For Sama

Nuovo esempio di cinema soggettivo dal fronte siriano, For Sama, fuori concorso al Festival di Cannes, mette in scena la vita della stessa regista Waad Al Kateab, che co-dirige con Edward Watts e ci racconta, senza mai smettere di filmare, la sua storia d’amore con un medico e la nascita di sua figlia mentre Aleppo viene bombardata. Prezioso e commovente, ma forse troppo istintivo, e – paradossalmente – già visto.

Strano come il rombo degli aerei da caccia un tempo, stonasse con il ritmo delle piante al sole

Lettera d’amore di una giovane madre a sua figlia, il film racconta la vita di Waad Al Kateab nel corso dei cinque anni della ribellione di Aleppo, in Siria. Cinque anni durante i quali Waad si innamora, si sposa e partorisce la sua prima figlia, Sama, mentre il conflitto si fa sempre più duro in città. [sinossi]

La soggettività del cinema siriano ai tempi della guerra è la sua caratteristica precipua e indispensabile, come ha straordinariamente dimostrato di recente – in maniera, si è pensato sul momento, definitiva – Still Recording, vincitore della scorsa edizione della Settimana Internazionale della Critica al Festival di Venezia. Forse come non è mai accaduto per nessun’altra guerra, parecchi cittadini – che per lo più non erano e continuano a non essere registi di professione – hanno affidato all’immagine il racconto di quello che stava capitando a loro e al loro paese. Se, in tal senso, la guerra del Golfo fu il primo fenomeno totalmente mediatico della storia – più vera, almeno per chi non ne fu coinvolto, nel racconto audiovisivo giornalistico che nella realtà – e quella della ex Jugoslavia ha generato una serie di cinemi diversi – ciascuno auto-affermativo della propria nazionalità, mettendola comunque in discussione e sotto accusa -, cinemi che ancora ragionano su di essa in forme molto differenti; e ancora se la guerra balcanica si è protratta così a lungo da diventare tante guerre diverse e da frammentare spesso il discorso stesso di un film lungo gli anni e da arrivare a volte al prodotto finale solo a distanza di tempo (come, ad esempio, accadeva in My Own Private War di Lidija Zelović), la guerra in Siria invece è vista attraverso gli occhi di un cinema che diventa tale nel momento stesso in cui il suo intento testimoniale resiste in primis alla morte e in secondo alla volontà disperata di mostrare quanto accade. Qui il cinema è come una chiamata alle armi, è come la necessità di salire sui monti per i nostri partigiani, è una scelta di vita, e spesso di morte. Ed è, per l’appunto, la scelta di un singolo che scopre questa passione viscerale strada facendo.

Così dev’essere accaduto a Waad Al Kateab, co-regista di For Sama insieme a Edward Watts, documentario presentato fuori concorso al Festival di Cannes, in cui nel corso del film si autodefinisce più volte giornalista. Ma, ormai, anche lei ha fatto questo passo, è diventata regista per consegnare alla memoria un lungo e tragico frammento della sua vita, quello vissuto ad Aleppo dai tempi della ribellione al regime di Assad fino all’assedio, al bombardamento e alla sconfitta dei ribelli, in un arco di tempo che va dal 2012 al 2016. Waad è quasi sempre dietro la camera a riprendere quanto le accade, dalle proteste iniziali contro il regime di Assad, ai bombardamenti subiti, alla storia d’amore che instaura con il medico di un ospedale nella zona est di Aleppo, fino alla nascita della loro bambina, Sama per l’appunto. Non si ferma davanti a nulla, riprende anche i cadaveri dei bambini, oppure insiste a mostrarci un neonato che sembrava già morto e che poi, miracolosamente, scoppia a piangere e dunque rinasce.
Le vecchie, auguste e giuste, teorie del cinema baziniane non potrebbero accettare una tale totale permeabilità dello sguardo, che non arretra di fronte al dolore, alle amputazioni, al sangue, e anzi avanza con orrore ma con l’idea che sia giusto e necessario farlo, che sia indispensabile mostrare quanto avviene per poter denunciare meglio. Si può anche essere d’accordo con questa impostazione e si può anche accettare che certi imprescindibili dettami morali del cinema – come quello di Herzog che in Grizzly Man non ci mostrava, rispondendo all’idea della “giusta distanza”, la morte del suo protagonista – siano destinati a essere superati dalla soverchiante e ininterrotta produzione di immagini, come se tutto il mondo si trovasse ormai in uno stato di streaming permanente, di drone onnipotente cui – come accade anche in For Sama – nulla può sfuggire.
Si può dunque anche accettare di affrontare l’oscenità dello sguardo, e in effetti lo accettiamo per For Sama, perché siamo convinti della sincerità e della disperata istintività dell’operazione, ma forse sarebbe stato il caso di capire anche qualcosa di più di questa guerra indecifrabile, anche perché Waad Al Kateab non è una semplice cittadina che si ritrova inconsapevolmente nel mezzo della guerra, anzi; lei si presenta all’inizio del film come una contestatrice del regime di Assad e poi ci dice che sono i russi, alleati di Assad, a sganciare le bombe su Aleppo. Va bene, ma forse se For Sama è rivolto al mondo intero, come intende essere rivolto (e non solo a sua figlia), a partire dalla scelta di un unico titolo internazionale, per passare ad alcuni momenti in cui Waad parla in inglese, allora ci interessa sapere anche il contesto in cui questa guerra si è sviluppata e ci interessa conoscere le forze in campo che l’hanno scatenata, e i motivi per cui non è stato possibile avere aiuti internazionali. D’altronde, anche suo marito è una figura pubblica, è uno dei leader dei ribelli, e ha scelto coraggiosamente di continuare a operare in ospedale per dimostrare ad Assad e ai suoi accoliti che ad Aleppo deve – o, almeno, doveva – continuare la vita di chi non accetta quel regime.
Waad, invece, si rifugia nel privato, chiedendoci al contempo di indignarci su di un piano pubblico e morale, ed è questa – se vogliamo – la via più semplice, perché è sempre così: se vediamo dei bambini ricoperti di sangue non possiamo non indignarci.

Allo stesso tempo vi è da dire che Waad Al Kateab racconta in For Sama molto bene il suo privato, riesce a commuoverci e riesce a fare una sorta di filmino familiare, tra la voice over rivolta sotto forma di lettera a sua figlia bambina e, persino, le immagini del matrimonio con suo marito. In tal senso, For Sama diventa un reperto veramente indispensabile, una sorta di memento mori su come si trova a essere scandita la vita privata, la morte e la nascita, l’amore e l’amicizia, nel corso di una guerra. Ma si comincia ormai a sentire la necessità di altri film dalla Siria, film che abbiano uno sguardo più lucido e meno istintivo, meno da instant movie e più ragionato, film che sappiano guardare la guerra attraverso il prisma delle mille prospettive diverse della faccenda. Servirebbero forse film alla Francesco Rosi, un po’ come Salvatore Giuliano, come Le mani sulla città, come Il caso Mattei. Ma probabilmente c’è ancora bisogno di tempo, e forse il merito maggiore di questo cinema siriano dal fronte della guerra finirà anche per essere considerato il suo limite: l’esasperata soggettività.

Info
La scheda di For Sama sul sito del Festival di Cannes.
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