Ted Bundy – Fascino criminale

Ted Bundy – Fascino criminale

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Affrontando un soggetto che conteneva già, in sé, una certa carica cinematografica, Joe Berlinger lascia Ted Bundy – Fascino criminale in una terra di nessuno, con una messa in scena corretta quanto anonima, e l’assenza di qualsiasi tentativo di lettura personale della vicenda.

Il babau borghese

Florida, 1989: poco prima dell’esecuzione sulla sedia elettrica di Ted Bundy, serial killer responsabile di almeno 30 omicidi in quattro diversi stati, la sua ex fidanzata Elizabeth decide di incontrarlo nel braccio della morte. Qui, Elizabeth ripercorre la sua vita con Bundy, dal primo incontro alla scoperta delle sue azioni criminali, cercando di venire a patti con l’idea di aver amato un mostro. [sinossi]

È sempre complicato il lavoro di un regista quando si trova ad affrontare figure che (per motivi che possono essere dei più svariati) sono entrate nell’immaginario collettivo. Quella di Ted Bundy, poi, serial killer che ha fatto del suo charme una cifra distintiva, è una figura che in qualche modo è già cinematografica di suo: dal Buffalo Bill de Il silenzio degli innocenti al Patick Bateman di American Psycho, sono tante le figure di assassini letterari, cinematografici e televisivi, che hanno tratto spunto, o semplicemente hanno rubato qualche suggestione, alla figura di Bundy. In più, il personaggio, dalla sua esecuzione nel 1989 (e invero anche prima: la miniserie Il mostro risale al 1986) è già stato oggetto di un buon numero di adattamenti cinematografici e televisivi: otto in tutto, tra film per il grande schermo, film per la televisione, serie e miniserie. Senza contare, poi, un certo numero di documentari: l’ultimo di questi, intitolato Conversations with a Killer: The Ted Bundy Tapes, prodotto e distribuito da Netflix, è diretto proprio dal regista Joe Berlinger che ha firmato, in contemporanea, anche questo Ted Bundy – Fascino criminale. Un terreno non proprio agevole, insomma, quello scelto da Berlinger, se non altro perché già abbondantemente battuto da altri.

È coscientemente cronachistico, il taglio scelto dal regista per approcciarsi alla storia di Ted Bundy: e il titolo originale del film (Extremely Wicked, Shockingly Evil and Vile, dal discorso con cui il giudice che condannò Bundy descrisse il carattere delle sue azioni), in un certo senso lo conferma. Il film vuole essere, prima di tutto, un resoconto nudo e crudo non tanto delle azioni criminali di Bundy – lasciate quasi interamente fuori campo – quanto della vita dell’uomo parallela alla sua attività di serial killer, sia nella sua dimensione privata (il rapporto con la fidanzata Elizabeth Kendall prima, e con la moglie Carole Ann Boone poi) che in quella pubblica (il processo e la costruzione della sua figura mediatica). In questo senso, malgrado il film prenda spunto dal libro biografico The Phantom Prince: My Life with Ted Bundy, scritto proprio dalla Kendall, il film di Berlinger lascia presto in secondo piano il personaggio dell’ex fidanzata, per concentrarsi sul processo e sullo spazio mediatico che il personaggio riuscì a ritagliarsi, in quello che fu il primo processo della storia ad essere documentato dalle telecamere della tv. Uno show che il film ricostruisce fedelmente nelle sue fasi salienti, e che presto avrebbe visto il killer nel ruolo di mattatore assoluto, dopo il licenziamento del suo avvocato e la decisione di difendersi autonomamente.

Regista con un background prevalente nel documentario, in particolare in quello per il piccolo schermo, Berlinger non riesce a trovare la giusta chiave di volta per approcciarsi al soggetto. Ted Bundy – Fascino criminale soffre innanzitutto di un’impostazione televisiva nel senso più deteriore del termine: con la parola “televisiva” vogliamo intendere qui, ovviamente – e se vogliamo un po’ anacronisticamente – la tendenza alla standardizzazione della messa in scena e a una certa piattezza narrativa. Il film risente di un approccio talmente anonimo e privo di verve narrativa da risultare come sospeso in una terra di nessuno: non è un’esplorazione dell’uomo dietro il serial killer, visto che il suo privato viene liquidato rapidamente nella prima parte del film, insieme al personaggio della Kendall interpretato da Lily Collins; non è un viaggio nella mente oscura dell’assassino, visto che solo nel finale (quasi come contentino allo spettatore) la sua compulsione omicida emerge insieme al ricordo di uno dei delitti, e alla paura per l’imminente fine; non è nemmeno un resoconto accurato della figura mediatica di Bundy, ricostruita solo nei suoi aspetti più esteriori e superficiali. Joe Berlinger sceglie, praticamente, di non scegliere, narrando il film nel modo più piano e anonimo, non tentando alcuna lettura personale della storia, e lasciando fare quasi tutto il lavoro ai suoi attori.

Proprio a questo proposito, un interprete come Zac Efron compie un lavoro complessivamente apprezzabile, riuscendo a restituire almeno un po’ dell’inquietudine fascinosa e “borghese”, così pericolosamente vicina alla quotidianità, che il personaggio esprimeva. La sua prova, in ogni caso, non può non risentire di una scrittura che tratta la figura di Bundy in modo tutto esteriore ed epidermico, senza provare mai a scendere più a fondo (con la parziale esclusione del già ricordato finale), e affrontando persino gli effetti dell’allontanamento della fidanzata, e la nuova relazione con la Boone, con evidente superficialità. Ted Bundy – Fascino criminale prosegue così quasi per forza d’inerzia, privo di una direzione precisa, guidato da un Efron che non può fare molto più che pronunciare le battute riprese dal processo, e da una serie di altri interpreti (tra cui si ricordano Haley Joel Osment nel ruolo del nuovo compagno della Kendall, e uno sprecato John Malkovich a impersonare il giudice Cowart) il cui peso narrativo resta praticamente nullo. Non c’è un guizzo, un sussulto narrativo o visivo, un tentativo di approccio personale alla vicenda, che giustifichino in qualche modo la produzione di un’altra opera di fiction su Bundy: senza alcuno scossone, con una messa in scena corretta quanto anonima, il film chiude il cerchio aperto nei suoi primi minuti, in quel braccio della morte in cui il babau borghese trovò la sua fine. E di lui, arrivati a questo punto, non sappiamo certo più di prima.

Info
Il trailer di Ted Bundy.
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