One for the Road

One for the Road

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Nattawut ‘Baz’ Poonpiryia torna al Far East Film Festival con One for the Road dopo i fasti accumulati con i precedenti Countdown e Bad Genius. Qui il tema portante è il valore dell’amicizia, che il regista declina attraverso un road/buddy movie segmentato nel tempo che si riveste di amara nostalgia. Peccato che il risultato non sia al livello dei film precedenti, anche per via di un eccesso di melassa e di una retorica fin troppo facile.

Il Prim amore non si scorda mai…

A Bangkok il trentenne Aood sta morendo di leucemia, ma prima di lasciare questo mondo vuole salutare le persone a cui è stato più legato, dalle sue ex fidanzate al suo migliore amico, Boss, thailandese che vive a New York dove Aood lo ha conosciuto una decina di anni prima. Boss, rampollo di ricchissima famiglia, torna così a Bangkok per esaudire il desiderio di Aood: da qui inizia il loro ultimo viaggio assieme… [sinossi]

Dopo i folgoranti Countdown (2012, che vinse proprio al Feff il Premio del Pubblico) e Bad Genius (2017), il regista thailandese Nattawut ‘Baz’ Poonpiryia realizza con One for the Road il suo film più intimo ed esistenziale, abbandonando il genere e, purtroppo, anche la brillantezza che aveva contraddistinto i suoi precedenti, geniali, lavori. Prodotto da Wong Kar-wai, One for the Road ricorda per certi aspetti proprio il suo road movie americano Un bacio romantico – My Blueberry Nights (soprattutto per l’estetismo spesso fine a se stesso) e se, volendo, il terzo film di Poonpiryia può essere anche considerato un “salto di qualità” per le tematiche affrontate – la separazione con gli affetti, il lutto, la fragilità delle esistenze, le menzogne quotidiane che di fronte alla morte si dissolvono, l’ambiguità dell’essere sinceri – in realtà si risolve piuttosto in un passo falso per un regista talentuosissimo. Invece di una scrittura sfavillante e di una regia vivace a servizio del caleidoscopio di idee di cui sono infarciti sia l’horror Countdown che la commedia Bad Genius, qui Poonpiryia parte con uno sfarzo che progressivamente si dissolve nel corso delle due ore abbondanti. Un incipit diviso tra l’abitacolo di una macchina a Bangkok e un barman che abborda una bella ragazza a New York, tra inquadrature che si ribaltano e montaggio serrato promettono fuoco e fiamme che non ci saranno, spenti soprattutto da una sceneggiatura su cui ci sarebbe molto da ridire. Se da tempo si parla di un remake americano del suo Bad Genius, intanto però il lacrimevole One for the Road prodotto dall’autore di In the Mood for Love è stato presentato al Sundance vincendo il World Cinema Dramatic Jury Award, primo film thailandese a ottenere tale riconoscimento. Dunque, per certi versi, non si può dire che il film sia un buco nell’acqua.

One for the Road è un road movie e un buddy movie mortuario, visto che tutto gira attorno al decesso annunciato di Aood (Ice Natara, vero nome Nattarat Nopparatayapon), ammalato gravemente di leucemia, che prima di abbandonare questo mondo vuole vedere per un’ultima volta le persone a cui tiene veramente. Per questo chiamerà, dall’altra parte del mondo, il suo amico Boss (Thanapob Leeratanakachorn, detto Tor), ricchissimo rampollo di una famiglia di Pattaya/Bangkok, che vive da tanti anni a New York dove ha aperto un locale notturno e, solo apparentemente, esaudito il suo sogno di fare il barman a Manhattan. Boss tornerà in Thailandia per portare l’amico a trovare le tre ex fidanzate che Aood ha trattato talvolta male o da cui è stato lasciato: a nessuna di loro Aood ha intenzione di dire della sua morte, ma solo di rivederle per chiudere i conti, percepire ciò che è restato nel corso del tempo, tirare una riga (e, simbolicamente, cancellare per sempre i loro numeri dal cellulare). Dalla capitale thailandese si parte così per un viaggio che, come vuole la tradizione, è esterno ma soprattutto interno: tutto sommato la prima parte del film – quella che riguarda le ex, una sorta di Broken Flowers con un piede nella fossa – regge, tra rabbie, perdoni, ferite che si riaprono, ritrosie e gusto pieno della vita. Per ogni fidanzata, una serie di flashback arrivano a illuminare i rapporti tra Aood e le donne ma anche tra Aood e Boss, ricostruendo la vita del ragazzo e l’amicizia con il suo amico, nata e cresciuta a New York. Finito il giro delle donne, scopriamo però che i conti più pesanti Aood li deve fare proprio con Boss, avendo Aood mentito o tenuto nascoste verità sul grande amore di Boss, Prim (Violette Wautier). E qui le cose iniziano ad andare a rotoli: al bar del bancone del mega-albergo a Pattaya, di cui la famiglia di Boss è proprietaria, Aood parte con una confessione infinita che altro non è che un flashback lunghissimo, benché frammentario, che passa dal punto di vista di Aood a quello di Boss e delle sue esperienze più private e che tratta del grande amore tra Boss e Prim, un tempo barista proprio dell’albergo in cui i due ragazzi si trovano ora. Prim, un po’ più grande di Boss, è con lui emigrata a New York dove le cose non sono però andate per il meglio a causa di una serie di (banali) incomprensioni. I due, che si amavano moltissimo, per oltre 10 anni non si sono più sentiti e tutto questo anche a causa di una bugia raccontata da Aood, geloso e invidioso dell’amico, del suo status sociale, della sua ricchezza, della sua vita facile, della sua donna: in questa confessione/flashback eterna, sfinente, l’asse della narrazione si sposta da Aood a Boss, ma soprattutto alla storia d’amore tra Boss e Prim, interrotta per ragioni poco credibili e mai ripresa nonostante entrambi si amino ancora (senza aver però mai mosso un dito per rivedersi o parlarsi o chiarire, per lustri, in un’epoca di social e comunicazioni lampo). E, lentamente, One for the Road (che è il nome del locale che voleva aprire Prim a Manhattan e che si può tradurre come “bicchiere della staffa”) diventa un mélo che racconta l’amore imperituro tra Prim e Boss, al quale Aood morente non può che suggerire di ricucire i rapporti con lei. “Voglio restituirti Prim” dice Aood più volte all’amico nella lunga scena al bancone del lussuoso bar dell’albergo. Boss diventa di punto in bianco il centro del discorso e lo resterà fino al termine del film, che abbonda di sottofinali per chiudere tutte le varie sottotrame di un lavoro poco centrato, capace di momenti commoventi, girato bene (anche se, appunto, molti “giochi” stilistici appaiono puramente di maniera), ma che risulta piuttosto squilibrato visto che uno dei personaggi fondamentali, ossia Prim, arriva in scena dopo un’ora circa e diventa l’oggetto assoluto dell’attenzione dei due e del racconto fino all’ultima immagine.

Poonpiryia in alcune scene – come quella in cui Aood va a trovare la fidanzata Noona, che nel passato ha trattato molto male e nel presente gli dà un bello schiaffo in faccia – arriva netto, nell’intento di esprimere sia la transitorietà degli eventi sia la loro permanenza esistenziale indelebile, raccontandoci quanto tutto frani a ridosso della morte e quanto la morte stessa non sia un evento che per incanto toglie, sottrae, fa sparire, il vissuto di chi resta in relazione di chi va via. La prima parte, giocata sull’esile filo della vita, non imbastisce magari un film straordinario come i due precedenti del regista, ma è chiara, pulita, nitida, con attimi ficcanti, amari o dolci a seconda dei personaggi. La seconda, in cui dopo un’ora siamo “condotti” (o costretti) ad appassionarci alla love story di Boss (che ovviamente dopo Prim non ha più amato nessuna e ha fatto solo lo sciupafemmine), svia da quanto si è costruito fin lì per sommare una vicenda poco credibile alla serie di bozzetti dei vita e passato di Aood che, meno indagati e più simbolici, lo spettatore accetta come “squarci” percependone il portato esistenziale al di là dei dettagli. Con Prim e Boss invece riparte, dal nulla, un’altra storia di sana pianta che, più analizzata nel suo sviluppo lineare sebbene esposto in modo frammentato, fa acqua da tutte le parti. Se si aggiunge poi che il film vuole chiudere anche sottostorie davvero poco incisive, come il rapporto tra Boss e sua madre, l’effetto è un sovraccarico eccessivo di vicende, una commozione che va via via perdendosi per cedere il passo alla ripetitività, una serie di lungaggini che rendono il film poco appassionante. Peccato, sia per gli ottimi precedenti di Poonpiryia (che ha certo tutto il tempo per rifarsi), ma anche per un film che non ha mai la sottigliezza psicologica per assurgere a chissà quale risultato, ma che almeno poteva essere più definito e chiaro dunque più efficace.

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