Clerks – Commessi
di Kevin Smith
Nel gennaio 2024 Clerks – Commessi, opera prima e a bassissimo costo di un allora ventitreenne Kevin Smith, compirà trent’anni. Tre decadi dopo resta un film spassoso, in cui si gestiscono con intelligenza gli spazi e si sopperisce all’indigenza produttiva, e che segnala la vitalità oggi quasi scomparsa dell’indipendenza off-Hollywood.
Un giorno al Quick Stop
Dante Hicks e Randal Graves sono amici fin dalle superiori, e ora lavorano entrambi come commessi in due locali attigui: Dante in una drogheria e Randal in un negozio che affitta videocassette. Clerks racconta una loro giornata tipo, scandita da dialoghi, incontri, e qualche tentativo di evasione. [sinossi]
Ragazzi, è importante fare un lavoro che ti faccia sentire gratificato,
io per esempio masturbo manualmente gli animali per l’inseminazione artificiale.
Randal: E tu sai che mi sono appena visto?
Dante: Io che tiravo via una scatola dalla mano di un deficiente?
Randal: Il ritorno dello Jedi […] Tu cosa preferisci, lo Jedi o L’Impero colpisce ancora?
Dante: L’Impero.
Randal: Bestemmia!
Dante: L’Impero ha un finale migliore.
Intendo: a Luke viene amputata la mano, lui scopre che Lord Fener è suo padre,
Han viene ibernato e portato via da Bobba Fett… Un finale che t’ammazza.
Insomma, questo è la vita: una serie di finali duri uno appresso all’altro.
Invece lo Jedi è solo una massa di pupazzi!
Randal: No, nello Jedi c’è in ballo qualcos’altro, non me n’ero mai accorto prima d’oggi…
loro costruiscono una nuova Morte Nera, giusto?
Ora, l’altra era pronta e del tutto funzionante prima che i ribelli la distruggessero…
Dante: Luke l’aveva fatta saltare, tutto merito suo!
Randal: …e la seconda quando è stata fatta esplodere era in costruzione…
Dante: Già, e a farlo è stato Lando Calrissian.
Randal: C’è sempre stato qualcosa che non mi tornava nella seconda esplosione,
qualcosa che non riuscivo a mettere a fuoco e che proprio non mi andava giù.
Dante: E ora ci sei riuscito?
Randal: La prima era presidiata dalle armate imperiali…
le sole persone a bordo erano le truppe d’assalto e in più diciamo i vari dignitari.
Dante: Sostanzialmente.
Randal: Ragion per cui quando quando salta i conti tornano: il male è punito.
Dante: Mentre la seconda volta?
Randal: La seconda invece non avevano ancora finito di lavorare,
erano ancora in fase di costruzione.
Dante: Allora?
Randal: Allora un’impresa di quella portata richiede
un sacco di manodopera in più rispetto al semplice esercito imperiale,
scommetto che c’erano di mezzo un mucchio di appaltatori esterni,
idraulici, metalmeccanici, muratori…
Dante: Cioè non solo imperiali, è questo che vuoi dire.
Randal: Esattamente, specialisti di ogni tipo per finirla alla svelta e di nascosto,
figurati se le truppe d’assalto saprebbero installare un gabinetto,
loro tutto quello che sanno si limita alle armi e alle divise!
Dante: D’accordo, coinvolgono degli appaltatori esterni,
ma che cos’è che ti disturba tanto quando viene distrutta?
Randal: Che saltano per aria quei poveri lavoratori in proprio che erano lì per costruire,
vittime di una guerra che non li riguardava affatto.
Allora, senti, tu hai un’impresa,
lo Stato ti offre un bell’appalto su un piatto d’argento,
hai moglie e figli a carico, un villino di due piani in periferia,
si tratta di un appalto governativo e quindi ci sono un fottio di vantaggi.
Poi arrivano i militanti di sinistra e distruggono tutto
quello che c’è nel raggio di sei chilometri con i laser,
tu non c’entri niente, non hai una posizione politica,
tu cerchi solo di far quadre i conti.
Dante: Trentasette, la mia ragazza ha ciucciato trentasette cazzi.
Cliente: In fila?
Jay: Senti me, mia nonna diceva sempre: mille volte meglio un fottuto,
un bellissimo dove non c’è un cazzo.
No, anzi: a che serve un piatto se non c’è un bel cazzo dentro?
Dante: …Vuol dire?
Jay: Ma che ne so, mia nonna era arteriosclerotica, stava sempre a pisciarsi addosso!
Il festival di Cannes 1994 fu l’edizione in cui, seguendo una scia già visibile da anni, la Hollywood delle major venne ufficialmente ridimensionata – nel dialogo cinefilo, sia chiaro – dal cosiddetto “panorama indie”. Nel concorso trionfava Quentin Tarantino con Pulp Fiction, prodotto dalla Miramax dei fratelli Weinstein (comprata comunque pochi mesi prima della presenza a Canne del film dalla Disney) insieme a A Band Apart dello stesso regista e Jersey Films di Danny DeVito, e prendevano parte alla competizione Mrs. Parker e il circolo vizioso di Alan Rudolph, coprodotto sempre da Miramax con Fine Line Features su insistita spinta di Robert Altman, e Mister Hula Hoop di Joel Coen portato a termine grazie a Joel Silver e alla sua casa di produzione. In Un certain regard rifulgevano i vari Clean, Shaven di Lodge Kerrigan (autoprodotto dal regista con appena sessantamila dollari), Il tuo amico nel mio letto di Rory Kelly, e Suture diretto a quattro mani da Scott McGehee e David Siegel, mentre fuori dalla competizione apparve sugli schermi del Palais La signora ammazzatutti di John Waters, grande eretico d’oltreoceano che stava ancora metabolizzando la scomparsa di Divine. Non da meno in questo tipo di contributo si dimostrarono le sezioni autonome e parallele, se è vero che la Quinzaine des réalisateurs ospitò Amateur di Hal Hartley. Infine chi si spinse fino al Miramar per seguire la programmazione della Semaine de la Critique si imbatté in un microscopico film in bianco e nero, iper-dialogato e sboccatissimo, che mostrava la “normale” quotidianità di due amici, commessi l’uno in un drugstore e l’altro in un negozio di videocassette: nasceva il culto di Clerks. In realtà chi si avventurò in Costa Azzurra nella primavera del 1994 era già preparato, almeno in parte, all’impatto con l’opera prima di Kevin Smith visto che del film negli Stati Uniti si parlava già da alcuni mesi, dalla proiezione di fine gennaio all’interno del palinsesto del Sundance Film Festival – erano epoche, quelle, in cui non si spantecava neanche nei festival di primissimo piano per godere della prima mondiale a ogni costo: d’altronde pochi anni prima la Palma d’Oro la vinse Sesso, bugie e videotape di Steven Soderbergh che a sua volta era stato già visto al Sundance.
Oggi, in un cinema sempre più normalizzato e in cui il concetto di indipendenza è andato progressivamente a scomparire almeno per quel che concerne l’aspetto più strettamente produttivo – indie è un termine con cui si indica oramai un valore estetico, per lo più –, Clerks appare come un vero e proprio ufo, un oggetto non identificabile con chiarezza. Girato con mezzi ai limiti dell’indigenza e durante le giornate di pausa e le notti in cui il drugstore – principale location – era chiuso, con una troupe di amici e conoscenti, e basandosi di fatto su una sceneggiatura a suo modo di ferro almeno per quel che concerneva i dialoghi (alcuni stralci li potete leggere dianzi in apertura di analisi, ma il film è davvero un fuoco di fila di battute e contro-battute che lasciano senza fiato lo spettatore), Clerks è la testimonianza di una modalità di approccio al cinema che sembra fattasi sempre più rada e difficile da percepire. Per quanto si muova nei campi della commedia sboccata, e perfino del comico, il primo film di Smith è un figlio della no-wave newyorchese, anche se girato appena al di là dell’Hudson; quel sentimento pre e post punk di riappropriazione degli strumenti per agire nell’arte, fosse essa musica o cinema. Inguainato in un bianco e nero non così dissimile da quello del quasi coevo Richard Kern, Clerks è il tentativo riuscito di coniugare l’etica del “do it yourself” con i ritmi serrati del dialogo da sit-com, o da stand-up; dal basso si fanno propri gli standard della grande produzione, rivendicando però quel carattere estremo che non sarebbe d’uopo rintracciare nei codici del mainstream. Ecco dunque che la giornata-tipo di Randal e Dante, amici fin dai tempi delle scuole superiori e ora dirimpettai durante le ore lavorative, osa muoversi in territori dove l’industria faticherebbe a orientarsi. Kevin Smith ride di tutto, dalla necrofilia al vilependio di cadavere, dallo spaccio di droga alla presa per i fondelli della piccola borghesia statunitense, il tutto ricorrendo a uno stile giocoforza minimale – a volte l’immagine è illuminata malamente, ma è dovuto solo al fatto che nonostante l’azione si svolga di giorno alcune riprese furono confinate nelle notti per i già citati limiti produttivi: in qualche modo il regista trasformerà questa esperienza in narrazione anni dopo in Zack and Miri Make a Porno – che funge da vivifico contrasto dell’immaginario.
Costato neanche trentamila dollari e capace di guadagnarne oltre tre milioni a livello mondiale, Clerks è volente o nolente il fermo immagine di una generazione, ma non solo per l’ovvia pretesa generazionale insita nel testo (“Ci godi al pensiero di avere tutto il mondo da portare sulle spalle, come se qui tutto senza di te fosse destinato alla rovina! Ah cazzo, ti sopravvaluti per compensare il fatto che fai un lavoro da scimmia! Batti dei tasti, tutto lì! Anche un deficiente potrebbe stare al tuo posto senza il minimo problema! Tu-tu sei ossessionato dall’ansia di farlo sembrare una cosa epica, molto più importante di quello che non è! Cazzo! Lavori in un negozio di generi alimentari, e con uno stipendio di merda! Io noleggio video che fanno schifo con uno stipendio altrettanto di merda! Lo vuoi sapere? Jay, quello sì che è uno in gamba, lui almeno non si fa illusioni! Noi invece?! Noi invece ci crediamo chissà chi! Come fossimo meglio di tutti quelli che vengono a comprare giornali e sigarette! Li guardiamo dall’alto in basso, manco fossimo di una razza superiore! Bè, se davvero lo siamo, come mai lavoriamo qui?!?”, chiosa caustico Randal in un passaggio-chiave del film) o per l’utilizzo nella colonna sonora di hit indie del momento come i brani di Alice in Chains, Girls Against Boys, The Jesus Lizard, Bad Religion, Soul Asylum e via discorrendo. Smith riesce a raccontare l’inanità dell’esistenza quotidiana di venticinquenni privi di aspettative o di utopie, ma sa anche attraverso la messa in scena rivendicare uno spazio cinematografico “indipendente” anche per chi vuole intrattenere lo spettatore, senza eccessive pretese autoriali o svolazzi onirici. Ecco che il turpiloquio di cui è infarcito ogni singolo dialogo – in italiano poi incredibilmente il film diventa molto più espressivo, essendo l’arte del vernacolo oscura per la popolazione statunitense abituata alle cosiddette “four-letter words” – diventa un’arma di offesa non verso il concetto vacuo di bon-ton ma nei confronti di un’abitudine cinematografica logora, lisa, sorpassata dal tempo. Vivendo invece alla perfezione il suo, di tempo, Smith con Clerks trasmette un’adesione immediata e fortissima del pubblico ai suoi personaggi, al punto che verrà naturale trasformare questo oggetto di culto in una saga composta da tre episodi, l’ultimo dei quali è doverosamente nostalgico, verso il tempo perduto dell’esistenza, ma anche del cinema, e della sua indipendenza.
Info
Il trailer di Clerks – Commessi.
- Genere: commedia
- Titolo originale: Clerks
- Paese/Anno: USA | 1994
- Regia: Kevin Smith
- Sceneggiatura: Kevin Smith
- Fotografia: David Klein
- Montaggio: Kevin Smith, Scott Mosier
- Interpreti: Al Berkowitz, Brian O'Halloran, Ed Hapstak, Ernest O'Donnell, Jason Mewes, Jeff Anderson, Kevin Smith, Kimberly Loughran, Lisa Spoonauer, Marilyn Ghigliotti, Scott Mosier, Scott Schiaffo, Thomas Burke
- Produzione: View Askew Productions
- Durata: 93'




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