Tradition

Nella selezione di Locarno Short Weeks 2020, disponibile dal 10 febbraio, Tradition è l’opera prima della filmmaker cingalese Lanka Bandaranayake, che in undici minuti riesce a fornire un quadro desolante della condizione femminile nel suo paese, tra modernità e tradizione.

Matrimonio alla cingalese

Una donna anziana adorna una sposa con gioielli tradizionali dello Sri Lanka, descrivendo il significato simbolico di ciascuno di essi. Questi significati riportano la giovane donna indietro, nei ricordi dei precedenti rapporti sentimentali, e alle ferite che questi le hanno lasciato. [sinossi]
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La dea Pattini è una figura chiave nel pantheon del buddhismo dello Sri Lanka, riconosciuta anche nell’induismo Tamil: presiede alla fertilità e alla salute. Ha avuto sette rinascite e ha pure riscattato il marito dalla morte grazie alla pratica della castità, come ci ricorda l’anziana signora del film Tradition, dal 10 febbraio in streaming nell’ambito del Locarno Short Weeks 2020, dopo essere stato presentato tra i corti Open Doors del Locarno Film Festival 2018.

Tradition è l’opera prima della filmmaker, e attrice, cingalese Lanka Bandaranayake, che in undici minuti riesce a dare un eloquente affresco della condizione femminile del suo paese, dove forte è il contrasto tra tradizione e modernità, ma senza che quest’ultima sembri aver riscattato la donna dalla sottomissione sociale. Tradition comincia con un’immagine fuori fuoco, indistinta, con canti buddhisti in sottofondo. Si dipana gradualmente la scena: un’anziana donna, serafica e sorridente, sta agghindando una ragazza con i gioielli tradizionali del matrimonio, illustrandoli uno a uno e spiegandone simbologia e potere benefico. La castità della Dea, decantata, in realtà rappresenta un valore obsoleto in una società moderna e libera come quella dello Sri Lanka contemporaneo, come dimostrato dai flashback della sposa, che vede scorrere le immagini delle sue precedenti relazioni sentimentali. Sono sei i fidanzati finora avuti, in relazioni finite abbastanza male, dalla ragazza e solo con il settimo, come per le sette reincarnazioni della dea Pattini, convola a nozze.

Lanka Bandaranayake mantiene lo schema fisso della soggettiva della ragazza in ognuno di questi sei ricordi che rappresentano un campionario di mediocrità maschili. C’è il fidanzato dei tempi del liceo, che ricorda la gelosia di tutti i compagni maschi che ambivano alla ragazza come la preda numero uno; c’è quello irato dopo un rapporto perché lei non è vergine come se fosse stato suo diritto averla illibata; c’è quello che impreca sulla tazza del water ancora per gelosia rispetto alla relazione precedente della ragazza; c’è quello che si vergogna di fare vita sociale con lei a fianco; c’è un alterco dove è lei a lasciare il fidanzato che le impreca contro accusandola di irriconoscenza per la vita migliore che le ha garantito e minacciandola; c’è l’uomo di mezza età, grasso, sposato che vuole comprarla promettendole i suoi beni in eredità salvo dover prima divorziare dalla moglie. Questi inserti di vita moderna, sgradevoli, sono alternati a quelle immagini di estetica classica, dei gioielli matrimoniali, ma le frasi dell’anziana signora sono sempre quelle di una cultura patriarcale dura a morire, frasi che richiamano all’eternità e all’indissolubilità del vincolo matrimoniale dal quale «non c’è fuga» come dice la stessa anziana signora.

L’alternanza tra la solennità, la ritualità e la bellezza di quella vestizione tradizionale e le scene, fastidiose e spiacevoli, di vita moderna, prevede a volte dei raccordi. L’uomo nudo che si alza dal water viene occultato dal gioiello del cigno; un gesto dell’uomo che si vergogna si ripete nella posizione del braccio nell’atto di indossare dei bracciali che suonano come manette; la visione in soggettiva della ragazza, che se ne va velocemente dopo aver lasciato il fidanzato, attraversa un corridoio per arrivare alla sala della vestizione dove vede se stessa. Sempre in soggettiva nei ricordi, dell’anonima protagonista si vede solo il volto, immoto, rassegnato. Né se ne sente mai la voce, sono gli uomini a parlare o la donna anziana, quelli che cercano di decidere per lei. Dalle loro parole si deduce comunque il suo tentativo di emancipazione in un mondo governato dagli uomini. Dei sette uomini corrispondenti alle sette incarnazioni della dea, non vedremo l’ultimo, né sapremo quali circostanze l’hanno fatta capitolare. Basta quel volto rassegnato, accompagnato dai canti nuziali dell’ultima scena. Con pochi tratti e con abili giochi di regia, Lanka Bandaranayake ha saputo dire tutto sulla donna nello Sri Lanka.

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