fa calare La notte dei resuscitati ciechi dalle parti della cosmogonia di H.P. Lovecraft, in qualche modo permettendo al regista di dirazzare dalle sue ossessioni. A venir fuori una volta di più è un pastiche magari non compiuto ma senza dubbio affascinante, nel quale i temi cardine del cinema di genere del periodo – a partire ovviamente dal concetto di “morto vivente” – si trovano a competere con un orrore secolare, di fronte al quale non si può pensare di agire non solo in maniera logica, ma neanche cercando riparo nelle certezze più o meno conclamate dell’horror. Una sensazione che acuisce il rammarico per quel quinto capitolo della saga che si vocifera fosse nelle intenzioni di de Ossorio: i suoi amati templari resuscitati ciechi avrebbero dovuto affrontare il mito del licantropo, o almeno così pare. Ed è un piacere crederlo. È notizia dei mesi scorsi che la Mafarka Film abbia messo in produzione un nuovo capitolo della saga, per la regia di Raffaele Picchio (Morituris, The Blind King). Peccato che Amando de Ossorio se ne sia andato diciassette anni fa, nel silenzio critico generale. Ma questa è un’altra storia, altrettanto terrificante.

Info
La notte dei resuscitati ciechi, la scheda sul sito del TFF.
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