La petite

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La petite, nuovo film per il regista francese Guillaume Nicloux, affronta il non semplice tema della maternità surrogata tinteggiando di timbriche agrodolci una commedia educata e che preferisce evitare i punti di vista etico-morali più spigolosi. Con Fabrice Luchini.

Senza famiglia?

Joseph apprende da una telefonata che suo figlio Emmanuel è rimasto ucciso in un disastro aereo assieme al compagno Joachim. La coppia aveva stipulato un accordo con una madre surrogata per avere un figlio: che ne sarà a questo punto del nascituro? [sinossi]

Il non semplice tema della maternità surrogata è il motore narrativo de La petite dello scrittore e regista francese Guillaume Nicloux che sceglie di trattare la materia con agrodolci toni da commedia educata e senza portare in scena spigolosi punti di vista etico-morali. Quel che ne risulta è un film delicato, che ben si guarda appunto dal dare giudizi, e che infatti vede la propria specificità nell’essere più un lavoro sull’elaborazione del lutto che sulla questione della gestazione per altri. La parte più riuscita e meno ovvia è infatti quella che racconta la reazione dell’ultrasessantenne Joseph (Fabrice Luchini), quieto e riservato restauratore di mobili antichi, alla traumatica perdita del figlio Emmanuel, rimasto ucciso in un disastro aereo assieme al proprio compagno Joachim. Il non troppo socievole uomo di Bordeaux si ritrova alle prese con la più che giustificata crisi della figlia Aude (Maud Wyler), con le differenti emozioni messe in campo dai “suoceri” belgi rispetto all’orribile evento (i due vorrebbero intraprendere una causa legale contro la compagnia aerea mentre per lui non serve affatto), per poi entrare nella propria fase privata, quella dell’ossessione “elaborativa” che lo induce a comperare a un’asta – che il suo portafoglio non può permettersi – la culla che, si dice, fu dei figli di Klimt. L’ossessione per la perdita lo porta però, soprattutto, a cercare l’anonima madre surrogata cui il figlio aveva affidato il proprio sperma per procreare il bambino che sarebbe stato suo e di Joachim. I suoceri – dopotutto lo sperma non è del figlio “loro” – non sono interessati alla faccenda laddove Joseph si ostina a testare password per forzare la mail di Emmanuel, sperando di trovare una traccia che lo conduca alla donna. Ovviamente troverà quel che cerca e questo lo farà partire alla volta della fiamminga Gand, dove nessuno parla francese e dove non sarà facile trovare la sconosciuta alle soglie del parto.

Oltre a raccontare il superamento di un evento tragico, la morte di un figlio, La petite è arguto nel mostrare quanto, in questa Europa Unita, basta fare 800 chilometri per non riuscire a capirsi con nessuno: come molti francesi Joseph non sa bene l’inglese, mentre i fiamminghi non amano parlare in francese e l’ufficio del turismo di un Paese “diviso” parla un po’ di tutto ma solo per ragioni di servizio. Meno brillante è la dicotomia “signore anziano”/automazione che conforma qualche gag come l’arrivo in un hotel senza più reception o, appunto, la valutazione delle informazioni ricevute nell’ufficio per visitatori data rigorosamente tramite emoticon. Joseph, che ripara mobili antichi (metafora aggraziata e facile), ama mettere a posto le cose, la concretezza, la cura, non buttare quel che sembra appartenere al passato. Queste virtù, assieme alla sua tranquilla tristezza e alla sua goffa amabilità, emergeranno quando conoscerà Rita (Maia Taquin) ossia la giovane che porta in grembo la bimba – è una femmina – che è la nipotina di sangue del protagonista. La petite non si tira indietro nel dire che la coppia aveva pagato in nero una ragazza già madre (la ventiseienne Rita ha avuto la prima figlia a 17 anni) eludendo le leggi: la maternità surrogata non è illegale in Belgio ma deve essere gratuita e portata avanti da una persona ben conosciuta dalla coppia che ne fa richiesta. Fatta la legge, trovato l’inganno: Rita è una giovane scelta quasi a caso che ha detto sì solo per soldi. La petite però si sottrae dal donare eccessivo peso a questi elementi e il proletariato di Rita è, ovviamente, vitalistico e coinvolgente quindi non c’è nessun dramma. Il film si muove su solchi gentili, all’interno di confini un po’ predetti che non possono infastidire nessuno: la sua scelta è però anche il suo limite. Ponendo aeree domande su cosa sia una famiglia, cosa sia il legame di sangue e chi davvero possa essere considerato padre o madre e perché, La petite non approfondisce nessuna risposta restando allusivo e confortante nel mostrare persone in buona fede e perbene che, come accade alle persone in buona fede e perbene, possono trovare punti di convergenza e costruire affetti. Il personaggio di Rita, a differenza di quello più sfaccettato di Joseph, è quel che ci si attende che sia: incasinata, un po’ ribelle, di primo acchito brusca ma alla fine dolce, bisognosa di soldi per riprendere gli studi (cioè protesa a qualcosa di nobile). E il rapporto tra i due protagonisti scorre liscio come l’olio dunque il resto è deducibile.

Laddove il film raggiunge uno strato più significativo (benché mai problematizzato) è la questione della perdita di un amore (il figlio): il vuoto trova un nuovo senso nella bambina e il desiderio del ritorno di un morto trova una risposta nella volontà di avere un figlio da parte di due uomini. Se la prima cosa è del tutto impossibile, la seconda – grazie a un utero che ospiti la volontà – non lo è: così, forse anche avvedersene fino in fondo, La petite mostra la gestazione per altri come un “miracolo” che ripara il lutto, ovvero una pratica che si oppone nel film a una duplice impraticabilità naturale. L’evoluzione degna di interesse pare essere infatti quella di Joseph, che ricolloca costruttivamente per sé un evento altrimenti soltanto tragico attraverso una nuova nata. La maternità surrogata sembra alla fine quasi un McGuffin.

Info
La petite, il trailer.

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