Amira

Amira

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Presentato a Orizzonti di Venezia 78, Amira è il terzo lungometraggio da regista dell’egiziano Mohamed Diab, un film di donne nel difficile contesto palestinese, che passa dall’opera sociale al dramma pirandelliano sulla verità.

Non disperdere il seme

Amira, una diciassettenne palestinese, è stata concepita con fecondazione in vitro, mediante lo sperma del padre Nawar fatto uscire di nascosto dalla prigione in cui è detenuto a vita. Quando il tentativo fallito di concepire un altro bambino rivela l’infertilità di Nawar, ad Amira crolla il mondo addosso. [sinossi]

Un terrorista e un prigioniero politico. Sono le due definizioni antitetiche date del palestinese Nawar in un diverbio tra il secondino del carcere israeliano in cui è detenuto e la figlia Amira che si reca a trovarlo. Avviene all’inizio di Amira, opera del regista egiziano Mohamed Diab presentata a Orizzonti di Venezia 78. Un inizio enunciativo della condizione di conflitto perenne tra israeliani e palestinesi. Non verrà mai rivelato nel film quale sia il motivo della detenzione di Nawar, quali siano quei delitti, almeno dal punto di vista israeliano, di cui si è reso responsabile. Si sa solo che in patria è considerato un eroe. Attentati con vittime civili, atti di guerriglia? Nulla che permetta a un punto di vista terzo di formulare un giudizio.

Mohamed Diab ragiona sulla questione palestinese partendo da una bizzarra pratica diffusa, ovvero l’inseminazione in vitro di mogli di detenuti condannati a marcire a vita nei penitenziari israeliani, tramite il loro sperma fatto uscire all’esterno del carcere da qualche secondino corrotto. Come una fuga impossibile, in un paese che è tutto una grande prigione, ancorché solo del seme di un detenuto, il suo genoma destinato a rigenerarsi in una nuova creatura, libera almeno alla nascita. Un’immacolata concezione, una privazione della sessualità nell’ambito di una più generale castrazione delle libertà personali.

È una società moderna e relativamente laica quella palestinese raccontata da Mohamed Diab nel film, basata su ricerche e sulle conoscenze dirette del regista, che ha voluto un cast, e un produttore, palestinesi. Una società ben diversa dall’immagine del fondamentalismo religioso imperante che ci arriva. La città dove è ambientato il film, un generico centro abitato palestinese, sembra una comune città araba se non fosse per i poster dei martiri che campeggiano sui muri. Amira e i suoi concittadini usano dispositivi elettronici comuni a tutto il mondo industrializzato. E, nell’impossibilità di una riunificazione familiare fisica, arriva photoshop a sopperire permettendo di spostare i vari familiari e raggrupparli in un’unica, virtuale, fotografia. La fotografia, e in generale i mezzi di registrazione della realtà, in una storia dove la realtà si rivelerà come estremamente labile, appaiono fondamentali surrogati di una vita monca, fatta di privazioni. Il matrimonio celebrato in contumacia dello sposo, presente solo con suoi ritratti fotografici, e poi il tutto videoregistrato. E la cancellazione involontaria di quel tape, per registrarvi dei cartoni animati, appare cosa grave, come una cancellazione della memoria. Mediante la giustapposizione, fisica e poi sullo schermo di un laptop, ingrandita, della sua immagine fotografica con quella dell’insegnante, Amira si convince che questi sia il suo genitore biologico.

Cruciale poi nella delineazione della Palestina contemporanea è la descrizione della condizione femminile, già chiara nel momento in cui la madre non viene interpellata per stabilire il nome del nascituro, che anzi rientra in una logica di continuità patriarcale. Amira è una donna forte, come sua madre che, nelle sue scappatelle extraconiugali rivendica come un diritto alla femminilità, lei che è come prigioniera in un matrimonio con un prigioniero in un contesto dove tutti sono prigionieri. E così per il concepimento rivendica almeno un abbozzo di sessualità in un amplesso telefonico clandestino con il marito che usa un dispositivo proibito di comunicazione con l’esterno. Si accenna nel film anche alla condizione di omosessualità, ipotizzata per il personaggio dell’insegnante, ma la cosa non viene più sviluppata.

Il realismo sociale del film pone le basi per una drammaturgia classica, pirandelliana, rashomoniana, sul relativismo della verità. Chi è il padre biologico di Amira? A un certo punto, da quando si scopre la sterilità di Nawar, il film si poggia su questo dilemma, esplorando varie ipotesi. Diventa cruciale il tema dell’identità nazionale palestinese, e in generale araba. La possibilità che nelle proprie vene scorra il sangue del nemico oppressore, diventa un’onta in un contesto bellico perenne. E un’opera fortemente contestualizzata come Amira, assume un respiro classico, una validità universale valida ovunque ci siano conflitti.

Info
La scheda di Amira sul sito della Biennale.

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