Nosferato no Brasil

Nosferato no Brasil

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Il più iconoclasta dei vampiri è senza dubbio quello immortalato in Nosferato no Brasil dall’allora diciottenne Ivan Cardoso, tra i nomi più sperduti del tropicalismo cinematografico carioca. Con protagonista il poeta e paroliere Torquato Neto, che morirà suicida a soli 28 anni.

Vampirismo tropicalista

Budapest, Diciannovesimo secolo: Nosferatu viene ucciso da un principe. In vacanza in una pancromatica Rio de Janeiro, vampirizza i nativi che incrociano il suo cammino… [sinossi]

Nosferato no Brasil inizia seguendo quasi una propria filologia. Budapest, la Vecchia – vecchissima, stravecchia, immortale – Europa, l’Impero Austro-Ungarico che si sedette sui petti respiranti progresso e li soffocò, uno per uno, prima del proiettile serbo che si portò via l’arciduca Francesco Ferdinando, trasformando Gavrilo Princip in un’icona libertaria e fornendo la più ovvia delle giustificazioni allo scoppio della Grande Guerra. Nosferatu non fa guerre. Nosferatu è immortale, esiste per predare. Preda così come preda il potere, ma al contrario dell’apparato economico-nobiliare dell’Europa ferale non si mette a fare distinzioni poetiche tra le classi. Il sangue gli va bene che venga da un principe o dall’ultimo dei reietti. Sempre sangue è. Democrazia vampiresca, verrebbe da dire. Ma all’inizio di Nosferato no Brasil (letteralmente Nosferatu in Brasile) l’immortale viene ucciso da un principe. Fu vera morte? Così non pare, visto che il signore della notte, colui che si può trasformare in pipistrello per volare verso il collo delle sue vittime, se ne sta al sole di Copacabana, sorseggiando bevande esotiche in costume da bagno, ma con l’immancabile mantello. Perché pur sempre Nosferatu è…
Tra gli oggetti imprevedibili, imprendibili e forse anche incomprensibili di quel mondo a parte che fu il movimento cosiddetto “tropicalista” (sulle varie denominazioni ricevute nel corso del tempo si tornerà tra poco), la prima regia di Ivan Cardoso appare come uno dei più difficili da maneggiare. Un po’ come il suo stesso regista, in fin dei conti. Perché chi è Ivan Cardoso? In quanti ne hanno memoria? Nella Torino anarchica e perennemente fuori orario allestita dalla coppia Turigliatto/D’Agnolo Vallan questo misconosciuto cineasta brasiliano, oggi sessantaseienne, trovò un suo pur minimo spazio. Di lui vennero infatti proiettati durante le giornate del festival dapprima Um Lobisomem na Amazônia – horror licantropico delirante che ebbe tra gli spettatori sotto la Mole anche due esperti della materia come Joe Dante e John Landis –, e quindi Heliorama e O Sarcófago Macabro. Gli spettatori torinesi poterono dunque scontrarsi – e che scontro fortuito! – con il marchio del terrir, tellurico incontro tra orrore e sarcasmo.

Come nei fotogrammi di Rogério Sganzerla, Júlio Bressane o ancor più José Mojica Marins – il buon vecchio Zé do Caixão, uno che di orrore se ne intende –, Cardoso si appropria del “classico” per brutalizzarlo con un istinto anarchico che non ha precedenti, e non ha nulla che gli somigli. Gronda naïveté a ogni singolo taglio di montaggio, Nosferato no Brasil, che il regista diresse a soli diciotto anni, armato di una super-8 che somiglia da vicino a una mitragliatrice – sulla falsariga del contrabbasso cantato dagli Area qualche anno più tardi –, utile a spazzar via la polvere del tempo da una macchina/cinema perennemente giovane, proprio come il succhiasangue per eccellenza, il vampyr che si prende il meritato riposo e se ne va, come ogni colonialista occidentale che si rispetti, a passar le ferie al sole dei tropici, tra un po’ di spiaggia e di turismo sessuale. Un oggetto fieramente, volutamente, dichiaratamente marginale, per utilizzare un termine non proprio elogiativo con cui Cardoso e i suoi colleghi vennero apostrofati: udigrudi, latinizzazione dell’inglese “underground”, lì definì Glauber Rocha, anche in quel caso non troppo in vena di complimenti. Si accusava questi registi – oltre ai già citati, sarebbero da ricordare quantomeno Andrea Tonacci, João Silvério Trevisan, Carlos Reichenbach, Ozualdo Candeias (che diresse il programmatico A Margem), Carlos Alberto Eghbert, João Batista de Andrade, Maurício Capovilla, Neville d’Almeida, João Callegaro – di non essere seri. Era vero. E fu questa la grande rivoluzione.

Più moderni del moderno, pancromatici, rivoluzionari senza ideologia (all’apparenza), così come lo scanzonato e liberissimo Nosferatu carioca, che del tropicalismo cinematografico rappresenta forse la sua versione più trucida, divertita e a suo modo anarchica. Un anarchia non teorizzata, ma vissuta con inconsapevole naturalezza. L’anarchia di una gioventù cresciuta nel cuore della dittatura militare. Nel 1970, quando Nosferato no Brasil è pronto – la sua diffusione, visto il livello amatoriale delle riprese e la breve lunghezza del montato, fu ovviamente parziale e del tutto episodica – Emílio Garrastazu Médici è da poco diventato presidente del Brasile, e la cosiddetta “Guerrilha do Araguaia” condotta dal Partido Comunista do Brasil è agli inizi. Un baccanale jazzato, una bossanova senza sonoro, solo ballabile attraverso le immagini. Cardoso va svenare la garota de Ipanema di Vinícius de Moraes e Antônio Carlos Jobim, da un’Europa sempre vecchia ma che almeno ha messo in campo la sua primavera, dal maggio parigino a Praga, ma anche nella californiana Berkeley. Ora è tempo di far lo stesso a sud dell’Equatore. Il Cinema Novo ha aperto la strada, quello Novíssimo la batterà in lungo e in largo, senza più vincoli. Rivedere Nosferato no Brasil a quasi quarant’anni dalla sua realizzazione – il cortometraggio è reperibile sulla pagina Vimeo di Ivan Cardoso – è un’epifania, e permette di riscoprire anche lo splendido Torquato Neto, poeta dolcissimo e dolorosissimo, che si toglierà la vita solo un paio di anni più tardi, nel novembre del 1972, a 28 anni compiuti da un giorno. Morto e immortale. Come Nosferatu.

Info
Nosferato no Brasil visibile su Vimeo.
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  • nosferato-no-brasil-1970-ivan-cardoso-recensione-01.jpg

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